Economia

Ecco la verità sulle pensioni dei dipendenti pubblici. L’analisi di Cazzola

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L’analisi dell’editorialista Giuliano Cazzola dei numeri sulle pensioni dei dipendenti pubblici indicati nel rapporto di Itinerari previdenziali 

Non è frequente trovare i dati relativi alle pensioni dei settori pubblici. Anche i bollettini periodici del Coordinamento attuariale dell’Inps spesso pubblicano solo le statistiche riguardanti i lavoratori privati, dipendenti e autonomi. Il Settimo Rapporto sul bilancio del sistema pensionistico italiano di Itinerari previdenziali pone rimedio a questa lacuna, attraverso alcune tabelle sia di carattere complessivo sia riferite alle diverse casse e gestioni.

Come si può vedere nel pubblico impiego – in misura maggiore che nei regimi del lavoro privato – sono assolutamente prevalenti le pensioni anticipate. Come numero rappresentano il 57% del totale, il quadruplo di quelle di vecchiaia.

Quanto alla spesa si arriva al 63,4% del totale di 72 miliardi all’anno. E’ normale, di fronte a questo boom dei trattamenti di anzianità, tirare in ballo le c.d. baby pensioni, che non riguardavano solo il maxi-anticipo riservato alla lavoratrici sposate e con figli, ma anche i dipendenti maschi, essendo i requisiti per il pensionamento – prima dell’avvio delle riforme, dal 1992 in poi – pari a 20 anni per gli statali e a 25 per i dipendenti degli Enti locali.

In ogni caso, è bene notare che per le baby pensioni è previsto uno stanziamento specifico nell’ambito dei trasferimenti e che, anche, dopo la omogeneizzazione delle regole con quelle previste per i regimi privati, l’utilizzo del pensionamento anticipato ha continuato ad essere prevalente.

La tabella successiva ripartisce i dati tra le differenti casse: alcune, come la Cpdel (enti locali), la Cpi (insegnanti), la Cpug (ufficiali giudiziari), Cps (sanitari), sono di antica fondazione e prima della confluenza nell’Inpdap (nel 1994) erano gestite direttamente dal Tesoro. La Ctps (statali) fu istituita, nel 1996, a seguito della riforma Dini del 1995.

Dall’1/1/2012 l’Inpdap è stato soppresso (ai sensi del c.d. decreto Salva Italia del 2011) ed è confluito nell’Inps; da quell’anno i dati relativi ai Fondi pensione dei dipendenti pubblici sono all’interno del bilancio generale dell’Istituto con contabilità separata, apportando un pesante disavanzo che ha determinato un peggioramento dei conti complessivi dell’Istituto ma non ha influito sui saldi complessivi del sistema pensionistico obbligatorio che ovviamente già considerava il suddetto disavanzo.

Se si considera, infatti, (come avveniva quando Inpdap era autonomo) l’apporto complessivo dello Stato di 10.800 milioni per il contributo aggiuntivo previsto dalla L. 355/1995 (lo Stato fino alla costituzione di Inpdap non versava i contributi a suo carico e quindi la Ctps, istituita come ricordato nel 1996, ha dovuto prendersi a carico le pensioni in essere ponendo necessariamente l’onere sui trasferimenti dal bilancio dello Stato) e i 9.355 milioni di prestazioni trasferite dalla Gias (per prestazioni assistenziali e baby pensioni), le entrate sarebbero pari a 50.914 milioni e le uscite a 61.336 milioni per un saldo negativo che si ridurrebbe a 10.422 milioni di euro.

Per diversi anni, poi, il sostanziale blocco del turnover nel settore pubblico ha determinato una riduzione del numero degli attivi, che si è attenuata in tempi più recenti. Come si evince dai dati la sola Ctps – che gestisce il fondo degli statali – ha in carico il 58,9% delle pensioni per un importo pari al 61,8% del totale, mentre la Cpdel (dipendenti Enti locali) gestisce il 37,8% delle pensioni pubbliche per il 31,3% dell’importo complessivo. Il 16,4% delle pensioni in esame ha un importo mensile inferiore a 1.000 euro, il 48,4% tra 1.000 e 1.999,99, il 26,0% tra 2.000 e 2.999,99 e infine il 9,2% da 3.000 euro in su. Allargando lo sguardo all’intero sistema pensionistico (con esclusione delle casse ‘’privatizzate’’ dei liberi professionisti) si scopre – grazie al Settimo Rapporto in esame – che l’Italia è il Paese dell’anticipo della pensione.

Se si considerano, infatti, non solo il settore pubblico (ex Inpdap) ma anche quello privato (Inps) e il settore dello spettacolo (ex Enpals) emergono dati abbastanza clamorosi che non sono percepiti come tali dall’opinione pubblica. Al 31 dicembre 2018 le pensioni di anzianità erano più di 6 milioni (il 36,1% del totale), quelle di vecchiaia 5,2 milioni (il 31,4%), quelle di invalidità previdenziale 1,1 milioni (6,8%), quelle ai superstiti 4,3 milioni (25,7%).

Una situazione analoga non esiste in nessun altro Paese, anche laddove (quasi ovunque) è prevista una forma di trattamento anticipato.

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