Economia

Monetizzazione del debito: fatti, problemi e scenari sul Consiglio Ue

di

confindustria

Il punto della situazione di Gianfranco Polillo in vista del Consiglio europeo del 23 aprile con un approfondimento sulla monetizzazione del debito da parte del Bce

Nel confuso dibattito parlamentare, che ha segnato la vigilia del Consiglio europeo, sono emerse posizioni differenziate, che val la pena approfondire. A partire da quella del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, segnata fin dall’inizio da profonde incertezze e ripensamenti. All’inizio Conte aveva appoggiato, “senza se e senza ma”, la posizione dei 5 stelle. Mentre il Pd appariva ancora incerto sulla posizione da prendere. In sostanza abulico. Specie per quanto riguardava il Mes, considerato, prima dell’insorgere del virus, l’anticamera della Troika.

Poi la pandemia, cambiando l’orizzonte di riferimento, aveva determinato modifiche importanti, anche se non risolutive, rispetto alla discussione svoltasi in precedenza. Soprattutto grazie all’introduzione di una nuova linea di credito – la Pandemic crisis support – destinata a far fronte a compiti nuovi posti dall’epidemia. Quindi qualcosa di differente dal vecchio impianto, che tuttavia conviveva con le nuove regole: in un connubio che dovrà essere sciolto, onde evitare le ambiguità che derivavano, inevitabilmente, da una posizione di mediazione, non del tutto chiarita.

Questa incompiutezza, da un lato, ha rafforzato la posizione dei contrari a prescindere; dall’altro ha reso meno traballante la posizione del presidente del Consiglio. Legittimando la concessione di un breve rinvio, prima di un ritorno in Parlamento, dopo le decisioni finali, per una più puntuale valutazione degli eventuali accordi sottoscritti. Il tutto, grazie soprattutto alla determinazione del Pd, costretto, anche suo malgrado, a compensare con la sua pressione, l’opposizione dei propri alleati di governo.

Alla fine, il pacchetto europeo si è presentato con una sua relativa compiutezza, in vista del primo round di una partita – quella del 23 aprile – che non sarà, comunque, facile portare a termine. Delle quattro gambe indicate (“Sure”, Bei e Mes) l’ultima – il Recovery Fund – che dovrebbe dar luogo all’emissione di titoli di debito condiviso, é quella ancora meno definita. Unica certezza è, in qualche modo, il suo eventuale raccordo con il Mes. Dando per scontato che l’eventuale costruzione del Fondo richiederà tempo, si pensa di utilizzare il Mes per le necessarie anticipazioni, seppure nei limiti propri (massimo 2% del Pil nazionale di ciascun richiedente) dell’istituto. Per scavallare l’intervallo necessario all’attuazione di un più impegnativo progetto.

Da parte dell’opposizione, solo Silvio Berlusconi, con il suo movimento, ha accettato di condividerne lo schema. Salvo verificarne i relativi dettagli, dove troppo spesso si annida la coda del diavolo, all’indomani della decisione. Mentre la Lega e Fratelli d’Italia non hanno esitato a manifestare la loro contrarietà in un susseguirsi di prese di posizioni, non concordate, che hanno contribuito ad accrescere un più generale sconcerto. Durante la discussione, presso il Parlamento europeo, infatti, tutti i rappresentanti italiani, sia di maggioranza che di opposizione, sono riusciti a dilaniarsi. Forza Italia è stata coerente con le posizioni più volte espresse; ma, nella maggioranza, il Pd ha votato a favore del Mes. I 5 stelle contro. La Lega contro i recovery bond – che sono diversi dagli eurobond proposti in passato – mentre Fratelli d’Italia a favore. Insomma totale schizofrenia.

Ma che cosa propone, in compenso, l’opposizione? Il suo comune denominatore è rappresentato dall’ipotesi di monetizzazione del debito. Qualcosa che in Italia è esistito fino al 1981: epoca del divorzio tra il Tesoro e la Banca d’Italia. Costringere, in altre parole, la Banca centrale – in questo caso la Bce – ad acquistare determinate quantità di titoli emessi dai singoli Stati nazionali. In questo modo la domanda di questi ultimi sarebbe quasi illimitata e di conseguenza la possibilità di indebitamento nazionale altrettanto elevata. Gli stessi tassi d’interesse e la scadenza dei titoli emessi, una variabile dipendente. Tecnica già in uso, di fronte alla sfida della pandemia, negli Usa, in Giappone ed in Gran Bretagna. Paesi in cui la banca centrale esercita le funzioni di lender of last resort. Prestatore di ultima istanza. Vecchio pallino di Paolo Savona.

Le difficoltà in Europa derivano, ovviamente, dall’esistenza di Trattati: a loro volta sagomati sulla storia – ma soprattutto le antiche paure – del Continente. Lo Statuto della Bce non consente la monetizzazione. Mario Draghi ha potuto imbracciare il suo bazooka, con il quantitative easing, utilizzando una via di fuga, per così dire, secondaria. La necessità di elaborare una politica monetaria che fosse coerente con i vincoli previsti dallo stesso Statuto della banca: un target inflazionistico del 2 per cento. Ben lontano, negli anni passati, dall’essere raggiunto. Oltrepassato il quale, ogni natura espansiva avrebbe dovuto aver termine.

Il Mes, nella sua versione ante Covid 19, d’altro canto, incorporando il meccanismo dell’OMT (Outright monetary transactions), era stato già contagiato dai germi della monetizzazione. Una volta accettata la procedura Enhanced Conditions Credit Line (ECCL), ossia il finanziamento a seguito di uno shock asimmetrico subito dal Paese debitore, la stessa Bce, qualora l’avesse ritenuto necessario, poteva intervenire a suo sostegno, acquistandone i relativi titoli. Regola che aveva fatto scalpore, al punto da richiedere in Germania, una pronuncia della Corte costituzionale, che, per fortuna aveva consentito, ritenendosi garantita proprio dalla presenza della Troika, che quella procedura prevedeva. Sarà ancora così nell’eventualità in cui si dovesse procedere ad un “liberi tutti” generalizzato? Lo sapremo presto. Contro l’ipotesi del quantitative easing è stato già presentato un nuovo ricorso. La Corte costituzionale dovrebbe decidere il prossimo 5 maggio, in un contesto ben diverso dal passato. L’eventuale pollice verso potrebbe essere il preludio di una possibile Germanexit.

Questo, quindi, lo stato dell’arte. Accompagnato, da ben altre stravaganze. Quali la pretesa di avere aiuti e non prestiti: come se esistessero in natura pasti gratis per tutti. Il che non significa, tuttavia, che le tesi sulla monetizzazione, avanzate tra gli altri da Francesco Giavazzi e Guido Tabellini, oltre che da un appello di oltre 100 economisti, siano prive di fondamento. In economia: mai dire mai. Il problema è il grado di realismo insito in quella prospettiva, l’esatta percezione dei reali rapporti di forza tra i diversi protagonisti. Forse, alla fine, sarà indispensabile giungere a quella soluzione, ma prima sarà necessario esperire ogni altro tentativo. Una lunga strada da percorrere e mille ardui ostacoli da superare. È bene averne consapevolezza, prima di continuare a sognare ad occhi aperti. Sempre che non si abbia in mente qualcosa di diverso.

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