Economia

Perché Ubi Banca stronca l’Ops di Intesa Sanpaolo

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Che cosa ha deciso il consiglio di amministrazione di Ubi Banca sull’Offerta pubblica di scambio (Ops) lanciata da Intesa Sanpaolo. Fatti, numeri, commenti e approfondimenti

Con la valutazione ieri del cda di Ubi, l’Offerta pubblica di scambio lanciata da Intesa Sanpaolo può approdare sul mercato: da lunedì 6 luglio e fino al 28 luglio i soci della banca presieduta da Letizia Moratti dovranno decidere – soppesando le promesse di Intesa e quelle di Ubi – che cosa fare delle loro azioni.

Ecco quello che ha deciso ieri il consiglio di amministrazione di Ubi.

Il cda di Ubi Banca ieri ha bocciato l’offerta pubblica di scambio di Intesa, ritenendola “non conveniente” per i suoi azionisti. La lista delle critiche contenute nel comunicato, approvato all’unanimità dal consiglio di amministrazione, parte dalla valorizzazione di Ubi da parte di Intesa, che “non riflette” il “reale valore” della banca guidata dall’amministratore delegato, Victor Massiah, “e penalizza gli azionisti di Ubi Banca rispetto” a quelli del gruppo bancario capeggiato dall’ad, Carlo Messina.

I NUMERI DELL’OPS DI INTESA SECONDO UBI

Secondo Ubi, gli azionisti di Intesa si approprieranno del 90% dei 3,2 miliardi di sinergie prodotte dall’integrazione, e rileveranno i titoli Ubi con uno sconto di 1,1 miliardi di euro rispetto alla mediana delle valutazioni degli advisor di Ubi, Goldman Sachs e Credit Suisse, sul concambio, calcolata in 2,28 azioni Intesa per ogni azione Ubi, a fronte delle 1,7 azioni offerte dalla banca guidata da Carlo Messina. Che grazie al badwill di Ubi (differenza tra prezzo pagato e valore del patrimonio netto) – fa notare ancora il cda assistito dallo studio Bonelli Erede – registrerà una plusvalenza di 4,6 miliardi.

COME UBI GIUDICA L’OPS DI INTESA

Ma l’adesione all’ops costituisce anche “una rinuncia” al valore che Ubi “potrebbe realizzare” qualora rimanesse “autonoma e indipendente”. E che il cda ha cercato di delineare nell’aggiornamento del piano industriale al 2022 approvato lo scorso febbraio, facendo emergere – nonostante gli impatti del Covid sul costo del credito (700 milioni nel triennio) e sull’utile (tagliato da 665 a 562 milioni a fine piano) – un “eccesso di capitale distribuibile” di 840 milioni, 330 milioni in più rispetto a quanto implicito nel piano di febbraio.

DOSSIER AVIVA ITALIA

“Abbiamo cercato di evidenziare con molta chiarezza quale è il potenziale dei nostri dividendi” valorizzando i “tesori nascosti” della banca, come le attività di ‘merchant acquiring’, da cui Ubi si aspetta di ricavare 350 milioni, ha spiegato Massiah. Che, Intesa permettendo, nel 2021 intende anche salire al 100% di Aviva Vita per sostenere il conto economico.

CHE COSA HA DETTO MASSIAH

Massiah, affiancato dalla presidente Letizia Moratti, ha promesso che, in caso di fallimento dell’ops, Ubi non tergiverserà più sulle aggregazioni: “”Se rimarremo una banca indipendente immediatamente andremo a cercare nuove opportunità di m&a” cogliendo al volo il vento favorevole che soffia da Francoforte. Il mandato del cda all’ad, ha spiegato Moratti, è quello di “sottoporre dei target di acquisizione entro la fine dell’anno”. L’obiettivo è dare vita al “terzo polo” bancario italiano. Senza “limiti” in tema di candidati. Si valuterà la ‘nuova’ Mps, appena ripulita da 8 miliardi di npl, anche se prima occorrerà capire “cosa vuole fare” il governo. E si guarderà più alle banche italiane, “che conosciamo bene”, che alle straniere, “che conosciamo meno”.

QUESTIONE DI CONCORRENZA

Proprio l’obiettivo di “eliminare un concorrente” così da “rafforzare la posizione” di Intesa “in Italia senza modificarne “il posizionamento europeo” è tra i motivi per i quali Ubi ha definito l’ops “controproducente”. Si crea, ha spiegato Ubi, “una posizione di leadership dominante in Italia, anomala tra i grandi Paesi europei e potenzialmente dannosa per il tessuto economico e sociale dei territori in cui opera Ubi”.

LA QUESTIONE DEL 66 PER CENTO

Ma ci sono anche i rischi di esecuzione di un’operazione “non concordata” “evidenziati dalla stessa Intesa Sanpaolo” nel prospetto d’offerta. “Tra cui le incertezze circa il perfezionamento della fusione”, nel caso in cui Intesa non consegua il 66,7% di Ubi (qui l’approfondimento di Start con l’analisi di Angelo De Mattia già in Bankitalia), e sulla “cessione” a Bper di 532 sportelli allo scopo di soddisfare – ma anche questo è un fattore di incertezza – le istanze pro-concorrenziali dell’Antitrust (che non a casa ha rimarcato criticamente le sovrapposizioni territoriali e settoriali fra Intesa e Ubi nel documento di avvio dell’istruttoria tuttora in corso).

IL CASO DEGLI SPORTELLI BPER

“A noi i Vietnam legali non piacciono” ma “sin dall’inizio opportuno segnalare questo pericolo legale”. Ad esempio evidenziando nel prospetto che “un organo di gestione che agisca nel rispetto della legge non potrebbe deliberare legittimamente” la vendita degli sportelli a Bper.

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