Economia

Perché la Fed sosterrà debito e banche Usa senza vincoli astratti

di

Fed Powell

Con la svolta della Fed si torna al passato: è inutile che i mercati si aspettino una stretta sui tassi o comunque un irrigidimento monetario quando l’inflazione sta per arrivare al 2%. L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta per Teleborsa

Basta una parola per cambiare la politica monetaria americana: aggiungendo “media” con riferimento all’inflazione del 2%. Siccome non si dice in quale periodo pluriennale si calcola la media, che è mobile, il gioco è fatto: l’economia va sostenuta ad ogni costo, l’occupazione è prioritaria, la rendita finanziaria può andare a picco.

Erano quarant’anni che l’obiettivo della stabilità della moneta, con un tasso di inflazione vicino ma non superiore al 2%, era diventato un mantra ossessionante.

La nostra storia, quella degli Usa e quella dell’Italia si è piegata davanti a questo tabù, che ha creato ricchezze immense e povertà spaventevoli.

L’inflazione americana in tutti gli anni Settanta dipese dalla svalutazione del dollaro e dalla imposizione di dazi del 10% sulle importazioni: era ovvio che i prezzi all’importazione salissero e di conseguenza quelli interni. Il fatto è che il costo di produzione americano era più alto dei concorrenti, nonostante il rincaro della svalutazione e dei dazi. Più denaro si metteva nel sistema, e più aumentavano i prezzi ma non la produzione interna.

Da allora il mondo è cambiato: non è più la domanda, i salari più alti o la maggiore spesa pubblica finanziata in disavanzo che alimentano la crescita, ma l’offerta. Mentre prima si diceva che ogni domanda crea automaticamente l’offerta corrispondente, il paradigma si rovesciò: è la offerta di beni e servizi che crea la domanda. Inutile aumentare i salari o la spesa pubblica, che fanno solo aumentare l’inflazione.

Il punto cruciale dell’inflazione sta nella stabilità della moneta dal punto di vista dell’investitore: se ha prestato del denaro ad un tasso nominale inferiore all’inflazione, ha perso una quota del suo capitale, un ammontare pari alla differenza tra il tasso di inflazione ed il tasso di interesse. Ci guadagna l’impresa che ha preso a prestito il capitale, perché restituisce del denaro che ha un valore inferiore.

Un tasso di interesse reale negativo, che si verifica quando i tassi di interesse sui prestiti sono inferiori al tasso di inflazione, sposta la ricchezza dalla rendita finanziaria alla produzione ed al consumo. Al contrario, un tasso di interesse reale positivo, che si verifica quando i tassi di interesse sui prestiti sono superiori al tasso di inflazione, è un costo reale ed effettivo a carico di chi ha usato il denaro tra il momento in cui lo ha ricevuto e quello in cui lo restituisce.

Per l’Italia, Paese di tarda e bassa industrializzazione, avere tassi si interesse reali negativi costituiva un fattore che avvantaggiava la produzione a danno della rendita.

Prendendo il debito pubblico, i tassi reali negativi avevano una funzione etica rilevante: chi investiva in titoli di Stato, anonimi, molto spesso era un evasore fiscale. I tassi reali negativi gli toglievano in linea di capitale ciò che non aveva pagato con le imposte sul reddito.

Il repentino aumento dei tassi di interesse in America negli anni Ottanta ha avuto come conseguenza la delocalizzazione delle imprese verso il Messico.

Il repentino aumento dei tassi di interesse in Italia ha portato:

all’esplosione del debito pubblico, per via dei tassi più alti di interesse ed al peggioramento del rapporto debito/PIL per via della contrazione del tasso di inflazione;

all’indebitamento crescente delle imprese di Stato, che pure si allineavano ai nuovi tassi di interesse, ed al fallimento a catena di tutto il sistema produttivo che aveva fatto i piani di investimento prevedendo tassi di interesse più bassi, negativi in termini reali, ed un aumento più rapido dei prezzi a cui avrebbero venduto sul mercato;

allo smantellamento del sistema delle imprese pubbliche per via del divieto di aiuti di Stato alle imprese che fu introdotto nel 1992 con il Trattato di Maastricht.

A questo si è aggiunto anche il Divorzio tra la Banca d’Italia ed il Tesoro, con cui è venuta meno la convenzione per cui i tassi di interesse erano stabiliti dal Tesoro e la Banca d’Italia comprava tutti i titoli non assorbiti dal mercato: anche il divieto di finanziamento monetario del Tesoro da parte della banca centrale fu sancito più tardi dal Trattato di Maastricht.

In pratica, il deficit annuale del bilancio è servito a partire dal 1992 per pagare la quota degli interessi per la quale non era sufficiente l’avanzo primario: la rendita finanziaria si è ingigantita. L’economia reale è stata penalizzata: la competitività si raggiungeva tagliando i salari, per battere la concorrenza. Un massacro mondiale.

Con la svolta di Jackson Hole si torna al passato: è inutile che i mercati si aspettino una stretta sui tassi o comunque un irrigidimento monetario quando l’inflazione sta per arrivare al 2%. La ripresa dopo la crisi in corso richiede interventi massicci, fiscali e creditizi.

La Fed sosterrà il debito americano ed il sistema bancario senza vincoli astratti: il 2% di inflazione non è più un vincolo.

Si torna ai tassi reali negativi: la rendita va azzerata a favore delle imprese.

In Europa, va mandato al macero il Fiscal Compact e tutta la paccottiglia di calcoli astrusi che lo accompagnava, dal Nawru all’Output Gap. Siamo stati costretti per anni a tenere la disoccupazione alta, al livello tale da non avere pressioni sui salari, ed a fare politiche recessive in quanto il Pil reale sarebbe stato superiore a quello potenziale, calcolato in un contesto di prezzi stabili.

Follie pure: abbiamo distrutto un Paese per arricchire la rendita parassitaria sui titoli di Stato.

(Estratto di un articolo pubblicato su Teleborsa)

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