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Perché Ferrero cestinerà l’olio di palma della malese Sime Darby

Ferrero Olio Di Palma

Ferrero ha sempre difeso strenuamente l’uso dell’olio di palma (forse non solo perché rende “unica” la Nutella) ma ora su Sime Darby, uno dei più grandi fornitori della Malesia, pesano gravi accuse. Tutti i dettagli

 

Si torna a parlare di Ferrero, ma non per i casi di salmonella. Questa volta, secondo quanto riportato da Reuters, l’azienda ha fatto sapere che interromperà l’approvvigionamento di olio di palma dalla Sime Darby Plantation dopo che il servizio doganale degli Stati Uniti ha scoperto che il conglomerato malese si è servito del lavoro forzato.

COSA HA DETTO FERRERO

Ferrero, interpellata dall’agenzia di stampa britannica, ha riferito di aver chiesto il 6 aprile scorso “a tutti i suoi fornitori diretti di smettere di fornire all’azienda l’olio di palma e l’olio di palmisti provenienti indirettamente da Sime Darby, fino a nuovo ordine”.

“Ferrero – ha aggiunto la società – rispetterà la decisione del servizio doganale degli Stati Uniti”.

I CONTROLLI DEGLI USA

Gli Usa ritengono di avere abbastanza prove che dimostrano il lavoro forzato da parte della Sime Darby, la quale, insieme ad altre cinque aziende del Sudest asiatico, negli ultimi due anni è stata sotto esame e ha portato gli States a bandirle alla dogana tutte con la stessa accusa.

LE CONSEGUENZE PER SIME DARBY

Sebbene l’85% dell’olio di palma usato da Ferrero provenga dalla Malesia, stando a Reuters, da Sime Darby ne acquista solamente lo 0,25%, e quindi la decisione di interrompere qualsiasi rapporto non dovrebbe ripercuotersi eccessivamente sull’azienda malese.

Questo però non potrà non intaccare la sua immagine poiché anche altri marchi come Cargill, Hershey e General Mills hanno già interrotto i rapporti.

LA REAZIONE DELLA BORSA

A proposito di reputazione, Reuters scrive che venerdì pomeriggio le azioni di Sime Darby erano in calo del 4%.

COME SI DIFENDE SIME DARBY

La società malese ha promesso “cambiamenti radicali” e ha detto all’agenzia di stampa di aver “fatto dei passi avanti nell’area dei diritti umani e che tutti i suoi stakeholder che sono impegnati nella sostenibilità possono essere sicuri del suo impegno e della sua leadership nel settore”.

“Ferrero – ha poi aggiunto – non è un cliente”. L’azienda italiana, infatti, rispondendo alle domande di Reuters, ha detto di non comprare direttamente da Sime Darby.

LA BUFERA SULL’OLIO DI PALMA

L’olio di palma è l’olio vegetale più utilizzato. Non solo per Nutella e Ferrero Rocher, ma anche per cosmetici e biodiesel. Economico e perfetto per mantenere morbidi i prodotti a lungo, è ormai da anni nell’occhio del ciclone a causa sia della diffusa deforestazione nel Sudest asiatico e dello sfruttamento dei lavoratori migranti che per motivi di salute.

Nel 2016, infatti, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) ha pubblicato un documento che indica come i processi di raffinazione sviluppino nell’olio di palma sostanze potenzialmente cancerogene, in percentuali da 6 a 10 volte superiori rispetto ad altri oli vegetali.

LA STRENUA DIFESA DI FERRERO SULL’OLIO DI PALMA

Nonostante tutto, Ferrero è sempre stato uno strenuo difensore dell’uso dell’olio di palma. Il responsabile acquisti della Ferrero, Vincenzo Tapella, nel pieno della polemica aveva detto che “escludere l’olio di palma dalla Nutella porterebbe alla produzione di un surrogato di qualità inferiore e rappresenterebbe un passo indietro”.

A voler pensar male, però, la ragione potrebbe essere un’altra. Secondo i calcoli fatti da Reuters nel 2017, quello estratto dai frutti della palma è l’olio vegetale più economico disponibile sul mercato, con un prezzo di circa 800 dollari alla tonnellata rispetto agli 845 dollari dell’olio di girasole e ai 920 dell’olio di canola, due possibili sostituti.

Poiché Ferrero utilizza circa 185 mila tonnellate di olio di palma all’anno, ai prezzi dell’epoca, la sostituzione sarebbe costata all’azienda un extra tra gli 8 e i 22 milioni di dollari all’anno.

Ferrero ai tempi si è rifiutata di commentare.

LA PIAGA DEL LAVORO FORZATO

Circa l’80% della forza lavoro per l’olio di palma in Malesia, secondo Reuters, è composto da migranti provenienti da Indonesia, India e Bangladesh. Il Paese è secondo solo alla vicina Indonesia per produzione e, in teoria, ha una migliore reputazione di sostenibilità.

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