Economia

Perché i mercati sono guardinghi

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Il Taccuino di Polillo fra politica e mercati

Troppe incognite sia sul piano internazionale che su quello interno limitano l’azione dei mercati, che restano prudenti. Un articolo di Les echos di ieri mattina descriveva la situazione parossistica in cui si trovano ad operare broker ed operatori di borsa dal 29 maggio in poi. Quel “martedì nero” che ha visto la borsa italiana precipitare e gli spread raggiungere i 350 punti base.

La “dette italienne” preoccupa non poco, anche oggi che la situazione si è parzialmente normalizzata. Sennonché la liquidità del mercato, per i titoli italiani, non è ancora tale da garantire un ordinato sviluppo degli scambi. Troppo forte e la differenza tra i prezzi “offer” e quelli “bid” ossia richiesti. E questa differenza eccessiva fa saltare i computer, i cui algoritmi prendono in considerazione variazioni più contenute. Si ritorna pertanto alla contrattazione a mano. Un segno poco rassicurante.

Del resto le cicatrici di quel martedì nero sono ancora evidenti nel listino. Dal giorno successivo, che ha rappresentato, con il suo rimbalzo, un punto di svolta, la maggior parte del listino delle blue chips è completamente fermo. Nei sedici giorni successivi la crescita media è stata del 2 per cento, grazie soprattutto ad alcune eccellenze. Mentre il Ftse-mib, che riflette il diverso peso della capitalizzazione, è cresciuto di poco più della metà. Mosche bianche sono state alcune banche e i titoli industriali. Sui quali, tuttavia, potrebbe abbattersi la scure dei dazi doganali.

La situazione italiana può tuttavia generalizzarsi a causa delle più forte turbolenze che si intravedono all’orizzonte dell’economia internazionale. La mossa di Donald Trump, che minaccia di inasprire il contenzioso con la Cina: alla 200 miliardi di scambi che potrebbero essere sottoposti al nuovo regime dei dazi lascia prefigurare una vera e propria escalation. I Cinesi rispondono a tono. E lo stesso Trump raddoppia la dose.

Se tutto ciò dovesse avverarsi, il contenzioso riguarderebbe un importo pari a 450 miliardi di dollari. E, come insegna la vecchia guerra del Vietnam, non è detto che questo rappresenti un limite invalicabile. Una volta entrati nel tunnel delle reciproche mosse e contromosse, il conflitto competitivo rischia di divenire incontrollabile. E trascinare con sé altri teatri. Come lo sono il Messico, il Canada e la stessa Europa.

Questa complessa situazione spiega la reazione di tutte le borse. In mattinata Shangai aveva chiuso con forti ribassi, seguite da tutte le borse asiatiche. Poi quelle del Vecchio Continente e a seguire Wall Street (il Dow Jones è addirittura sceso in negativo rispetto ai livelli di inizio anno). Uniche a resistere parzialmente alle vendite Madrid (-0,14%) e Milano: quest’ultima ha chiuso la seduta praticamente sulla parità (-0,07%) tenuta a galla da banche e utility. Ma durante la mattinata le perdite erano state consistenti, fino a raggiungere in apertura un calo dell’1,6%. Banco Bpm, regina della seduta, ha strappato fino a salire del 5,6%.

L’istituto, secondo il Sole 24 Ore, starebbe spingendo l’acceleratore sullo smaltimento degli Npl, con l’ipotesi che lo stock da cedere possa salire fino a 9,5 miliardi. Bene anche gli altri bancari, da Ubi (+3%) a Bper (+3,4%). In forma il comparto delle utility con Snam (+2%) e Terna (+1,7%). Sul finale si è verificato uno scatto da parte di Recordati (+2,66%) dopo l’indiscrezione che i fondi Cvc sarebbero in pole per rilevare una quota di controllo del valore di oltre 3 miliardi di euro. In fondo al listino si sono piazzate le St Microelectronics (-4,24%), che hanno sofferto come tutto il comportato.

Un quadro complicato, quindi, da decifrare. Ed a poco sono servite le previsioni OCSE, secondo le quali, la ripresa dell’Eurozona è destinata a proseguire, mentre l’Italia continua a collocarsi agli ultimi posti, con un ritmo di crescita calante rispetto al 2018. Si prevede un Pil in espansione, per l’anno successivo all’1,4 per cento, contro 1,5 del 2018, ed all’1,1 per il 2020. Ipotesi che hanno spinto Mario Draghi a dare nuove assicurazioni. La politica monetaria della Bce, nonostante la fine del quantitative easing, rimarrà prudente, almeno fin quando l’inflazione non mostrerà i denti.

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