Economia

Perché purtroppo sui conti pubblici non ci sono al momento vie di fuga dall’ortodossia rigorista

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Si pesta acqua nel mortaio, mentre la situazione tende a divenire sempre più precaria. Che non si possa andare avanti è fin troppo evidente. Che si debba cambiare pure. Servono solo uomini di buona volontà (In Italia, ma anche e soprattutto in Europa) capaci di navigare in queste acque incognite. Il commento di Gianfranco Polillo, già sottosegretario al ministero dell’Economia

 

Dagli interventi resi da Banca d’Italia e dall’Ufficio parlamentare del bilancio, nelle audizioni alle Commissioni bilancio di Camera e Senato sul Def, emerge soprattutto una conferma. Al di là dei singoli aspetti, di cui si può più o meno discutere, l’economia italiana è definitivamente entrata in un cul de sac. Da cui è quanto mai difficile se non impossibile uscire, insistendo su ricette di tipo convenzionali. Quelle seguite dal 2007 in poi, aventi come principale bersaglio e parametro di riferimento: il deficit di bilancio e quindi il debito. E solo in seconda battuta l’economia reale, il tasso di crescita, i rapporti di cambio. Che ancora esistono, come parametro di produttività, seppure resi poco visibili dall’esistenza di un’unica moneta.

Di fronte alle incertezze del futuro sia l’UPB che la Banca d’Italia, non hanno voluto questionare sul quadro macro-economico, presentato dal Ministro Tria. Che il tasso di crescita per il 2019 sia lo 0,2 per cento, oppure abbia segno meno, come prevede l’OCSE, conta poco. Non si sta partecipando ad una gara di velocità dove contano anche i centesimi di secondo. Comunque la di metta, si è, infatti, di fronte ad un risultato largamente insoddisfacente. Con la quasi unica certezza che, in prospettiva, non potrà che andare peggio. Quando tutti i nodi verranno al pettine. E per averne contezza non si dovrà necessariamente aspettare il prossimo ottobre quando, con la Nota di variazione al Def, il Governo sarà obbligato a scoprire le carte. I mercati, com’è noto, non aspettano l’ultimo momento. Non devono nemmeno conoscere il dettaglio. Basta loro il sospetto che le cose non vanno, per determinare una reazione proporzionata al danno ipotizzato.

Hanno ragione? Basta guardare ai dati. L’economia non cresce un po’ perché la domanda estera non tira come prima. La crisi tedesca, le bizze di Donald Trump, i dazi e la possibile spirale protezionista. Ma non è questo il freno più forte. L’ostacolo principale è dato dalla maggiore flessione della domanda interna. Problema che in Italia si trascina dal 2012, senza che vi sia stato qualcuno in grado di porsi seriamente il problema e cercare una soluzione. E che, anche nel 2019, sia questo il principale intoppo è dimostrato dal forte attivo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti. Che lo stesso Tria stima nel 2,5 per cento del Pil. Percentuale identica (più o meno) a quella degli anni passati. Elemento quasi inossidabile della realtà italiana. Ora se le esportazioni rallentano, ma il surplus rimane identico, l’unica spiegazione possibile è data dal fatto che le importazioni diminuiscono in misura maggiore. Proprio a causa di una più forte caduta della domanda interna.

Se si parte da questo dato, qualsiasi ragionamento in termini di deficit pubblico e di debito può, anzi deve, essere rovesciato. Solo per scongiurare l’aumento dell’IVA servono 23 miliardi. Poi ci sono le altre spese: reddito di cittadinanza e “quota cento” per le pensioni, ormai a regime e quindi con un onere presumibilmente maggiore di quello scritto in bilancio. A questo si sommano le normali spese inderogabile, senza considerare il costo annuo delle cosiddette politiche invariate (rinnovi contrattuali, spese per il personale e via dicendo). Solo questo coacervo di oneri porta ad un totale di circa 30 mila euro. Dove trovare le coperture? Si può far aumentare l’IVA o compensare il gettito con nuove imposte, L’eliminazione delle eventuali detrazioni e deduzioni fiscali – le cosiddette tax expenditures – avrebbero lo stesso effetto. Alla fine si avrebbe, comunque, un aumento della pressione fiscale. Per non parlare poi di un’eventuale patrimoniale che sarebbe addirittura esiziale.

L’effetto di una simile manovra sarebbe quello di ridurre ulteriormente la domanda interna, accentuando la contraddizione di fondo che caratterizza l’attuale situazione italiana. Si eviterà, infatti, di far crescere deficit e debito in valore assoluto, ma si abbasserà notevolmente la soglia del reddito nazionale, destinato a mostrare un segno ancor più negativo. Il risultato ultimo sarà quello di un rapporto deficit – Pil e debito – Pil ben superiore al dato di partenza. Una manovra deflazionistica è quindi da escludere. Sarebbe, forse, socialmente più sostenibile una riduzione della spesa (spending review), piuttosto che un aumento delle tasse, ma il paradosso rimane immutato. Anche in questo caso i successivi equilibri finanziari sarebbe peggiori rispetto al punto di partenza.

Se operare fiscalmente presenta gli inconvenienti denunciati, si potrebbe allora lasciar aumentare il deficit dei 25 o 30 miliardi di cui si è detto in precedenza. Calcoli già effettuati indicano che, in questo caso, che il rapporto deficit – Pil si assesterebbe su un livello intorno al 3,5 per cento. Comunque superiore a quanto consentito dalla Regola di Maastricht. Scatterebbe, allora, una procedura d’infrazione da parte della Commissione europea? Si spera (per la verità con scarso fondamento) nei risultati delle prossime elezioni. Per neutralizzare le pruderie dei rigoristi. Possibile: ma come reagiranno i mercati finanziari? Questa è la grande incognita. Se gli spread, com’è probabile, dovessero aumentare, gli effetti sul credito sarebbero immediati. Aumenterebbero gli interessi a carico dei debitori della banca ed anche la selezione del credito diverrebbe più aspra. Risultato? Una stretta sul piano produttivo. E quindi risultati simili, se non identici a quelli visti in precedenza.

Comunque la si metta, finché si resta della gabbia dell’ortodossia, non esistono vie di fuga. Si pesta acqua nel mortaio, mentre la situazione tende a divenire sempre più precaria. Che non si possa andare avanti è fin troppo evidente. Che si debba cambiare pure. Servono solo uomini di buona volontà capaci di navigare in queste acque incognite.

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