Economia

Perché il pacco Sure-Bei-Mes va rifiutato. Avanti con la Bce

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Bce

Perché indebitarsi attraverso Sure, Bei o Mes con l’inevitabile potere di controllo sulle nostre finanze quando potremmo indebitarci emettendo Btp acquistati “senza limiti” dalla Bce? L’analisi di Liturri

Ormai ci siamo. In vista dell’Eurogruppo del 7 aprile, da un lato si fa sempre più nitido il quadro del “pacchetto di ventaglio” che a Bruxelles stanno preparando per l’Italia. Dall’altro, si fanno sempre più arditi i contorsionismi verbali del nostro governo nel goffo e vano tentativo di mascherare la realtà.

Menzione speciale merita il comunicato emesso nella tarda serata di venerdì dal Ministero dell’Economia, per porre termine ad una convulsa giornata in cui da Bruxelles trapelavano notizie sui lavori preparatori dell’Eurogruppo in netta contraddizione con la linea politica dell’esecutivo. Ma la toppa appare peggiore del buco. Il comunicato esordisce con le “dure battaglie su tutti i tavoli negoziali” che però non si capisce bene sulla base di quale mandato siano condotte, non avendo il Parlamento espresso alcun atto di indirizzo, obbligatorio per legge. Ci fanno inoltre sapere che il pacchetto comprende il fondo SURE che viene spacciato “per schema di assicurazione contro la disoccupazione”, quando invece si tratta di prestiti soggetti a precise condizioni di impiego e di rimborso, peraltro da affiancarsi a schemi nazionali, che presuppongono delle garanzie fornite dagli Stati membri. Un’”assicurazione” il cui premio rischia di essere pari, se non superiore, all’eventuale risarcimento. Un bluff che ci raccontano essere “da anni richiesto dal nostro Paese”, quando, in tale forma, non risulta alcuna richiesta.

Viene citato il fondo della Bei, che proprio venerdì ha deliberato in un consiglio straordinario la costituzione di un fondo di garanzia di €25 miliardi, il che significa un altro impegno per l’Italia azionista al 19%, capace di “mobilitare” 200 miliardi. Un altro inganno, poiché i prestiti della Bei, facendo leva su quel fondo di garanzia, saranno solo 75 miliardi che, affiancati ad altri finanziamenti bancari per 125 miliardi, faranno affluire 200 miliardi alle imprese di tutta la Ue, spacciati invece per 200 miliardi di aiuti. Sarebbe un aiuto per gli Stati troppo indebitati come il nostro, peccato che le garanzie irrevocabili ed esigibili a prima richiesta siano comunque un impegno.

Il comunicato prosegue con la richiesta di “emissione comune di bond europei”, proprio nello stesso giorno in cui il Presidente del Mes, Klaus Regling dichiara al quotidiano Il Sole 24 Ore che “tempo non ne abbiamo” e che emettere bond comuni richiederebbe almeno 7 mesi. Regling ripete che l’unico veicolo pronto per questo compito è il Mes, che ha capacità immediata di emettere obbligazioni e prestare denaro, mentre la BEI dovrebbe comunque costituire un fondo. Menziona il prossimo bilancio pluriennale come occasione per veicolare ulteriori fondi verso l’Italia, ma dimentica che a febbraio, l’accordo per il bilancio UE 2021-2027 che stanziava circa 140 miliardi all’anno per tutta la Ue (appena l’1% del PIL) saltò per pochi miliardi di differenza. Comunque sempre briciole.

E siamo al Mes, che il comunicato definisce “strumento inadatto” nella sua attuale forma, valido solo “senza condizionalità, un Mes che conservi del vecchio meccanismo solo il nome”. Dello stesso tenore le dichiarazioni del Commissario Ue, Paolo Gentiloni, al quotidiano Die Welt:  “Il Mes senza condizioni può essere uno strumento utile, ma solo uno tra molti“ e ripropone, come accettabili dal blocco tedesco “bond comuni emessi per uno specifico scopo e come misura ‘one-off‘ destinata a rispondere esclusivamente a queste circostanze eccezionali”. Sorge a questo punto il dubbio che Gentiloni e Regling non si parlino.

Ora però questo inganno verbale deve finire. Il Trattato istitutivo del Mes non lascia spazio a dubbi. l’intero testo è disseminato di plurimi riferimenti a “condizioni rigorose”. Si dispone che la Commissione Ue, di concerto con la Bce e, laddove possibile, col Fmi, negozi col Paese finanziato un protocollo d’intesa “che precisi le condizioni” dell’assistenza finanziaria. La valutazione della sostenibilità finanziaria del debito pubblico diviene costante, divenendo una spada di Damocle pendente sul Paese beneficiario. Il debito pubblico dell’Italia non consentirebbe un’ammissione con condizionalità soft e, anche qualora accadesse, nulla esclude un inasprimento delle condizioni in un secondo momento. Infine, anche il successivo, eventuale intervento “illimitato” (OMT) della Bce presuppone condizioni rigorose. Come è pensabile smontare questa rigida costruzione senza che la Corte di Giustizia Europea e la Corte Costituzionale tedesca battano ciglio?

