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Perché il Messaggero di Caltagirone bombarda le università telematiche

Il basso numero dei professori delle università telematiche, unito al boom di iscritti, incide sulla qualità della didattica offerta. Che cosa succede nelle università telematiche come Unicusano, Pegaso, Unitelma e non solo? Cosa fa il ministero? Il quotidiano Il Messaggero prende posizione. Fatti, numeri e approfondimenti

Le ricche università telematiche sono nella bufera?

Il tema della formazione privata surriscalda gli animi in questa rovente estate 2023. Lo abbiamo visto dando conto di come si contorca il Sole 24 Ore pur di tornare a reclamare la propria fetta nel business dell’edutech e dei corsi post laurea. Ma è sulle università telematiche che si appuntano gli occhi di osservatori e addetti ai lavori, specie dopo che il gruppo Multiversity controllato dal fondo britannico Cvc, che possiede tra l’altro le università telematiche Pegaso, Mercatorum e San Raffaele, ha incamerato a sorpresa un rapporto privilegiato con la Pubblica amministrazione grazie a un’intesa firmata con il governo Meloni.

Ad accendere un ulteriore faro sul tema, e su come si formano le classi dirigenti e gli insegnanti del futuro, è stato il quotidiano Il Messaggero che ha sballottato le università telematiche, le quali – secondo le indiscrezioni di Start Magazine – stanno meditando di invertire la china in tema di immagine e di rischi normativi (come vengono definiti nel bilancio di Multiversity visti i potenziali interventi normativi e ministeriali sul numero di prof e non solo) con un report commissionato a un noto centro studi.

Ecco tutti i dettagli.

COSA SCRIVEVA IL MESSAGGERO QUALCHE SETTIMANA FA

“La sfida tra colossi che vale 19 miliardi della formazione. Un fondo tutto italiano prova a difendere il business dall’arrivo dei fondi stranieri”: il titolo del Messaggero non lasciava adito a dubbi sulla posizione del quotidiano della famiglia Caltagirone a favore della società attiva nel campo della formazione del management e costituita su iniziativa del banker Francesco Canzonieri (ex Mediobanca) con Intesa Sanpaolo, Unipol, Confindustria, Coldiretti e Micheli Associati).

COSA SCRIVE ORA IL MESSAGGERO SULLE UNIVERSITÀ TELEMATICHE

“Il settore delle università telematiche – annota il quotidiano capitolino – deve riallineare gli interessi economici con la qualità dell’offerta. Del resto la formazione della nuova classe dirigente del Paese è un asset fondamentale. Per questo l’Agenzia nazionale vigilata dal Ministero dell’Università e della Ricerca, Anvur, ha messo sotto osservazione la modalità di gestione dell’offerta di digital learning da parte delle università telematiche che si distinguono per non essere ancora allineate alla qualità di quelle tradizionali”.

Il Messaggero recupera l’ultimo rapporto dell’Anvur dello scorso giugno e commenta: “Durante i corsi del 2022 le università tradizionali hanno messo a disposizione un professore ogni 28,5 studenti mentre nelle telematiche il rapporto sale a 384,8 studenti per docente. Questo determina costi inferiori e ricavi decisamente più elevati per organizzare una stessa tipologia di corso, senza garantire gli stessi standard qualitativi di formazione”.

Si legge infatti nel report: “L’’effetto combinato della riduzione dei requisiti di docenza richiesti per l’accreditamento dei corsi di studio, a fronte comunque di un aumento del numero dei docenti contestuale all’esplosione nel numero di iscritti, ha determinato il rilevante aumento del rapporto studenti/docenti, che è passato da 152,2 del 2012 a 384,8 del 2022 (un indicatore di circa tredici volte superiore rispetto alle università tradizionali)”.

