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Pensioni e donne: riflessioni e una proposta

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Il post di Alessandra Servidori su pensioni, situazione previdenziale e popolazione femminile

Scientificamente redatto ed esposto, il 7° Rapporto sul Bilancio del sistema previdenziale italiano di Itinerari previdenziali ci consegna una fotografia dettagliata delle prospettive occupazionali del Paese e gli andamenti delle gestioni pensionistiche pubbliche (in termini di entrate contributive e spese per prestazioni previdenziali e assistenziali) e i loro riflessi sulle variabili economiche. Dall’altro, in progress, sono analizzati i tassi di sostituzione offerti dal sistema pubblico e le conseguenti opportunità di sviluppo per il welfare complementare.

In funzione dell’attuale situazione demografica, infine è analizzata la spesa sanitaria e per LTC sia pubblica che privata. Una straordinaria occasione anche per una lettura oggettiva e obiettiva della situazione femminile previdenziale, in occasione di proposte che continuano a motivare una riforma concreta per sostenere il percorso  discontinuo lavorativo delle donne e una ragionevole modifica del sistema.

L’opportunità di una diversa età di pensionamento per uomini e donne viene di norma sostenuta in base alle ragioni — biologiche, culturali e sociali — che impongono alle donne un “doppio lavoro”, in quanto all’occupazione retribuita (quando c’è) aggiungono la maternità e le attività di cura dei familiari e della casa. Quest’ottica di consentire alle donne un pensionamento anticipato rispetto agli uomini potrebbe sembrare una naturale “compensazione”. Diversi fattori rendono tuttavia questa logica non soltanto obsoleta, ma anche potenzialmente dannosa, se si tiene conto del peso crescente che il metodo contributivo avrà nella determinazione dei benefici. Con tale metodo, infatti, la fissazione di una più bassa età di pensionamento potrebbe addirittura portare a uno svantaggio netto per le donne, visto che a carriere lavorative più brevi corrispondono generalmente pensioni più basse; il problema è naturalmente acuito dalla maggiore discontinuità delle carriere femminili.

Da una lettura attenta del 7° Rapporto di Itinerari previdenziali pag 102 si ha una conferma indiscutibile della situazione sopra descritta. Tutto ciò non deve però indurre a una ennesima critica del metodo, ma piuttosto al pieno riconoscimento, anche a fini pensionistici, delle attività di cura, così che queste non si riflettano negativamente sul reddito in età anziana. L’accredito di contributi figurativi per tali periodi è quindi da preferirsi al differenziale nell’età di pensionamento, soprattutto se, essendo riconosciuto a entrambi i coniugi, non costringe donne e uomini entro ruoli di genere predefiniti.

E, in ogni caso, le donne sono già avvantaggiate, per effetto della loro maggiore longevità, dall’utilizzo — a parità di età di uscita — di coefficienti unisex per la trasformazione in pensione dei contributi accumulati. Più in generale, la flessibilità dell’età pensionabile, già contemplata dalla riforma del 1995, costituisce una via migliore per giungere alla soluzione al problema. Naturalmente tale flessibilità deve essere inquadrata in una finestra adeguatamente fissata e accompagnata da aggiustamenti attuariali che evitino di premiare chi esce dal lavoro in età relativamente giovane. Così configurata, essa rappresenta al tempo stesso, uno strumento per incentivare il posticipo del pensionamento e per eliminare rigide attribuzioni di ruoli a uomini e donne.

Il problema non deve essere quindi rappresentato dalle “compensazioni” che si possono ottenere a posteriori per gli svantaggi subiti, ma piuttosto dalle diverse condizioni di partecipazione femminile al mercato del lavoro: le donne presentano tassi di partecipazione più bassi di quelli maschili, remunerazioni mediamente inferiori, maggiori interruzioni di carriera. Il metodo contributivo mette giustamente l’accento sul lavoro come fonte di reddito anche nel periodo di pensionamento, ed è in questo ambito che vanno sanate le disparità. Per contro, le compensazioni ottenute con vantaggi ex post, finiscono per perpetuare le disuguaglianze a monte, anziché ridurle.

Avendo avuto il privilegio di lavorare anche con Elsa Fornero e condividendo le sue opinioni anche guardando all’Europa, la dimensione comunitaria ha già imboccato la doppia strada dell’uniformità e della flessibilità. Nei Paesi che già applicano il metodo contributivo — come, ad esempio, la Svezia — la libertà di scelta dell’età di pensionamento è definita per uomini e donne all’interno della medesima finestra: 61-67 anni. Ma anche tra i paesi che ancora adottano le più generose formule retributive (la stessa ancora in vigore nel nostro paese per i lavoratori più anziani), il differenziale di età costituisce più l’eccezione che la norma. Soltanto in quattro paesi – Austria, Belgio, Grecia e Regno Unito – le donne vanno infatti in pensione prima degli uomini, e comunque si tratta di una situazione transitoria, in attesa che le regole ispirate all’uniformità di trattamento siano pienamente in vigore.

Le nuove pensioni, anche considerando il futuro ruolo delle previdenza complementare, devono porre maggiore libertà individuale. La possibilità di scegliere la propria età di pensionamento, in una fascia di età non diversa da quella applicata agli uomini, costituirebbe un importante elemento di responsabilizzazione, anche nei confronti delle donne. Va respinta ancora una volta, la logica della compensazione a posteriori di disuguaglianze che non hanno più alcuna ragione di esistere.

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