“E ‘l modo ancor m’offende” disse il Poeta. Ecco, stiamo finendo nella tagliola e ci prendono pure in giro. E vediamo come.

Le gambe del “pacchetto di ventaglio” (qualsiasi cosa voglia dire) sono tre.

  • C’è il SURE (Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency) l’ultimo venuto annunciato in pompa magna dalla Presidente della Commissione Ursula Von der Leyen. Si tratta di un fondo della Commissione Ue finalizzato ad erogare prestiti ai Paesi che ne faranno richiesta per sostenere schemi di sostegno all’occupazione, tipicamente la nostra cassa integrazione. Esso potrà prestare fino a complessivi 100 miliardi ai Paesi richiedenti col limite del 10% annuo e senza che i primi tre Paesi beneficiari superino il 60% dei finanziamenti totali. Si, avete letto bene. Sono debiti che i Paesi contrarranno con la Ue, a tassi molto bassi in virtù dello standing creditizio della Commissione sui mercati. Ma, siccome i titoli non si creano dal nulla, i mercati vogliono garanzie o capitale e quindi la Commissione dovrà raccogliere “su base volontaria” dai diversi Paesi almeno 25 miliardi in garanzie, una colletta insomma. Il fondo partirà solo quando tutti i Paesi avranno versato il loro obolo. Il Paese richiedente dovrà avviare un confronto con la Commissione che verificherà l’effettiva destinazione di questi fondi, scadenza del debito e tasso di interesse. La Commissione proporrà quindi al Consiglio la decisione finale. In sintesi, daremo nostre garanzie affinché la Commissione reperisca fondi sul mercato e ce ne presti una parte, sindacando ovviamente sul relativo impiego. Tutto questo mentre la Bce è lì pronta a comprare Btp a piene mani, i cui proventi potremmo gestire in piena autonomia. Nemmeno Totò e Peppino nella famosa scena delle 40.000 lire erano arrivati a tanto.
  • Poi c’è la Bei. Come anzidetto, questa è la banca della Ue, il cui impiego presenta però parecchi limiti. Rigidamente disciplinata dai Trattati, finanzia specifici progetti in innovazione, piccole imprese, clima e infrastrutture ma, soprattutto, oggi ha pochi capitali disponibili, avendo impegnato quasi tutto. Dovrebbe rivolgersi ai mercati che, ovviamente, richiedono garanzie. E qui si ripete lo stesso schema truffaldino per il nostro Paese: essendo azionisti della Bei al 19% saremo tra i maggiori contributori di questo fondo di garanzia per 25 miliardi.
  • Infine il Mes. Anche questa istituzione non ha ingente liquidità immediata e deve emettere obbligazioni per reperirla. In questo caso ci va bene, perché non ci sono richiesti capitali o garanzie, in quando i 14 miliardi già versati concorrono ad un capitale versato di 80 miliardi, sufficienti per prestare altri 410 miliardi a tutti i paesi dell’eurozona. Ma qui sorge la vexata quaestio della condizionalità che è prevista dai Trattati “in forma rigorosa” e, cosa poco sottolineata, è successivamente modificabile qualora il Paese non mostri un’adeguata disciplina di bilancio. Quindi ogni tentativo di indorare la pillola sul fronte della condizionalità è solo un cavallo di Troia che oltrepassa il Brennero. Da quel momento comanderanno i creditori o la Corte Costituzionale tedesca farebbe calare la sua scure, facendo saltare l’eurozona.

Su questi temi, da qualche giorno si è definitivamente chiarita la linea politica, con Giuseppe Conte che, nella risposta alla lettera della Presidente Ursula Von der Leyen, ha ribadito che “alcune anticipazioni dei lavori tecnici che ho potuto visionare non sembrano affatto all’altezza del compito che la storia ci ha assegnato. Si continua a insistere nel ricorso a strumenti come il Mes che appaiono totalmente inadeguati rispetto agli scopi da perseguire”.

In precedenza, il ministro Roberto Gualtieri aveva ribadito che “era illusorio pensare che il Governo avrebbe ceduto ed accettato alcuna condizionalità”. Anche Luigi Di Maio era da tempo sulla stessa lunghezza d’onda e perfino Massimo D’Alema ieri si è unito al coro di cui faceva parte da tempo anche Stefano Fassina.

Il tutto in stridente contrasto con quanto trapela da Bruxelles e dalle capitali europee. Il sempre ben introdotto Financial Times anche questa mattina che ci sono diverse proposte sul tavolo per sfruttare la capacità di prestito del Mes e della Bei e che l’emissione di coronabond, tuttora avanzata dai Paesi del Sud, non è tra gli strumenti attivabili nel breve termine.

