Economia

Perché contesto la proposta “più Iva per più investimenti pubblici”

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Il commento di Gianfranco Polillo

 

L’aspetto meno convincente dell’intervento di Gustavo Piga è il suo endorsement a favore di un governo Pd-5 stelle. Non abbiamo alcuna pregiudiziale ideologica. Ma sarà difficile mettere insieme i No Tav con i sostenitori delle politiche a favore delle infrastrutture.

Tanto più che il fallimento del governo giallo-verde non potrà non ridare voce agli ortodossi. È quindi riproporre, con una forza maggiore, i temi della “decrescita felice”.

Detto questo, l’analisi di merito è invece più complessa. Piga, giustamente, non ha paura di vedere un deficit di bilancio intorno al 3 per cento. La sua critica al Fiscal Compact è quindi sacrosanta. Quel che invece lascia perplessi è l’ipotesi di aumentare l’Iva per finanziare gli investimenti pubblici. Meglio se con una spruzzatura di green. L’effetto sui consumi, secondo la sua tesi, sarebbe trascurabile, per un ovvio effetto ricardiano. Se il deficit rimane, comunque, contenuto, i consumatori, non tenendo imposte future, sono portati a spendere.

Due sono le controindicazioni. Il lag (ritardo) che passa dalla decisione di investimento alla loro effettiva messa in opera. Quest’intervallo di tempo determina un’evidente asimmetria. Una flessione dei consumi, se non altro per un effetto meccanico, mentre la spinta compensativa degli investimenti non avrebbe la stessa contemporaneità. Nel frattempo la pressione fiscale aumenterebbe con un conseguente effetto deflativo.

La seconda perplessità riguarda una sottovalutazione più generale del quadro macroeconomico. Non è solo il deficit ed il debito che contano. La stessa Commissione economica, seppure in modo quasi clandestino, l’ha dovuto riconoscere nelle procedure dell’Allert mechanism. Un tasso di disoccupazione eccessivo che si accompagna al forte attivo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti depone a favore di politiche espansive. Meglio se fatte dai privati. Ma se il cavallo non beve è lo Stato che può, anzi deve, intervenire. Una riforma fiscale sarebbe in questo caso una ciliegina sulla torta.

Nell’ambito di questa impostazione si può discutere di imposte dirette (Iva ed accise) e di imposte dirette. Meglio aumentare le prime e ridurre le seconde. Un’opzione che aumenta le possibilità di scelta del cittadino, garantendogli maggiori margini di libertà. Il quale può anche decidere di non consumare, o orientare le sue scelte verso prodotti meno costosi. Mentre nel caso delle imposte dirette, tutte queste possibilità sono precluse all’origine. L’importante è che dopo la riforma, la pressione fiscale risulti più contenuta. Sempre che non si voglia continuare a sopravvivere di sole esportazioni.

In una realtà internazionale sempre meno propensa (il fantasma del protezionismo) a tollerare surplus consistenti della bilancia commerciale.

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