Economia

Perché preoccupa il negazionismo economico (soprattutto del Movimento 5 Stelle). Il commento di Polillo

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Si cercano operazioni di distrazione di massa per mettere la sordina alla mancanza di prospettive. Nell’esorcizzare il fantasma di un nemico che congiura contro la lieta novella. Una linea fin troppo debole di fronte al dipanarsi di una crisi che crea la profonda incertezza che il Paese sta vivendo. Il commento di Gianfranco Polillo, già sottosegretario al Mef

 

Vi sono vari tipi di negazionismo. Si può sostenere, ad esempio, che l’olocausto non sia mai avvenuto. Che i massacri delle foibe, di cui in questi giorni dopo anni di oblio si è celebrata la memoria, erano solo il frutto di una cattiva propaganda. Che non c’è stato nessuno sbarco sulla luna e che gli attentati dell’11 settembre contro le torri gemelle altro non sono state che un’ignobile operazione della Cia. E via dicendo. Oggi, tuttavia, è il negazionismo economico a destare le maggiori preoccupazioni. Il non prendere atto della grave crisi che il Paese sta attraversando. Il nascondere la testa sotto la sabbia, nella speranza di guadagnare qualche giorno. E con esso consolidare una maggioranza parlamentare, che reca al suo interno insanabili contraddizioni.

L’occultamento si nutre di fragili difese. L’ottimismo di maniera. “Vedrete – come dice il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte – il 2019 sarà bellissimo”. La recessione, per la sua esclusiva valenza internazionale, era prevista. Ma grazie alla manovra espansiva recupereremo il tempo perduto. E quando finalmente entrerà in funzione il “reddito di cittadinanza “sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno”. Come cantava Lucio Dalla nel suo disperato “L’anno che verrà”.

Ci si arrampica, così, sugli specchi, in spericolati esercizi di equilibrismo, per far fronte al susseguirsi dei dati negativi che mandano in onda un film completamente diverso. Da un lato le previsioni dei principali organismi nazionali ed internazionali (Fondo monetario, Banca d’Italia, Ocse, Commissione europea, solo per citarne i principali), dall’altro le rilevazioni sul campo da parte dell’Istat. Il doppio calo del Pil negli ultimi due trimestri, il crollo della produzione industriale. Mai così devastante: meno 5,5 per cento. Il dato peggiore dal 2012. Contro i quali si spuntano le armi del negazionismo e del giustificazionismo: la doppia faccia di una stessa medaglia.

Lo spettacolo non è dei migliori, anche se non è la prima volta che vi si assiste. All’ottimismo di maniera hanno fatto sempre ricorso i vari governi, per giustificare la loro azione politica. In tutti questi casi, la speranza, ultima a morire, era che, in qualche modo, la situazione potesse migliorare. Che si potesse far leva su un corno dell’eventuale contraddizione – “i ristoranti sono pieni”, “tutti hanno i telefonini” – per occultare o nascondere ciò che non si voleva far vedere. Il tutto basato su un fondamento dotato di una qualche oggettività. Il tempo che deve trascorrere prima che l’effettiva percezione della crisi si diffonda e diventi strumento di contestazione degli equilibri politici dominanti.

L’impressione è che questi tempi abbiano subito, come mostrano i risultati elettorali dell’Abruzzo, una forte accelerazione. Ci vuole intelligenza, anche per raccontare quelle bugie, che sono poi il sale della politica. La doppiezza di Palmiro Togliatti, da questo punto di vista, resta un esempio luminoso. Predicava la rivoluzione, ma intanto praticava il consociativismo per garantire il normale funzionamento delle Istituzioni.

Soprattutto i 5s telle hanno operato ed operano in modo contrario. Costringendo la stessa Lega a inseguirli su un terreno sdrucciolevole. La Banca d’Italia indica un tasso di crescita inferiore alle “taroccate” previsioni governative? Ed ecco subito l’accusa di inaffidabilità. Il Fondo monetario segue a ruota? Ed allora meglio inveire contro questi “burocrati che affamano i popoli”. La normalità: ecco il requisito essenziale di una qualsiasi bugia. Il successo di una piccola scappatella extraconiugale è garantito se occultato nella routine. Inventarsi, invece, eventi eccezionali, per trovare gli spazi necessari, contribuisce ad alimentare il sospetto. Solleva interrogativi. Accende riflettori dove, invece, sarebbe bene non dare nell’occhio.

Le polemiche sguaiate, quando non si è andati oltre, hanno, invece, agito da denominatore. La Banca d’Italia andava punita, per non essersi appiattita ai voleri del principe. Quindi bastone e niente carota. L’intervento a gamba tesa sulle nomine interne dell’Istituto ne è la dimostrazione. Con buona pace dei Trattati europei che garantiscono l’autonomia e l’indipendenza dell’Istituto. In precedenza c’erano state le dichiarazioni di Rocco Casalino contro i tecnici del Mef. Le accuse contro la “manina” ministeriale che si presumeva avesse alterato i testi di un provvedimento legislativo. Lo scontro continuo con l’Inps di Tito Boeri. Che non sarà pure uno stinco di santo, rispetto ai desiderati governativi, ma che, in quanto presidente di un Istituto così importante, merita comunque rispetto, quando agisce all’interno delle sue prerogative istituzionali.

Errori che si moltiplicano. Come dimostra l’ultima intervista di Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria al Corriere della Sera. Troppe le minacce contro chi esprime liberamente il proprio pensiero. “I giornali muovono appunti – fa osservare – e allora si fa una legge per togliere loro i contributi; qualche nostro imprenditore dissente e guarda caso ci dicono che interverranno proprio nel settore in cui opera; i sindacati vanno in piazza e nel mirino finiscono le pensioni dei sindacalisti; la Banca d’Italia dice che la manovra non va bene e allora va azzerata; noi difendiamo le imprese e ci vogliono punire dal lato delle aziende partecipate”. Pure e semplici vendette, come in tutti i regimi illiberali, contro tutti coloro che non scodinzolano: irreggimentati.

Troppo facile non cogliere il lato profondamente antidemocratico di queste posizioni. Nella zoppicante grammatica grillina è saltata ogni distinzione tra la politica politicienne ed il rispetto che, comunque, si deve alle Istituzioni. Ed allora il corto circuito diventa inevitabile. Alessandro Di Battista può incontrare tutti i gilet gialli che vuole. Ma non può farlo Luigi Di Maio che è il vice presidente del Consiglio, nonché ministro di ben due dicasteri. E poco importa che sia anche Capo del movimento. Questa semmai è un’aggravante. E seppure Emmanuel Macron, com’è evidente, abbia commesso degli errori, non è detto che quel cattivo esempio debba essere imitato.

Questo provvisorio elenco non è altro che il riflesso di quel negazionismo economico, che si diceva in precedenza. Si cercano operazioni di distrazione di massa per mettere la sordina alla mancanza di prospettive. Nell’esorcizzare il fantasma di un nemico che congiura contro la lieta novella. Una linea fin troppo debole di fronte al dipanarsi di una crisi che crea la profonda incertezza che il Paese sta vivendo. Il nemico pubblico numero uno che impedisce qualsiasi resilienza.

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