Se tutto questo è vero, allora c’è un problema nella linea di comando che da Conte e Gualtieri scende fino ai funzionari del Tesoro che in queste ore stanno trattando per conto dell’Italia. E che ci fosse qualcosa che non quadrava lo si poteva già intuire dallo scontro verbale avvenuto qualche giorno fa al tavolo della cabina di regia per la crisi, tra il senatore Alberto Bagnai ed il ministro Gualtieri, quando il senatore attaccò i “funzionari del Tesoro che vanno in Europa a svendere il popolo italiano” ed il ministro perse la pazienza e rispose “attacca me, attacca il governo, ma lascia stare i funzionari dello Stato”. La veemente risposta del ministro rivelava più di un nervo scoperto.

Ma la conferma di un inspiegabile scarto tra la linea politica e la condotta concretamente messa in atto dai nostri funzionari è arrivata giovedì con il quotidiano La Stampa che riferiva che l’Eurogroup Working Group (organo che prepara le riunioni dell’Eurogruppo a cui partecipano alti funzionari dei ministeri economici) aveva redatto un documento per l’utilizzo dei prestiti del Mes in cui però non c’era traccia della sospensione della condizionalità e, tantomeno, della eliminazione della firma del protocollo d’intesa. Un Mes in purezza, insomma e l’indice era puntato verso il direttore generale del Mes, Alessandro Rivera, incidentalmente anche membro del Board of Directors del Mes. Come se non bastasse, lungo l’intero pomeriggio di venerdì fonti di agenzia riportavano che il “lavoro tecnico all’Euro Working Group sulla linea di credito a condizioni rafforzate (ECCL) del Mes ha fatto passi avanti sostanziali. Nessuno Stato membro si è opposto alle ECCL”.

La reazione della politica non si è fatta attendere. Il deputato leghista Claudio Borghi ha scritto una durissima lettera all’indirizzo del Presidente della Camera dei Deputati, Roberto Fico, in cui rappresenta la “sincera preoccupazione per la grave condotta che il Ministro dell’Economia, unitamente ai propri rappresentanti tecnici, sta perseguendo nelle sedi europee dove è in corso una fondamentale discussione circa… l’eventuale impiego di meccanismi di stabilizzazione finanziaria”. Borghi invocava il rispetto dell’articolo 5 legge 234 del 2012 che impone lo svolgimento di procedure di consultazione ed informazione delle Camere e richiede che la posizione negoziale dell’Italia in casi come questo deve tenere conto degli atti di indirizzo preventivamente adottati dalle Camere. Borghi concludeva invitando Fico a rappresentare al Presidente Conte tale esigenza di partecipazione parlamentare al “delicato processo e conformarsi al vincolo fiduciario con le Camere”.

Si apre un enorme problema di metodo democratico. Si delinea un quadro in cui un organo tecnico del MEF, politicamente non responsabile, sta agendo in palese difformità rispetto alle indicazioni del Governo, organo politico di riferimento. Inoltre, se possibile cosa ancora più grave, ciò avviene in totale spregio delle prerogative del Parlamento. Previste da una legge concepita alcuni anni fa proprio all’indomani della crisi del 2012, con la finalità di non far trovare l’organo legislativo di fronte al fatto compiuto delle decisioni del Governo in materia finanziaria.

La rigidità del Mes è nota ed esplicitamente prevista nel Trattato sul Funzionamento della UE, prima ancora che nello specifico Trattato istitutivo. Quello che non è noto è come sia possibile trascinare da settimane una trattativa sotterranea in cui il Governo, a parole, dichiara una linea, ed i fatti invece ne raccontano un’altra.

A questo punto delle due, l’una: o c’è un funzionario infedele o c’è un Governo che mente e sta prendendo delle decisioni senza avere la fiducia del Parlamento.

Ma i problemi per il nostro Paese non si ferma qua. Trattandosi in ogni caso di debiti, è legittimo chiedersi perché indebitarsi con SURE, BEI o Mes con l’inevitabile e legittimo potere di controllo di questi ultimi sulle nostre finanze, quando potremmo indebitarci emettendo BTP acquistati “senza limiti” dalla Bce. È pur sempre debito. Con il vantaggio che, indebitandoci con la Bce, gli interessi ci tornano per gran parte indietro come dividendi di Bankitalia al Tesoro (ben 7,8 miliardi nel 2019). O si preferisce far pagare maggiori interessi al nostro Paese, arrecando un danno erariale?

Se perfino Lucrezia Reichlin in un’intervista a Repubblica, è arrivata a dire che “se la Bce sarà lasciata sola prima o poi dovrà buttare giù tutti i paletti”, allora significa che quei limiti sono rimovibili ed hanno un chiaro scopo politico, ecco perché “non è una buona idea forzarli”. La Bce potrebbe fare tutto da sola ma così i governi sarebbero irresponsabili, ed il blocco del nord ha bisogno di garanzie.

Il disegno appare ormai chiaro: approfittare di questa crisi per integrarci definitivamente e disciplinarci nel percorso di riduzione del debito pubblico, compito in cui la Commissione ha fallito agitando l’arma spuntata della procedura d’infrazione. La Bce acquista “senza limiti” e potrebbe rinnovare i titoli in perpetuo, i prestiti di SURE, Bei o Mes invece sono un formidabile guinzaglio. Chiamarlo “Ugo”, citando il grande Massimo Troisi, sarà solo un inganno.

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