Nell’articolo si riesumano anche le conclusioni di due mesi fa dell’Anvur: “Pensare che un’offerta formativa possa reggersi appaltando integralmente la docenza all’esterno dell’ateneo è ritenuto un elemento di scarsa attenzione alla qualità della didattica e alla centralità dello studente”.

“Il messaggio – sottolinea il quotidiano del gruppo Caltagirone – arriva a valle di una valutazione sulle università telematiche messe a confronto con quelle tradizionali: nessuna ha ottenuto una promozione a pieni voti da parte dell’agenzia: su 11 ben 8 hanno raggiunto un giudizio soddisfacente, solo una è considerata pienamente soddisfacenti e ben due sono finite sotto osservazione per mancanza di elementi di qualità fondamentali. Per quanto riguarda gli atenei tradizionali sette hanno ottenuto “molto positivo”, 30 “pienamente soddisfacente”, 42 “soddisfacente” e solo un caso risulta condizionato a future osservazioni”.

LE UNIVERSITÀ TELEMATICHE RICONOSCIUTE DAL MINISTERO

Accanto agli atenei tradizionali, a partire dagli anni 2000 sono state riconosciute anche in Italia le Università telematiche, che erogano corsi in modalità e-learning per tutti e tre i cicli della formazione superiore, con l’obbligo di svolgere in presenza solamente gli esami di profitto e la discussione della tesi. Come anticipato nello scorso paragrafo, attualmente sono undici, tutte di diritto privato:

Università telematica degli studi “IUL”

Università telematica “e-Campus”

Università telematica “Giustino Fortunato”

Università telematica “Guglielmo Marconi”

Università telematica internazionale “Uninettuno”

Università telematica “Leonardo da Vinci”

Università telematica “Niccolò Cusano”

Università telematica “Pegaso”

Università telematica “San Raffaele”

Università telematica “UNITELMA Sapienza”

Università telematica “Universitas Mercatorum”

IL DATA ROOM DI MILENA GABANELLI

“L’unica radiografia completa viene fatta nel 2009 e pubblicata nel 2010”, ricorda un articolo dell’estate 2020 pubblicato dal Corriere della Sera a firma Milena Gabanelli e Adele Grossi dal titolo assai eloquente: “Laurea: se la prendi all’università telematica è più facile e vale uguale”.

Nel pezzo si sottolineava che “l’allora Comitato Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario (Cnvsu), ente alle dipendenze del ministero dell’Istruzione e oggi sostituito dall’Anvur,” in quella occasione aveva rilevato “per molte delle università telematiche accreditate criticità: numero limitato di iscritti, eccessivo ricorso a personale a tempo determinato, forte squilibrio fra il numero dei professori e quello dei ricercatori, limitato svolgimento di attività di ricerca”.

Nel 2013, riporta ancora l’articolo pubblicato sul quotidiano di via Solferino, “viene istituita una Commissione di studio ad hoc e la relazione conclusiva conferma:
1) assenza di criteri determinati e chiari per valutare la qualità dell’offerta formativa;
2) assenza di regolamentazione rigida in merito all’istituzione dei corsi di laurea;
3) mancanza assoluta della definizione dei parametri di valutazione per l’attività di ricerca;
4) assenza di vincoli per il reclutamento del personale docente, rispetto anche alla possibilità di chiamata diretta ed eventuale passaggio poi alle università statali.
Si esprime anche il Consiglio Universitario Nazionale e aggiunge che spesso l’accreditamento avviene ex ante senza: verifica dell’attività di ricerca; idoneità delle modalità di svolgimento degli esami; idoneità nell’attribuzione dei crediti formativi; adeguatezza delle attività di laboratorio; verifica dei criteri di attribuzione di crediti per attività lavorative pregresse. Una panoramica così negativa da indurre la Commissione, sempre in quella relazione del 2013, a esprimersi chiaramente: «rilevata minore preparazione posseduta dai laureati nelle università telematiche rispetto a quella dei laureati nelle università tradizionali»”.

