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Un Monte di flop: solo il fondo Apollo pensa a Mps

Mps

“Solo il fondo Apollo ha chiesto l’accesso alla data room” predisposta da Mps e dagli advisor per la ricerca di “partner industriali” volti all’aggregazione, ha detto la vice ministra dell’Economia, Laura Castelli (M5s). Tutti i dettagli

 

Le chiacchiere stanno a zero: nessuna banca italiana pensa davvero di acquistare Mps, nonostante il forcing del Tesoro per trovare un acquirente al Monte dei Paschi di Siena, controllato dal ministero dell’Economia.

“Solo il fondo Apollo ha chiesto l’accesso alla data room” predisposta da Mps e dagli advisor per la ricerca di “partner industriali” volti all’aggregazione, ha detto oggi la vice ministra dell’Economia, Laura Castelli (M5s), in audizione alla commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche ribadendo quanto già comunicato dall’istituto toscano nel febbraio scorso.

La viceministra ha sottolineato le diverse fasi e i problemi della banca in questi ultimi anni, dovuti sia al cambiamento del quadro macroeconomico sia all’avvento della pandemia e le diverse tappe del dialogo fra istituto, governo e Commissione Ue.

In particolare riguardo al piano presentato dalla banca a dicembre 2020, ha ribadito come Bruxelles “non si sia ancora pronunciata” vista la sua natura transitoria “che si basa sul mancato perfezionamento di un’aggregazione”.

Su questo fronte la vice ministro ha ribadito che solo il fondo Apollo ha chiesto l’accesso alla data room per la fusione che beneficerebbe, come noto, delle misure fiscali (Dta) previste dall’ultima legge di bilancio.

La decisione della Commissione quindi, ha ricordato Castelli, potrebbe arrivare solo dopo la definizione futura della banca e dovrà comunque tenere conto del mancato rispetto di alcuni impegni presi nel passato (fra cui quelli su redditività ed equilibrio costi e ricavi) e quindi di eventuali misure di compensazione.

Ma anche altre fusioni bancarie non sono all’orizzonte.

Il varo del decreto Sostegni bis ripristina gli aiuti fiscali miliardari per le banche che si fonderanno nel 2021. Ma sembra che, nell’attuale fluido scenario di mercato, nessuna banca avvierà, nel tempo utile dei prossimi cinque giorni, le operazioni che consentono di trasformare i fumosi “attivi fiscali differiti” in “crediti fiscali”, cioè patrimonio sonante, ha scritto oggi Repubblica.

“Sembra paradossale, dato che le aggregazioni più attese appaiono super convenienti grazie all’assist statale pensato per favorire la privatizzazione di Mps: dote da 3,9 miliardi di euro lordi se si fondessero Unicredit e Banco Bpm, 2,9 miliardi per Unicredit-Mps, 1 miliardo per le nozze tra Banco Bpm e Bper. La misura ricalca quella introdotta dal governo Conte, e consente alle aziende che si fondono di rendere capitale le “Dta” (i crediti con l’Erario, riscuotibili solo quando i bilanci chiudono in utile)”, ha aggiunto Repubblica.

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