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Perché i subbugli in Germania sul Recovery devono impensierire Bruxelles e Draghi

Germania

Lo scontro fra la corte di Karlsruhe e Angela Merkel sul Recovery Fund non promette nulla di buono per Draghi e l’Ue. L’articolo di Tino Oldani per Italia Oggi

Sul Recovery Fund, in Germania si sta giocando una partita decisiva, che potrebbe segnarne non solo il rinvio nel tempo, ma addirittura la fine. In proposito, basta mettere in fila i tempi dello scontro in atto tra Angela Merkel e la corte costituzionale di Karlsruhe. La cancelliera ha fatto di tutto per mettere Karlsruhe di fronte al fatto compiuto. Ma la corte non è stata al gioco. Anzi, ha reagito con una rapidità fulminea, addirittura nel giro di poche ore, cosa mai vista finora, sconfiggendo di fatto la cancelliera, il cui potere, da quando ha annunciato le dimissioni per settembre, non sembra più quello di un tempo.Ecco la sequenza dei fatti. Lunedì 22 marzo viene depositato presso la corte di Karlsruhe un ricorso firmato da un gruppo di duemila euroscettici, guidati dall’economista Bernd Lucke, ex fondatore del partito di destra Alternative fur Deutschland (Afd), oggi a capo di un’associazione di cittadini. Nel ricorso si sostiene che il Recovery Fund, approvato il 14 dicembre dall’Unione europea, è incostituzionale sotto due aspetti: è in contrasto con la normativa Ue, che non consente di contrarre debito comune a favore dei singoli Stati; inoltre, prefigura l’introduzione di eurobond che costringerebbero la Germania a pagare tale debito anche per conto di altri paesi Ue, eventualmente inadempienti per default. Non solo. Nel ricorso, dettaglio curioso, si chiede che l’ipotesi di incostituzionalità del Recovery Fund sia discussa dalla corte di Karlsruhe prima che la legge tedesca per la sua accettazione sia firmata dal presidente della Repubblica federale, Frank-Walter Steinmeier.

Stranamente, questo ricorso viene ignorato dai media tedeschi, che concentrano l’attenzione sul dibattito iniziato nel Bundestag nello stesso giorno, lunedì 22, per l’approvazione del Recovery Fund. Un dibattito che dura pochi giorni e si conclude venerdì 27 marzo con l’approvazione di oltre due terzi del Bundestag. A quel punto, manca soltanto il sì del Bundesrat, la Camera che rappresenta i Lander, dove il dibattito, inizialmente, era previsto per maggio. Ma la Merkel, evidentemente informata del ricorso di Lucke, gioca d’anticipo e, nello giorno di venerdì, sottopone al Bundesrat la legge appena approvata dal Bundestag. In poche ore, il Bundesrat l’approva all’unanimità. Per il disco verde definitivo, manca soltanto la firma del presidente federale Steinmeier, data per scontata.

Questa firma, però, viene bloccata a tempo di record dalla corte di Karlsruhe, che poche ore dopo il sì del Bundesrat emette un secco comunicato: «Si ordina al presidente della Repubblica Federale di rinviare la ratifica dell’atto sulla decisione del Consiglio europeo del 14 dicembre 2020 sul sistema di risorse proprie dell’Unione europea fino alla decisione della Corte costituzionale federale. Il memorandum esplicativo sarà presentato più tardi». In buona sostanza, un rifiuto plateale del tentativo della Merkel di aggirare, con un fatto compiuto, il giudizio della Corte sul ricorso di Lucke.

Nei giorni seguenti, più che all’insolito stop ordinato da Karlsruhe, i media tedeschi hanno dato rilievo al fatto che dietro ai numerosi ricorsi presentati negli ultimi anni alla corte costituzionale sulle norme Ue vi era, puntualmente, un avvocato conservatore di Monaco, Peter Gauweiler, ex deputato della Csu, che agiva con i generosi finanziamenti del miliardario euroscettico, August von Finck, 91 anni, figlio dell’omonimo banchiere che finanziò l’ascesa di Hitler. Come dire: attenzione, gli euroscettici tedeschi sono la destra nostalgica del nazismo. Il che potrebbe essere vero. Ma prendersela con gli euroscettici, nazisti o meno, ricorda l’idiota che, invece della luna, guarda al dito. E la luna, in questo caso, è la costituzione della Germania, che, in ossequio a un principio cardine dell’ordoliberismo, impone un freno al debito (Schuldenbremse), prescrivendo come limite massimo un rapporto deficit-pil annuo dello 0,35%, valido per ogni governo.

Per fare fronte alla pandemia, questo freno è stato sospeso in via del tutto eccezionale per il 2020, quando il governo Merkel si è indebitato per 130 miliardi, e altrettanto si è deciso per quest’anno, con altro debito previsto di 180 miliardi. Ma un conto, per gli euroscettici tedeschi, è l’indebitamento di uno Stato, che opera con risorse proprie, mentre altra cosa sarebbe l’indebitamento dell’Ue, vietata dai trattati. Che sia questo un punto cruciale del ricorso a Karlsruhe, lo ammette anche la Faz: «Alla domanda se l’Ue debba davvero utilizzare molte più risorse proprie di quanto non faccia oggi per ripagare il debito, non è facile rispondere da un punto di vista giuridico. Ma politicamente significa la differenza tra una confederazione e uno Stato federale. Ciò non rende le cose più facili nei paesi Ue, come l’Italia, che stanno aspettando con urgenza i soldi».

Tra le righe, tutta da decifrare sul piano politico, vi è qui una risposta negativa a Mario Draghi, che si è detto a favore degli eurobond, pur ammettendo che oggi sono impossibili proprio perché l’Europa è una unione di Stati, ovvero una confederazione, e non uno Stato federale come gli Stati Uniti, con un bilancio federale e un’unica politica fiscale. «Prima di arrivare agli eurobond e a un vero bilancio Ue ci vorrà molto impegno politico e probabilmente passeranno molte generazioni» prevede Draghi. Per la Merkel, il Recovery Fund è il massimo possibile per adesso, un unicum irripetibile. Tesi minimalista, che la corte di Karlsruhe potrebbe però non condividere, in quanto contraria alla costituzione federale. Se così fosse, addio Recovery Fund. E rinvio certo dell’Europa federale alle future generazioni.

 

Articolo pubblicato su ItaliaOggi

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