Economia

Pensioni, perché la riforma Fornero non morirà

di

quota 100

L’analisi dell’editorialista Giuliano Cazzola

Il consuntivo Inps del 2018 rivela che, in confronto all’anno precedente, sono cresciute le pensioni di anzianità rispetto a quelle di vecchiaia e che – diversamente da quanto racconta la propaganda governativa – gli italiani hanno continuato ad andare in pensione molto prima dei 67 anni.

“Ascoltatemi amici, romani, concittadini…
Io vengo a seppellire Cesare, non a lodarlo.
Il male che l’uomo fa vive oltre di lui.
Il bene sovente, rimane sepolto con le sue ossa… e sia così di Cesare”.

Con queste parole Antonio, intervenendo dopo Bruto, inizia l’orazione funebre sul cadavere di Cesare nella tragedia di William Shakespeare. Capisco che nel mio incipit sono presenti un po’ di retorica e qualche similitudine esagerata. Io non sono Antonio; la riforma Fornero non è Cesare e non è stata ancora ammazzata del tutto. Siamo al “capezzale” ma non “sepolcro”. Soprattutto i congiurati non sono persone vicine a Cesare che godevano della sua fiducia, ma avversari irriducibili che hanno agito per motivi miserevoli, dai quali l’ex ministro ha imparato a guardarsi e ad evitarli col disprezzo che meritano.

Prendendo la parola nel corso della conferenza stampa di presentazione del decreto su quota 100 e il reddito di cittadinanza, Matteo Salvini ha dichiarato: “Dedico questi interventi a Monti e alla Fornero“.

In un’intervista di alcuni giorni prima aveva addirittura affermato che il governo non si fidava dei conti dell’Inps, perché l’Istituto si era messo a fare politica. Il che è grave da molti punti di vista: in primo luogo perché è l’Inps chiamato a svolgere questo compito, avendo a disposizione i dati indispensabili in un contesto informativo che non ha eguali nel nostro Paese. Inoltre, immaginare che un ente pubblico con decine di migliaia di dipendenti si metta a sbianchettare le statistiche su ordine del presidente Tito Boeri è soltanto una conferma di ciò che, secondo i nuovi capataz, dovrebbe fare l’amministrazione per assecondare pedissequamente i voleri del governo.

Tutto ciò premesso è un atto di trasparenza e di chiarezza segnare il confine di dove (e di come) ha operato la riforma del 2011, prima che il suo percorso sia interrotto e deviato dal decreto giallo-verde. Ci aiuta in tale benemerita operazione-verità l’ultima pubblicazione del Monitoraggio sui flussi del pensionamento (limitatamente ai settori privati) negli anni 2017 e 2018 a cura del Coordinamento attuariale dell’Istituto (con rilevazione al 2 gennaio di quest’anno). Osservando gli indicatori statistici del 2018 (si veda la tabella riassuntiva) si rileva un peso decisamente superiore delle pensioni di anzianità/anticipate su quelle di vecchiaia rispetto al 2017. Questo perché i requisiti per le pensioni di vecchiaia si sono innalzati per le donne, mentre quelli relativi alle pensioni di anzianità/anticipate sono rimasti uguali all’anno precedente e sono più consistenti le uscite anticipate per i cosiddetti “lavoratori precoci”.

Nel complesso delle gestioni, nel 2017 vi sono state 206.779 pensioni di vecchiaia e 154.714 anticipate/anzianità, nel 2018 sono state erogate 140.752 pensioni di anzianità a fronte di 125.293 di vecchiaia. Il dato più interessante è quello del Fondo pensioni dei lavoratori dipendenti (Fpld), dove la supremazia appartiene stabilmente e decisamente ai trattamenti anticipati rispetto a quelli di vecchiaia: 96mila contro 58mila nel 2017; 89mila contro 40mila nel 2018. Come si vede nella tabella l’importo medio dell’assegno di anzianità è pressoché pari al doppio di quello di vecchiaia: il che dipende dal fatto che le prime devono far valere un’anzianità contributiva più elevata della seconda. Ma i rapporti tra le due tipologie di pensione, nel Fpld, è ben riassunta nei seguenti termini: fatto uguale a 100 il numero delle pensioni di vecchiaia nel 2017 quello delle pensioni anticipate è stato pari a 166; nel 2018 a 222. Più rilevanti, sempre nel Fpld, sono le statistiche di genere che pure esprimono un andamento consolidato in relazione alla composizione e alle caratteristiche del mercato del lavoro.

Mentre i trattamenti anticipati sembrano essere una prerogativa dei maschi (residenti al Nord), il contrario avviene per la vecchiaia.

L’asino casca quando si va a vedere l’età media alla decorrenza della pensione di vecchiaia e di quella di anzianità.

Nel 2017 si sono riscontrati i dati seguenti:

  • vecchiaia: maschi 66,6 anni, femmine 64,9 anni; totale 65,8 anni
  • anzianità: maschi 61,1 anni, femmine 59,9 anni; totale 60,8 anni

Nel 2018:

  • vecchiaia: maschi 66,5 anni, femmine 65,9; totale 66,3 anni;
  • anzianità: maschi 61 anni, femmine 60,1 anni; totale 60,7 anni.

Ci fermiamo qui. Ci basta solo ricordare (in articulo mortis?) che, nonostante la “famigerata” (la definizione è di Luigi Di Maio in conferenza stampa) riforma Fornero, gli italiani hanno continuato, in prevalenza, ad andare in pensione molto prima dei 67 anni (o addirittura dei 70): l’età che viene esibita nei talk show che non esitano a trattare questi complessi argomenti alla stregua degli avventori della sala biliardo dei Bar Sport.

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