Economia

Perché il governo deve ascoltare le preoccupazioni dell’industria (che è fiacca in tutt’Europa)

di

industria 4.0

Il Punto di Giuseppe Sabella sull’andamento dell’industria manifatturiera in Europa

Circa 10 giorni fa, un’elaborazione di Istat ci ha fornito preziose indicazioni sull’andamento del settore manifatturiero nel triennio 2015-2017: il valore aggiunto della manifattura italiana è, infatti, sempre regolarmente aumentato più del valore aggiunto delle manifatture francese e britannica e in due anni su tre (2015 e 2017) anche più di quello della manifattura tedesca. Riferendoci al solo 2017: Italia +3,8%, Germania +2,7%, Regno Unito +2,3%, Francia +1,7%.

L’ANALISI DI MARCO FORTIS

Come ha fatto notare il vice Presidente della Fondazione Edison, Marco Fortis, in una sua elaborazione sulle pagine del Sole 24 Ore, “la manifattura è stata il vero emblema della riscossa della nostra economia dopo la lunga crisi 2008-2013: il motore di un’Italia che non è affatto fanalino di coda in Europa ma che ha saputo crescere in media del 7,4% nel quadriennio 2014-2017, cioè quasi il doppio del Pil”.

CHE COSA STA SUCCEDENDO

Ciò ci dice a chiare lettere che c’è un pezzo della nostra economia che viaggia ad alta velocità: è quel comparto – che dal manifatturiero si estende anche al commercio – i cui attori (le imprese in particolare) hanno saputo leggere con gli occhiali dell’innovazione la grande trasformazione che l’economia tutta sta attraversando. Si tratta, anche secondo fonti sindacali, di un 35% delle nostre imprese, la maggior parte delle quali ha trovato nel Piano Industria 4.0 (poi Impresa 4.0) una sponda importante per il proprio rilancio sui mercati; imprese che producono ricchezza e che – sempre secondo le medesime fonti – la ridistribuiscono con accordi di secondo livello.

IL SEGNALE DELL’INDICE PMI

Ecco perché va ascoltato con molta attenzione l’allarme che è arrivato in queste ore dall’indice PMI manifatturiero del Markit Group (Purchasing Managers Index) che registra una contrazione oltre le stime per l’attività del settore. L’indice PMI è sceso infatti a 49,2 punti da 50 di settembre contro stime per un calo 49,7. Si tratta del livello più basso da dicembre 2014. Quota 50 è la soglia di demarcazione tra espansione e contrazione del ciclo. L’indice è risultato al di sotto della soglia critica di non cambiamento di 50 per la prima volta da agosto 2016 sino a raggiungere il livello generale più basso in 46 mesi.

COME CALANO ANCHE GERMANIA E FRANCIA

Il rallentamento italiano non è tuttavia un caso isolato, anche se le proporzioni altrove sono meno preoccupanti. La crescita dell’economia manifatturiera dell’Eurozona nel suo complesso si conferma in una fase di frenata e il PMI finale del settore manifatturiero della zona euro è sceso a 52 punti ad ottobre, in calo rispetto alla stima flash pari a 52,1 punti e al dato finale di settembre di 53,2. Cala la Germania (52,2 punti ai minimi da 29 mesi) così come la Francia (51,2, minimo da 25), senza però infrangere la soglia critica di 50.

IL MONITO DI ASSOLOMBARDA

Ciò che non torna, in questo quadro, è l’assenza della percezione del problema da parte del governo: la questione industriale è completamente assente nella cosiddetta “manovra del popolo”. Il popolo probabilmente non comprende le technicalities di un provvedimento così complesso ma certamente è consapevole che senza industria non può esserci lavoro. Tanta distanza dall’economia reale non la ricordavamo. Ci ha pensato il presidente di Assolombarda, Carlo Bonomi, a denunciare “l’ostilità verso le imprese” e quanto la manovra sia scollegata dalla realtà.

Se il monito viene dalla mite e laboriosa Milano, significa davvero che il decisore ha smarrito l’orizzonte della politica economica.

Twitter: @sabella_thinkin

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