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Pnrr, che cosa insegna la vicenda del Pos

Se la Commissione ha tenuto il punto, costringendo il governo ad una imbarazzante retromarcia, su un aspetto tutto sommato marginale, cosa mai potrebbe accadere di fronte a temi più rilevanti? L'analisi di Giuseppe Liturri

 

Da poche ore la legge di bilancio per il 2023 è in Gazzetta Ufficiale. Lasciamo ad altri l’esercizio (invero piuttosto sterile) di trovare nei 903 commi dell’articolo 1, motivi di soddisfazione ed insoddisfazione e piantare le proprie bandierine a fini di legittima lotta politica.

Qui intendiamo tornare sulla vicenda del limite di spesa al di sotto del quale il rifiuto del pagamento elettronico è sanzionato con 30 euro ed il 4% dell’importo dell’operazione rifiutata. Il governo, nel disegno di legge presentato ad inizio novembre, ha dapprima inteso portare questo limite a 60 euro e poi – nel maxi emendamento che ha ricevuto la fiducia della Camera e poi al Senato è diventato definitivamente legge – ha cancellato tutto.

Quindi resta in vigore la norma introdotta dal governo Draghi dal 1° luglio 2022, che prevede quelle sanzioni “per qualsiasi importo” rifiutato dall’esercente. Anche per un caffè. L’equità tra sanzione e gravità dell’offesa e quindi della violazione – che in un primo momento aveva motivato la proposta del governo – non è più sembrata meritevole di tutela.

Al suo posto, il governo – ai commi 385, 386 387 – si è inventato un improbabile tavolo tra esercenti e gestori dei pagamenti elettronici finalizzato ad individuare “livelli di costi equi e trasparenti” ed “evitare l’imposizione di oneri non proporzionati al valore delle singole transazioni”.

A tal fine è istituito entro 60 giorni un tavolo “preordinato a valutare soluzioni per mitigare l’incidenza dei costi delle transazioni elettroniche di valore fino a 30 euro a carico degli esercenti attività di impresa”. Se tale tavolo non raggiungesse un accordo su costi equi e trasparenti, scatterebbe un contributo straordinario pari al 50% degli utili conseguiti dai soggetti gestori sulle operazioni inferiori a 30 euro. Tale contributo sarebbe poi riversato a favore degli esercenti.

Spiace constatare che il governo abbia preferito infilarsi in un vicolo cieco – quando non si vuole risolvere un problema in Italia, si istituisce un “tavolo”- pur di non tenere il punto nei confronti della Commissione.

Infatti, l’eventuale insuccesso del tavolo porterebbe all’imposizione di un contributo straordinario di difficile determinazione e che sembra quindi destinato ad una sorte peggiore di quello sugli extraprofitti delle imprese del settore energetico.

Non è il tema delle commissioni a carico degli esercenti il vero punto di attrito, così come non lo è il presunto impatto sull’evasione fiscale. Poiché osiamo sperare che nessuno abbia creduto al fatto che elevare a 60 euro la soglia per fare scattare la sanzione, abbia qualche relazione con il tasso di evasione fiscale. Come la disastrosa vicenda del cashback, ha dimostrato.

I pagamenti elettronici – soprattutto quelli sotto i 60 euro – sono solo una preziosissima fonte di affari per i gestori delle carte di pagamento e sono una miniera di dati per chi gestisce il business delle profilazioni dei consumatori.

La materia prima preziosa che si vuole difendere ad ogni costo – anche quello di sanzioni manifestamente sproporzionate – sono i dati e le commissioni sui pagamenti a favore dei gestori.

Ed il grimaldello per conseguire questo risultato è stato ben annidato e blindato nel PNRR. Quelle sanzioni “per qualsiasi importo” sono scattate perché erano un traguardo del PNRR da conseguire entro il 30 giugno 2022. La Commissione, al punto M1C1-103, chiedeva infatti “efficaci sanzioni amministrative” in caso di rifiuto di accettazione di pagamenti elettronici ed il governo Draghi ha pensato bene che il massimo dell’efficacia fosse quello di imporre sanzioni per qualsiasi importo.

Quando il governo Meloni ha inteso rimediare a quell’eccesso di zelo si è pero scontrata con la Commissione che ha sfoderato un bazooka annidato nel regolamento 241/2021 che disciplina il Recovery Fund. Infatti, l’articolo 24 tra le cause che consentono alla Commissione di non pagare le rate semestrali annovera sia il mancato “soddisfacente conseguimento” di obiettivi e traguardi previsti per il semestre in corso, ma anche che “non siano stati annullati” obiettivi e traguardi già conseguiti nei precedenti semestri.

Questo doppio livello di controllo rende il PNRR una camicia di forza impenetrabile che fa della Commissione la padrona del nostro destino almeno fino al 2026. Appena muoviamo una virgola delle decisioni già prese a partire dal secondo semestre 2021, ci bloccano i pagamenti del PNRR.

La vicenda della soglia per le sanzioni relative ai pagamenti elettronici è emblematica proprio per la sua modesta rilevanza. Perché anche elevare la soglia a 60 euro conserva ragionevolmente il requisito dell’efficacia della sanzione. E quindi poco o nulla toglie all’obiettivo della riduzione dell’evasione fiscale che è il vero obiettivo futuro del PNRR da conseguire nel 2025 e 2026. Ed il piano del governo per il contrasto all’evasione fiscale già presentato a Bruxelles è la chiara dimostrazione che i grandi numeri dell’evasione non si muovono certo in relazione alla soglia dei pagamenti elettronici.

Se la Commissione ha tenuto il punto, costringendo il governo ad una imbarazzante retromarcia, su un aspetto tutto sommato marginale, cosa mai potrebbe accadere di fronte a temi più rilevanti?

Con questa entrata a gamba tesa sul governo Meloni, la Commissione ha inteso mandare un messaggio chiaro in previsione di più importanti terreni di scontro. Come faceva l’arcigno difensore Pasquale Bruno che già al primo minuto si faceva sentire sulle caviglie dell’avversario, per fargli capire ciò che lo attendeva nel prosieguo della partita.

La vicenda del Pos è stato solo il primo episodio dei tanti “come volevasi dimostrare” a cui assisteremo fino al 2026. Almeno fino ad allora, i governi della Repubblica Italiana saranno esecutori di volontà imposte dalla Commissione e supinamente recepite nel piano abbozzato dal governo Conte 2 e firmato dal governo Draghi ad aprile 2021. A Bruxelles non tollerano che si sposti nemmeno una virgola.

Piaccia o no, siamo un Paese che si è fatto mettere sotto tutela, se non commissariato, per un piatto di lenticchie pagato carissimo.

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