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Perché conviene salvare la Popolare di Bari. Analisi Lavoce.info

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Nessuna banca medio-grande può fallire senza creare seri problemi a risparmiatori, imprese, altri istituti e persino al debito sovrano. Ragionevole dunque salvare la Popolare di Bari anche se la sua crisi nasce da inaccettabili malefatte. L’analisi di Rony Hamaui, professore all’Università Cattolica e presidente di Intesa Sanpaolo ForValue.

Nessuna banca medio-grande può fallire senza creare seri problemi a un numero significativo di risparmiatori (azionisti, depositanti e obbligazionisti), imprese (clienti e non), altre banche (si pensi all’assicurazione sui depositi e alla reputazione del sistema) e persino al debito sovrano di un paese fortemente indebitato come l’Italia. Per questo è ragionevole fare di tutto per salvare tali banche, anche se dietro le quinte si sono consumate inaccettabili malefatte.

I NUMERI DELLA POPOLARE DI BARI

La Banca Popolare di Bari, fondata nel 1960, con le sue oltre 350 filiali, 9 miliardi di raccolta, 14 di attivo e 3.300 dipendenti, è il primo gruppo creditizio autonomo del Mezzogiorno. Ha quasi 70 mila soci ed è la più grande popolare rimasta in Italia, dopo quella di Sondrio. Date le sue dimensioni, avrebbe dovuto essere trasformata in società per azioni in base alla legge n. 33 del 2015. Però il suo management ha fatto di tutto per procrastinare il processo fino a sospenderlo, quando è stato chiesto alla magistratura un giudizio sulla legittimità costituzionale della legge (ora si aspetta la pronuncia della Corte di giustizia europea).

BANCA POPOLARE DI BARI IN AMMISTRAZIONE STRAORDINARIA

Al fine di salvare la Banca Popolare di Bari (Bpb) da una crisi, certo non inaspettata, l’idea del governo e della Banca d’Italia è stata quella di seguire la strada intrapresa con Banca Carige. Così, la banca è stata messa in amministrazione straordinaria ed è stato nominato un commissario, per poi ricapitalizzarla, aggirando la Bank Recovery and Resolution Directive (Brrd), cioè la direttiva che dal 2016 dovrebbe gestire le crisi bancarie, salvaguardando le finanze pubbliche attraverso il meccanismo del bail-in. In questo modo, gli azionisti subirebbero una ingente perdita dovuta al processo di diluizione del capitale, ma verrebbero risparmiati tutti i depositanti, anche quelli sopra i 100 mila euro, e gli obbligazionisti. Vale la pena, a questo proposito, rammentare che, nel giugno 2018, quindi due anni dopo l’entrata in vigore della direttiva, Banca Popolare di Bari ha emesso 213 milioni di obbligazioni subordinate con scadenza 2021.

GLI AUMENTI DI CAPITALE

L’85 per cento dei soci sono clienti della banca residenti al Sud e la stragrande maggioranza (60 mila su 70 mila) sono divenuti soci dopo il 2000, a seguito di diversi aumenti di capitale, ovviamente autorizzati dalle autorità di vigilanza. La perdita per loro dovrebbe aggirarsi intorno a non meno di 1 miliardo tenendo conto che a giugno dal 2017, data di inizio del tracollo, il prezzo delle azioni (circa 163 milioni) quotate sul sistema multilaterale di negoziazione Hi-Mtf è progressivamente scivolato da 7,5 a 2,3 euro con l’ultima quotazione del 4 dicembre. Tuttavia quello era solo un valore virtuale giacché gli scambi a quel prezzo erano sostanzialmente nulli e dopo l’eventuale aumento di capitale la quotazione sarà con ogni probabilità molto più bassa.

IL DECRETO DEL GOVERNO

Il Consiglio dei ministri di domenica 15 dicembre ha deciso di emanare un decreto legge dal significativo titolo di “Misure urgenti per il sostegno al sistema creditizio del Mezzogiorno e per la realizzazione di una banca di investimento”, dove il termine banca di investimento lascia ovviamente qualche dubbio.

Il decreto dispone il potenziamento delle capacità patrimoniali della Banca del Mezzogiorno-Mediocredito Centrale fino a un massimo di 900 milioni di euro, per consentirle, insieme con il Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd) e ad eventuali altri investitori, di partecipare al rilancio della Banca Popolare di Bari. Così, a differenza del caso Carige, il Tesoro assume un ruolo diretto nel salvataggio della Bpb.

LE CRISI

Così dopo la crisi delle banche del Centro (Popolare dell’Etruria, Banca Marche, Cassa di risparmio di Chieti e Cassa di risparmio di Ferrara), delle banche venete (Popolare di Vicenza e Veneto Banca), del Monte dei paschi di Siena e della Banca Carige, forse calerà il sipario sull’ennesimo dramma.

LE MALEFATTE DELLA BARI

A proposito della Popolare di Bari ci sono però alcune cose da ricordare: un presidente (Marco Jacobini) è rimasto in carica per “soli” 41 anni e i suoi due figli (Gianluca e Luigi) hanno ricoperto il ruolo di condirettore generale e vicedirettore generale; un amministratore delegato (Vincenzo de Bustis) ha gestito a due riprese la banca in maniera discutibile; l’acquisto per incorporazione, nel consenso generale, della Banca Tercas, già sottoposta ad amministrazione straordinaria e ricapitalizzata con 265 milioni di euro da parte del Fitd, ha generato 300 milioni di perdite; i numerosi aumenti di capitale spesso sono stati completati con numerose operazioni “baciate” (erogazione di fidi a fronte della sottoscrizione dei titoli). Nondimeno, le numerose ispezioni delle autorità di vigilanza sembrano non essere mai riuscite a cogliere fino in fondo la gravità dei problemi.

 

(Estratto di un articolo pubblicato su lavoce.info)

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