Economia

Perché all’Italia servono alleanze in Europa per cambiare i trattati

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La quadratura del prossimo Def non sarà facile da determinare nel rispetto delle regole attuali: che configurano un approccio convenzionale sempre meno capace di afferrare la realtà delle cose. E’ bene, quindi, prepararsi ad un confronto che non potrà essere solo domestico, ma riguardare l’intera Europa. L’analisi di Gianfranco Polillo che parte dai dati Istat definitivi per il 2018

 

È sempre più difficile per il governo giallo-verde occultare gli aspetti più fastidiosi di una realtà che non porta acqua al mulino del “cambiamento”. Finché si trattava di criticare le previsioni di centri studi ed istituzioni, era facile gridare al pregiudizio. La Banca d’Italia, che è inaffidabile, e quindi va condizionata, nella sua indipendenza. La Commissione europea che domina la scena, su mandato dell’asse franco-tedesco, soffocando la sovranità dei popoli. Il Fondo monetario internazionale: banda di burocrati che hanno solo creato miseria e povertà. Il piccolo florilegio nel quale si sono esercitati soprattutto gli esponenti dei 5 stelle.

Ora è, tuttavia, l’Istat a certificare quello che già si sapeva. Un Pil che cresce meno del previsto, un tasso di inflazione che anticipa il segno di una possibile stagnazione, un debito che cresce oltre ogni pessimistica previsione. Mettendo a confronto previsioni e realtà, l’oscar dell’inaffidabilità non spetta tanto ai pessimisti, quanto a quegli esponenti governativi che hanno cercato, in ogni modo, di confondere le acque nella speranza di un possibile miracolo che, ovviamente, non si è realizzato.

Le previsioni di crescita complessiva (andamenti reali più tasso di inflazione) per il 2018 erano del 2,1 per cento (Documento programmatico di bilancio 2019, solo di qualche mese fa), l’Istat lo riporta all’1,7 per cento. Di cui lo 0,9 come variazione reale e la differenza (0,8 per cento) determinata dall’aumento dei prezzi. Attenzione, tuttavia, quello striminzito 0,9 per cento di crescita reale è anche conseguenza di eventi fortuiti. Nel 2018 vi sono stati due giorni lavorativi in più rispetto all’anno precedente, che da soli spiegano un tasso di crescita dello 0,2 per cento. Al netto di questa circostanza, la crescita del 2018 è stata pari, solo, allo 0,7 per cento. Più o meno la stessa del 2011: l’anno della seconda grande crisi.

Peggiori del previsto anche i principali indicatori di finanza pubblica. Il saldo primario, sebbene migliorato rispetto al 2017, è risultato pari all’1,6 per cento del Pil (1,8 nella previsione del Governo). Lo stesso deficit di bilancio, anche questo migliore di quello del 2017, è risultato comunque al di sotto delle aspettative. La previsione governativa era di un 1,8 per cento, i risultati Istat indicano invece un 2,1 per cento. Ma dove si manifesta il massimo possibile dello scarto è proprio sul terreno più sensibile dell’andamento del debito. I risultati definitivi vanno oltre le più pessimistiche previsioni, cogliendo di sorpresa anche coloro – noi stessi – che avevano in qualche modo cercato di anticipare i possibili risultati, all’indomani della pubblicazione del dato di dicembre (ammontare complessivo del debito in valore nominale) da parte della Banca d’Italia.

Il rapporto debito-Pil, secondo i calcoli dell’Istat, tocca un nuovo record, collocandosi al 132,1 per cento: valore più alto in assoluto dalla nascita dell’euro. La crescita relativa interrompe quel complicato processo di rientro ch’era iniziato dal 2014, quando l’asticella del debito si era fermata al 131,8 per cento. Rispetto alle previsioni governative siamo, invece, agli antipodi. IL Documento di bilancio ipotizzava una legge decrescita dello 0,3 per cento. Rispetto a quella previsione lo scarto è pari all’1,2 per cento del Pil: 132,1, appunto, contro un’ipotesi di 130,9. E’ la certificazione definitiva che la cosiddetta “regola del debito” è stata violata. E quindi, di fatto, l’Italia è già in procedura d’infrazione. Ci vorrà solo un giudice a Berlino – cosa che non auspichiamo – che emetterà la relativa sentenza.

Se questi sono i risultati relativi al 2018 ed ai primi sei mesi di governo di questa strana maggioranza, cosa c’è da aspettarsi per l’anno in corso? Giuseppe Conte, come presidente del Consiglio, giura che “cambierà”. Che la seconda parte dell’anno sarà completamente diversa, grazie soprattutto al reddito di cittadinanza. Luigi Di Maio, in evidente difficoltà, dopo i risultati elettorali di Abruzzo e Sardegna, cerca di barcamenarsi tra le reali esigenze del Paese e i vincoli di una cultura identitaria, che non riesce a superare le colonne d’Ercole della semplice testimonianza politica. Matteo Salvini, sornione, non si pronuncia. “Stiamo parlando del nulla”: risponde a chi lo interroga sulla possibile manovra correttiva. Consapevole del fatto che le responsabilità maggiori ricadono sul principale azionista di riferimento, almeno dal punto dei visti dei numeri in Parlamento, della compagine governativa.

Il Problema tuttavia resta. Lo scarto tra previsione e consuntivo, per il 2018, è stato relativamente contenuto. Eppure le conseguenze si sono subito fatte vedere, rendendo più difficile il confronto a distanza con il resto dell’Europa. Non solo con la Commissione europea, ma con il complesso degli altri Paesi. Basti guardare al bilaterale franco-italiano appena conclusosi. Per l’anno in corso le distanze tra quanto ipotizzato dal governo e quanto indicato dalle istituzioni indipendenti, sia italiane che internazionali, sono di gran lunga superiore. L’effetto – facile previsione – sarà quindi amplificato. Senza considerare l’accumulo dei problemi rinviati. Basti pensare alla necessità di neutralizzare l’aumento dell’Iva e delle accise: quella spada di Damocle che pesa per oltre 23 miliardi, sul futuro più immediato.

Nodi che verranno al pettine, nelle prossime settimane. Quando il governo dovrà presentare il nuovo Def. La cui quadratura non sarà facile da determinare nel rispetto delle regole attuali: che configurano un approccio convenzionale sempre meno capace di afferrare la realtà delle cose. E’ bene, quindi, prepararsi ad un confronto che non potrà essere solo domestico, ma riguardare l’intera Europa. Dove andranno costruite le necessarie alleanze per cambiare quei Trattati che non reggono più alle sfide dei tempi.

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