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Inflazione Stati Uniti

Perché l’inflazione non spaventa gli Stati Uniti

Che cosa succede nell'economia degli Stati Uniti. Il punto di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM (Italia) SGR. 

L’aprile dei mercati finanziari è stato caratterizzato da volatilità. Il rendimento del Treasury a dieci anni ha guadagnato circa cinquanta punti base e le borse hanno registrato una flessione ma, tutto sommato, i listini hanno tenuto botta alle notizie dalla politica e all’aggiornamento delle aspettative sulle future mosse della Federal Reserve.

L’aumento dei prezzi è stato superiore alle attese, il Personal Consumption Expenditure, l’indicatore dei prezzi preferito dalla Fed, è salito a 2,7%, rispetto al previsto incremento di 2,6% (2,5% la rilevazione di febbraio). È stato oltre le attese anche il PCE di base, al 2,8% rispetto alle attese di 2,7%.

La reazione dei mercati è stata blanda, l’aumento dei prezzi non è stato tale da erodere ulteriormente l’ipotesi di un taglio dei tassi d’interesse quest’anno. I rendimenti obbligazionari sono scesi lungo tutta la curva, la scadenza a due anni è scesa di 0,02 punti percentuali al 4,98%, il decennale è sceso di 0,05 punti percentuali al 4,66%.

Il primo dei sei-sette tagli di cui si favoleggiava a gennaio oggi è pienamente prezzato nella riunione della Fed del 6-7 novembre, subito dopo le elezioni presidenziali. L’inflazione non ha impressionato i mercati ma è un brutto colpo per la campagna elettorale di Biden, buona parte della sua credibilità si giocherà nella performance dell’economia e nel controllo dei prezzi, la “tassa iniqua” che colpisce di più i redditi più bassi.

Il dato di inflazione, la portata dell’aggiustamento della politica monetaria americana e le attese sul se e sul quando delle prossime azioni sui tassi hanno pesantemente condizionato lo Yen, ai minimi di trentaquattro anni rispetto al dollaro. I trader non scommettono sulla capacità della banca centrale di reagire con interventi tempestivi e adeguati, con un rapporto debito/ PIL attorno al 260% la Bank of Japan deve muovere i tassi con molta cautela.

L’inflazione non spaventa quando l’economia rallenta: nel primo trimestre gli Stati Uniti sono cresciuti dell’1,6% su base annua rispetto al 3,4% del trimestre precedente, molto al di sotto delle previsioni di 2,5%. Nonostante il rallentamento del Pil, gli Stati Uniti hanno riconquistato la piena primazia della leadership economica mondiale, il Wall Street Journal del 25 aprile scorso dava evidenza a quel “singolo numero che descrive la statura economica dell’America”, quel 26,3% che è la parte del Pil globale rappresentato dagli Stati Uniti.

Dal 2018 la quota dell’Europa è scesa dell’1,4%, quella del Giappone di 2,1%, la componente degli Stati Uniti è aumentata di 2,3%. Dal 2018 anche la Cina è cresciuta ma “invece di superare gli Stati Uniti come economia più grande del mondo, l’economia cinese è scesa al 64% di quella statunitense rispetto al 67% del 2018”.

Sono almeno due le macro-ragioni che spiegano la resilienza dell’economia americana.

Una è di carattere strutturale, consiste nell’ordinamento liberal-democratico proprio delle democrazie occidentali. Il sistema del libero mercato è ancora il migliore, o il meno peggio, per garantire la flessibilità e l’adattabilità del sistema economico.

La ragione di natura congiunturale è invece nel ciclo costante di ricerca, innovazione e implementazione che ha sempre caratterizzato l’economia americana: a differenza delle imprese di piccola e media dimensione che sono al cuore dell’architettura del sistema industriale europeo, i gruppi e le grandi società sono più aperti alle novità tecnologiche e all’adozione di nuovi processi e innovazioni che migliorano la produttività.

Costituisce invece motivo di preoccupazione, nel più lungo termine, il livello del debito pubblico: gli interventi a sostegno della domanda, il programma di investimenti nella transizione energetica e le spese per la difesa non ne fanno intravedere il contenimento, il programma di massicce emissioni sarà verosimilmente al centro dell’attenzione degli operatori nel prossimo futuro.

Nel breve termine l’ipotesi dell’atterraggio morbido tiene ancora, il Fondo Monetario ha rivisto al rialzo le stime di crescita, l’economia mondiale dovrebbe crescere quest’anno del 3,2% rispetto al 2,9% previsto sei mesi fa.

“L’economia globale rimane straordinariamente solida” si legge nel World Economic Outlook appena pubblicato: nonostante i problemi nelle catene di approvvigionamento, la guerra in Ucraina, lo sconquasso nel mercato dell’energia l’inflazione e la stretta monetaria, la recessione globale è stata evitata e le economie dei mercati emergenti non hanno subito particolari contraccolpi o arresti improvvisi.

Più deboli le prospettive nel prossimo futuro. La debolezza della produttività e il ridimensionamento del commercio internazionale, causato dalla minore globalizzazione e dalle tensioni geopolitiche, sono la “combinazione tossica” all’origine del rallentamento.

In Europa la stagione delle trimestrali è andata abbastanza bene e Christine Lagarde ha usato parole incoraggianti riguardo alle prospettive dei tassi. Ma se è vero che l’istituto di Francoforte non è “dipendente dalla Fed”, è altrettanto vero che non è estraneo né insensibile a ciò che la Fed farà.

L’inflazione nell’Eurozona è stata di poco sopra le attese ma resta in piedi l’ipotesi che a giugno la BCE tagli i tassi di un quarto di punto. Ma se la Fed non si muove, sarà dura per Christine Lagarde proseguire nel ciclo di graduale allentamento: il differenziale dei tassi farebbe pagare pegno all’euro nei confronti del dollaro, l’inflazione fatta uscire dalla porta rientrerebbe dalla finestra, ovvero dal maggior onere delle importazioni, quelle energetiche su tutte.

La concentrazione delle performance del listino americano e le valutazioni elevate esortano ad azioni difensive. Le potenzialità di crescita della borsa americana si attenuano ma, d’altro canto, le prospettive dell’economia restano ragionevoli, l’aggiustamento tattico può riguardare la mitigazione dell’esposizione allo S&P 500 con la diversificazione nelle azioni europee e, in particolare, nei settori bancario, del lusso e del “mining”.

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