Economia

Perché servirà una soluzione condivisa fra Intesa e Ubi. Parla De Mattia (ex Bankitalia)

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Conversazione di Start Magazine con l’editorialista Angelo De Mattia, già in Banca d’Italia, sull’Ops di Intesa Sanpaolo su Ubi Banca e non solo

 

Meno pandemia, più finanza. Passata, almeno per ora, l’emergenza per il Covid-19 i media ricominciano ad occuparsi di mosse e contromosse per scalare aziende e per ritagliarsi un ruolo sempre maggiore nel sistema del credito e delle assicurazioni. Sul tavolo due grandi operazioni: l’offerta pubblica di scambio lanciata da Intesa Sanpaolo per prendersi Ubi Banca, la richiesta di Leonardo Del Vecchio alla Bce di salire fino al 20% nel capitale di Mediobanca, il maggiore azionista del gruppo Generali (che nel frattempo diventa azionista di Cattolica Assicurazioni).

Di questi due importanti progetti Start Magazine ha parlato con Angelo De Mattia, già capo della segreteria particolare con Antonio Fazio governatore della Banca d’Italia, oggi editorialista di Avvenire e di Mf/Milano Finanza.

QUANTO RIUSCIRA’ AD ACCAPARRARSI INTESA SANPAOLO?

La questione più dibattuta negli ultimi giorni riguarda la quota di Ubi Banca che Intesa Sanpaolo riuscirà a portare a casa. “Cominciamo con una premessa: occorre cautela, c’è un’offerta in corso, c’è un mercato, ci sono gli interessi delle banche e del sistema”, puntualizza De Mattia che poi spiega: “Se Intesa Sanpaolo raggiungerà il 66% si otterrà un’aggregazione vera e propria, i cui termini, modi, tempi e conseguenze verranno valutati. Se invece non riuscirà ad avere la maggioranza qualificata ma solo il 50% più un’azione questo fa ritenere raggiunto l’obiettivo dell’Ops perché la banca offerente (Intesa Sanpaolo, ndr) ha detto che l’operazione nel caso sarà riuscita e accoglierà il risultato”.

Ciò detto, “nasce però un problema di convenienza”, afferma De Mattia, perché “con un quadro azionario in cui c’è una maggioranza assoluta ma non qualificata secondo le regole del diritto societario e statutario Ca’ de Sass non può arrivare a integrare Ubi Banca nella propria realtà aziendale”.

E qui potrebbero sorgere dei problemi: “La convivenza tra gli azionisti e l’operatività concreta potrebbero risentirne. A quel punto tutto si deciderebbe tutto nelle assemblee dove l’azionista di maggioranza può far sentire il proprio peso”.

Insomma, non c’è dubbio che “è preferibile arrivare a un modus vivendi fondato sulla convergenza – come sarebbe auspicabile perché altrimenti tutto diventa più faticoso e più complesso – in cui gli interessi di entrambe le parti siano ben considerati. In più c’è un organismo di Vigilanza attraverso il quale arrivano i via libera preliminari ma poi su tutto dominano due punti, come ha detto Andrea Enria nell’intervista al Sole 24 Ore, ovvero e la sana e prudente gestione”.

Questa, tiene a sottolineare, “è la visione in lontananza di un osservatore esterno”, secondo il quale, “serve una soluzione concordata e consensuale, è meglio per entrambi i gruppi”.

LA QUESTIONE DELLA CESSIONE DEGLI SPORTELLI A BPER

Nel frattempo Intesa Sanpaolo ha aumentato da 400-500 a 532 gli sportelli da cedere a Bper a conclusione dell’operazione come richiesto dall’Autorità per la Concorrenza e il Mercato. “Si vedrà se basta – rileva De Mattia -. In altre circostanze questa azione ha avuto una sua importanza, qui però bisogna valutare se si tratta di una mossa esaustiva sia per il quantum sia perché l’Antitrust potrebbe dire che bisogna pure incidere su altro”.

Ovviamente si tratta di valutazioni che spettano all’Agcm e comunque “in questi casi di sicuro si tiene conto anche dei precedenti. Comunque l’obiezione dell’Authority era centrata sui mercati locali e questo intervento va a incidere proprio sui mercati locali. Poi bisogna vedere le caratteristiche dei mercati assunte come elemento per dire se c’è una posizione dominante”.

E DEL VECCHIO COSA FA?

A tenere banco nella finanza italiana nelle ultime settimane, come dicevamo, oltre all’offerta pubblica di scambio di Intesa su Ubi, anche le mosse del patron di Essilor Luxottica, Leonardo Del Vecchio, che ha chiesto di salire a Francoforte di salire fino al 20% di Mediobanca. Un trambusto che l’editorialista esperto di questioni bancarie e finanziarie non condivide affatto. “Del Vecchio si è detto disponibile ad agire in maniera non traumatica, Enria ha detto che la Bce sta valutando secondo parametri di sana e prudente gestione e di formazione dell’assetto azionario che risponda ai requisiti fissati dalla direttiva europea. Non capisco tutto questo bailamme”. E poi, nota, “questa storia di Mediobanca come porta d’ingresso di Generali mi pare sopravvalutata”.

Stesso discorso per quanto riguarda la paura di scalate da parte di investitori stranieri. “Non condivido affatto questa storia di ‘Hannibal ante portas’. C’è un imprenditore che ha una sua disponibilità, forse è l’unico in Italia che ha una disponibilità del genere. C’è la Vigilanza che valuterà alla luce dei suoi criteri se Del Vecchio può salire nell’azionariato o no. Basta. Sono contrario a questa modalità di gridare ‘al lupo, al lupo’. E non c’è alcun bisogno di attivare la golden power, c’è solo da rimettersi alle valutazioni della Vigilanza. E poi, insomma: non ci si può mettere a  polemizzare sulla scelta degli imprenditori”.

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