Economia

Perché da Commissione Ue, Bce e congiuntura non arriveranno buone notizie. Il commento di Polillo

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La trattativa governo-Bruxelles sulla manovra. La congiuntura internazionale. Il ruolo della Bce. Ecco perché l’esecutivo italiano continuerà ad avere vita grama. Il commento di Gianfranco Polillo

Il tentativo è quello di salvare capra e cavoli. Evitare la procedura d’infrazione e al tempo stesso concedere alla Commissione il meno possibile per salvare il nucleo essenziale della “manovra del popolo”: la modifica della legge Fornero e il salario di cittadinanza. Ma poiché qualcosa si dovrà pagare, ecco nascere un secondo problema: a carico di chi? Di Matteo Salvini, rendendo più oneroso il pensionamento anticipato? O di Luigi Di Maio sforbiciando ancor di più un contributo per la “fine della povertà” (sic) sempre più evanescente?

Da quello che si legge sulla stampa, la Commissione chiuderebbe sull’1,9 o il 2 per cento. A tanto dovrebbe ammontare il deficit implicito in una legge di bilancio che, nel frattempo, è ferma al palo. Con la Camera bloccata e le opposizioni in rivolta. Ipotesi difficilmente sostenibile sul piano economico finanziario ed ancor meno su quello politico. La caduta del Pil nel terzo trimestre rende concreto il rischio di recessione. Che diventa quasi certezza se si prende in considerazione non il dato congiunturale (meno 0,1 per cento), ma quello tendenziale. La differenza con il trimestre corrispondente del 2017 è stata dello 0,8 per cento. Un canale discendente iniziato all’inizio del secondo semestre di quell’anno è proseguito trimestre dopo trimestre, fino a raggiungere il punto di minima odierno. Dal quale non sarà facile risorgere se non con una spinta che all’orizzonte non si vede. Tagliare il deficit previsto di 0,5 o 0,6 punti di Pil non può che avere un effetto pro-ciclico e quindi alimentare ulteriori spinte deflative.

Per uscire da questa morsa sarebbe necessario spingere la Commissione a più miti consigli. Forse il governo spera di poter contare sull’effetto ”gilet gialli”. Le jacqueries che stanno infiammando Parigi. E che, oggettivamente, indeboliscono la Commissione europea e le sue posizioni rigoriste. Ma questa è un arma a doppio taglio. Nel Paese – la Francia – che ha la più alta pressione fiscale dell’intera Europa, la stretta finanziaria mirava a portare il deficit all’1,7 del Pil nel 2020. Per conseguire un simile obiettivo il governo, su indicazione di Emmanuel Macron, aveva ridotto le imposte sul lavoro e sulle imprese dello 0,3 per cento del Pil ed aumentato quelle sui carburanti e le sigarette dello 0,2. Ma, a quanto sembra, la manovra non è riuscita. Se alla fine la Francia riuscirà, in qualche modo, a preservare la sostanza dei suoi conti pubblici, rimodulando l’intervento, sarà più difficile per l’Italia ottenere una deroga maggiore.

Ci sono poi almeno altri due elementi da considerare. La fine del quantitative easing è imminente. Verrà quindi meno il sostegno della Bce nei confronti dei titoli del debito italiano. Cosa nota da tempo. La novità sta invece nella revisione della composizione del capitale della Banca centrale. Che vede una notevole riduzione del peso italiano. Le quote di ciascun Paese sono distribuite in proporzione al Pil ed alla popolazione. Nel cosiddetto Capital key l’Italia scenderà dal 12,31 all’11,80 per cento: segno di una perdita di potenza dovuta essenzialmente alla minor crescita del Pil rispetto agli altri Paesi europei. Non sarà solo un effetto statistico.

Con la fine del quantitative easing la Bce rinnoverà i titoli acquistati negli anni precedenti, ma solo in proporzione ai nuovi valori del Capital key. Difficile valutare quale sarà la possibile mancata copertura, considerato che la Banca d’Italia, su mandato della Bce, possiede circa 350 miliardi di titoli italiani. L’applicazione dei nuovi coefficienti potrebbe portare al mancato rinnovo per circa 14 miliardi. Il che, considerato lo stato problematico del debito pubblico italiano, non è proprio una buona notizia.

Se queste sono le spine della situazione economica-finanziaria, i riflessi politici non sono da meno. Dimostrano che la scommessa tentata dal governo giallo-verde rischia di trasformarsi in una vera e propria débacle. Colpa del tentativo maldestro di spacciare una politica sostanzialmente assistenziale, per quella svolta produttivistica che sarebbe, invece, servita. Per la Commissione europea è stato facile “vedere” il bluff e rilanciare la posta. Si invera, in tal modo, la profezia di Alex Tsipras quando, parlando con esponenti di primo piano del governo italiano, aveva invitato alla prudenza. Non tirate troppo la corda aveva detto – lui che di scontri all’arma bianca contro le Istituzioni europee e non solo se ne intende – perché alla fine perderete. Ed i danni saranno ancora maggiori.

Che questo alla fine sarà il risultato purtroppo è già scritto. La spesa per interessi in questi pochi mesi è enormemente aumentata. In borsa si contano perdite consistenti. Il credito da parte delle banche si è contratto facendo crollare gli investimenti: la parte più fragile del quadro macroeconomico italiano. In questi ultimi giorni la borsa, divenuta ormai il termometro di tutte le incertezze italiane, ha recuperato un minimo delle perdite pregresse, grazie alla schiarita sui dazi ed alla tregua firmata tra Stati Uniti e Cina. Ma già oggi è tornata in rosso. È la vita grama di questo governo, alla quale, almeno per il momento, non resta che rassegnarsi.

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