“Dal 2013 a oggi cosa è cambiato?” si chiedevano quindi tre anni fa Milena Gabanelli e Adele Grossi. “Non è chiaro perché di commissioni ad hoc non ce ne sono state altre, ma a leggere i rapporti di verifica dell’Anvur, ente pubblico vigilato dal Miur, la situazione non sembra rosea”.

E anche lì si sottolineava la scarsità di docenti: “Le regole che le università telematiche devono osservare sono molto meno rigide di quelle imposte alle università tradizionali. A cominciare dal corpo docente: al 2017 nelle università telematiche i docenti di ruolo sono complessivamente 211, a fronte dei 47.130 impiegati nelle università tradizionali”.

IL TAVOLO MINISTERIALE

Un anno dopo, il 14 ottobre 2021, finalmente rispondeva il governo Draghi emanando il D.M. 1154/2021, firmato dal ministro dell’Università e della Ricerca, Maria Cristina Messa, che ha modificato i requisiti didattici in termini di tipologia di docenti da garantire e di modalità di calcolo del numero degli studenti. Seguito dal Decreto Direttoriale 2711/2021 che ha specificato la tempistica per la verifica dei requisiti, fissandola al 30 novembre 2024.

Decisioni che hanno fatto infuriare le università telematiche che sostengono che tali linee non tengano in considerazione la natura del tele-insegnamento. Da qui un ricorso straordinario al presidente della Repubblica – ricordo poi bocciato – affinché fossero annullate le disposizioni sui livelli quantitativi del personale docente datato febbraio 2022. Il ministero ha così preferito convocare le parti al Tavolo delle Università telematiche che al momento non ha però partorito alcunché di significativo.

Sul sito del dicastero si rintracciano difatti poche informazioni in merito. Una di queste è una nota per la stampa del marzo del 2022 che si limita a riportare: “Il ministro dell’Università e della Ricerca, Maria Cristina Messa, ha presieduto oggi la riunione di insediamento del tavolo tecnico al quale hanno partecipato i rappresentanti delle università telematiche italiane. L’obiettivo del tavolo, le cui riunioni proseguiranno nei prossimi mesi e che vede la partecipazione anche del Consiglio Universitario Nazionale-CUN e dell’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca-ANVUR, è creare una sede istituzionale di confronto sulle tematiche di specifico interesse per la condivisione delle analisi e l’elaborazione di proposte. Nel corso della riunione è stata condivisa la centralità della esigenza di assicurare un’elevata qualità e sostenibilità dei percorsi formativi universitari, nell’ottica della migliore garanzia del diritto allo studio”.

COSA DICE L’ANAC

Sulle Università telematiche si è mossa da tempo anche l’ANAC, l’Autorità anti corruzione: “Nel processo di accreditamento, l’importanza del ruolo rivestito dalle Commissione di esperti della valutazione (CEV) induce a considerare tutti i possibili rafforzamenti delle procedure per la formazione delle Commissioni da parte dell’ANVUR affinché si possano evitare situazioni di conflitto di interesse dei componenti e possibili influenze improprie sugli stessi per agevolare/svantaggiare sedi o corsi di laurea”.

E in merito aveva individuato alcune possibili misure: “Ampliare, a fini di rotazione, il numero degli esperti valutatori, assicurando tuttavia un loro profilo qualitativo; prevedere misure di trasparenza relativamente alle procedure di formazione delle Commissioni (ad es. esplicitandone i criteri di scelta); valutare di volta in volta la compatibilità tra il ruolo di esperto della Commissione di esperti della valutazione (CEV) con quello di altri incarichi/cariche relative a funzioni di valutazione degli atenei (ivi compresa la presenza nei Nuclei di valutazione); assicurare, da parte degli atenei, una attenta verifica come sollecitata dall’ANVUR nella comunicazione delle nomine, sull’esistenza di situazioni di conflitto di interesse dei componenti delle CEV e, laddove venisse riscontrata, richiedere all’Agenzia la sostituzione del componente interessato”.

