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Perché Del Vecchio brinda per il no di Orcel a Mef su Mps

Del Vecchio

Pensieri e strategie di Del Vecchio non solo su Generali e Mediobanca. L’articolo di Emanuela Rossi

 

Alla tenera età di 86 anni Leonardo Del Vecchio non è domo e continua a darsi da fare per lasciare il segno nella finanza italiana. Socio di Unicredit (con l’1,9% del capitale), Mediobanca (dove è azionista di maggioranza con quasi il 20% in mano alla sua holding Delfin) e Generali (con oltre il 5,318% del capitale), il fondatore di Luxottica sta tessendo la sua tela per diventare un azionista di peso in Generali. Al momento la quota del patto Del Vecchio-Caltagirone-Fondazione Crt è al 12,939% mentre il primo socio è Mediobanca con il 13%.

Nella scalata alla compagnia assicurativa, ora, l’imprenditore veneto potrebbe trovare un utile alleato in Andrea Orcel, l’amministratore delegato di Unicredit che – con il suo no ad accaparrarsi Montepaschi dopo mesi di trattative con Via XX Settembre – oltre a far innervosire (dicono) qualcuno dalle parti di Palazzo Chigi si è liberato per altre avventure.

D’altronde, Del Vecchio – che apprezza da tempo Orcel, da quando il banchiere romano si occupò della fusione fra Unicredit e Credito Italiano, nel 1998 – è stato ben felice del suo arrivo a piazza Gae Aulenti e anzi lo ha sponsorizzato per questo incarico.

IL PROGETTO DI DEL VECCHIO SECONDO CINGOLANI

Ma dove vuole arrivare il grande vecchio dell’impresa italiana? Secondo Stefano Cingolani, editorialista del Foglio, “Del Vecchio adopera Unicredit come banca di riferimento e veicolo per le sue operazioni finanziarie che partono dal Lussemburgo attraverso la Delfin”. Fin qui, nulla di strano visto che ne ha in tasca quasi il 2%. Ora però “è sempre più chiaro che ha in mente di favorire la nascita di un campione della finanza con radici che partono dall’Italia e si diramano in Europa, mettendo insieme una grande banca generalista, già forte nella Mitteleuropa (Unicredit), una banca d’affari dinamica che ha superato meglio di ogni altra le crisi e le peripezie finanziarie dell’ultimo decennio (Mediobanca) e uno dei principali gruppi assicurati europei (Generali) che è stato frenato dal suo principale azionista, cioè la Mediobanca gestita da Alberto Nagel”.

In un quadro del genere ecco dunque che la fusione per incorporazione di Rocca Salimbeni sarebbe stato un ostacolo ai progetti del vegliardo finanziere. “L’acquisizione del Montepaschi, per quanto finanziata dal governo – scrive ancora Cingolani -, avrebbe il chiaro risultato di ingessare Unicredit per i prossimi anni: digerire Mps potrebbe diventare ancor più complicato di quanto non sia stato metabolizzare Capitalia”.

LE CRITICHE DI DE MATTIA ALLA GESTIONE NAGEL&CO.

Sulla stessa lunghezza d’onda di Del Vecchio sembrerebbero le critiche di Angelo De Mattia, ex Banca d’Italia, che dalle colonne di Milano Finanza ha esortato gli attuali vertici di Piazzetta Cuccia ad alcuni “impegni essenziali”: ad esempio “maggiore vigore strategico, chiarezza di scelte, protagonismo consentito dal nuovo contesto, definizione stabile del rapporto con la partecipata Generali che non può più essere il rapporto dell’epoca di Cuccia”. Scrive ancora De Mattia: “Ci si può accontentare dei risultati oggi non disprezzabili, sperando in una loro riproposizione a lungo termine, oppure da questi si può partire per rilanciare l’Istituto all’interno e a livello internazionale, muovendo da una base solida oggi esistente. È ovvio che quest’ultima alternativa dovrebbe con lungimiranza essere abbracciata”.

Secondo l’ex braccio destro del governatore Antonio Fazio, “in questo senso va interpretata anche l’azione di Leonardo Del Vecchio con Franco Caltagirone, la quale insieme con quella di altri soggetti, guarda ai due poli, Mediobanca e Generali”. Si tratta di fare “di questa competizione, perché di ciò si deve parlare – prosegue con grande chiarezza l’editorialista – un passaggio per lo sviluppo di entrambi gli intermediari, rinunciando a colpi di retroguardia o a presunte difese degli interessi nazionali o generali, quando non dell’evocazione di ‘Hannibal ante portas’”.

LA BOCCIATURA DI DEL VECCHIO ALLE REMUNERAZIONI IN MEDIOBANCA

Nel frattempo il patron di Essilor-Luxottica continua nella sua strada di opposizione al board della banca d’affari. Nel consiglio d’amministrazione del 28 ottobre, riferisce l’Ansa, Delfin ha votato contro le remunerazioni dei vertici di Mediobanca, sia sulla passata politica sia su quella nuova. Inoltre si è astenuta in merito alla politica assicurativa per gli organi sociali delle società del gruppo, considerata un benefit. La holding di Del Vecchio si è invece espressa a favore – in linea con gli altri soci presenti in assemblea – sugli altri punti all’ordine del giorno a partire dalle modifiche dello statuto per togliere il vincolo di tre manager nel cda e per dare alla minoranza almeno tre amministratori, di cui uno agli istituzionali.

Occorre ricordare che pure i proxy advisor Iss, Glass Lewis e Frontis, i principali per intendersi, pur consigliando gli investitori di votare a favore delle indicazioni che arrivavano dal board di Piazzetta Cuccia, evidenziavano il tetto troppo alto alle remunerazioni dei big della banca. Iss, ad esempio, notava che quella del presidente Renato Pagliaro risulta “eccessiva se comparata agli standard di mercato” mentre Glass Lewis puntava il dito contro Nagel il cui compenso base è “significativamente più alto” di quello dei suoi omologhi ma segnala che è “rimasto invariato perlomeno dal 2012”. Sempre con Pagliaro se la prendeva Frontis secondo cui però la remunerazione “non è cambiata negli ultimi dieci anni almeno e non è possibile diminuire la remunerazione fissa di un dipendente senza diminuire le sue responsabilità”.

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