“Con riferimento al comportamento del corpo docente – scriveva sempre l’ANAC nel 2017 – si è avanzata l’ipotesi di ampliare il contenuto dei codici etici relativo ai doveri dei docenti con previsioni volte a evitare, da un lato, cattive condotte da parte dei professori (quali ad esempio, interferenze degli interessi personali del docente con lo svolgimento dei propri compiti istituzionali di didattica e ricerca, situazioni di conflitto di interesse nello svolgimento di esami di profitto o in altre funzioni didattiche anche in veste di componente di commissioni); dall’altro, a responsabilizzare maggiormente i direttori di dipartimento a vigilare sui comportamenti dei professori, anche attraverso apposite previsioni regolamentari.”

IL BOOM DEGLI STUDENTI ONLINE

Nell’inerzia ministeriale, a quanto pare non pungolata a sufficienza dall’ANAC e dalla sua stessa ANVUR, sta esplodendo il mercato dell’edtech o edutech, insomma dei corsi a distanza. La pandemia ha indubbiamente avvantaggiato atenei senza sedi fisiche e con l’infrastruttura necessaria per lezioni da remoto.

L’aumento della popolazione universitaria, dicono dall’ANVUR, è stato particolarmente rilevante per le università telematiche, alle quali nell’a.a. 2021/22 è iscritto l’11,5% degli studenti universitari, con dati in aumento anche per le università tradizionali non statali e in leggera diminuzione per le università statali tradizionali.

“Dell’aumento del numero di iscritti nel corso dell’ultimo decennio – si legge nel rapporto – hanno beneficiato in modo più significativo le università telematiche. Mentre le università tradizionali hanno registrato un leggero incremento di circa 2 mila studenti (erano circa 1,723 milioni nell’a.a. 2011/12 e sono circa 1,725 milioni nell’a.a. 2021/22), le università telematiche nello stesso arco temporale li hanno visti crescere di 180 mila unità (erano circa 44 mila nell’a.a. 2011/12 e si attestano a circa 224 mila nell’a.a. 2021/22). Nell’a.a. 2021/22 l’11,5% degli studenti universitari sono iscritti in atenei telematici, a fronte del 2,5% dell’a.a. 2011/12.”

La fotografia relativa all’a.a. 2021/22 vede, nell’ordine, 1,6 milioni di studenti iscritti alle università statali (82,2%), 224 mila iscritti alle università telematiche (11,5%) e 123 mila iscritti alle università non statali (6,3%).

Quanto al numero di diplomi di laurea rilasciati annualmente, questo è aumentato di circa il 16% in dieci anni ed è cresciuta la percentuale di coloro che si laureano nelle università telematiche, che nell’a.a. 2020/21 rappresentano circa il 10% del totale a fronte dell’1,7% dell’a.a. 2011/12

La questione del caro affitti che sta portando decine e decine di studenti a manifestare in tenda nelle piazze e nei parchi delle principali città universitarie del nostro Paese (Milano in primis) fa il resto. Non a caso proprio in questi giorni gira con insistenza uno spot di una università telematica che fa leva proprio sulle ingenti spese che una famiglia deve affrontare per mantenere un figlio fuorisede.

Un tempo i genitori iniziavano ad accantonare fondi per l’istruzione fin dal giorno del battesimo così da permettere, un giorno, ai figli di ottenere l’agognato “pezzo di carta”. Oggi, tra crisi e inflazione, meglio risparmiare e puntare su un pezzo di carta digitale. Ma ha lo stesso peso della pergamena tradizionale? A livello giuridico senz’altro,  a livello di qualità della didattica dopo aver letto i richiami dell’ANVUR qualche dubbio sorge…

ECCO COSTI E RICAVI DEL GRUPPO MULTIVERSITY

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