Economia

Mes, Bei, Eurobond. Fatti e miti

di

recovery fund

C’è ormai una classe politica, non solo in Italia, che vive di miti, più che di consapevolezze. Il caso Mes, Bei ed Eurobond. L’analisi di Gianfranco Polillo

Togliete alla politica i simboli e l’avrete uccisa. Avrete ucciso quella parolaia. Quella che vive del rumore di fondo (Fellini) della comunicazione, specie se gridata a reti (quasi) unificate, come spesso capita di vedere. In tal modo la parola si trasforma in slogan ed esso vive a prescindere dal suo reale significato. Gli antichi erano soliti dire “nomina sunt consequentia rerum”, oggi non è più così. Esistono i “nomina” ed esistono le “rerum”: in origine prodotti da un solo ed identico circuito, ma con il trascorrere del tempo, destinati, nella realtà europea contemporanea, ad una progressiva separazione. Fino a contrapporsi in un immaginario collettivo sempre più segnato da una crescente incomunicabilità.

Provate a pronunciare, di fronte a un tedesco o ad un olandese, la parola “eurobond” ed osservatene la reazione. Se è persona gentile, risponderà con grazia, manifestando la sua contrarietà. Se non lo è, vi prenderà a male parole. Rafforzandosi nelle proprie ancestrali convinzioni. Italiani ladri e mafiosi. Come si è avuto moto di leggere in una parte della stampa tedesca, che aveva fatto proprio l’antico monito d Beppe Grillo, sulla necessità di non dare soldi all’Italia, per evitare di foraggiare banditi e criminali. Ma è proprio così? Veramente quella parola maledetta non trova cittadinanza negli strumenti finora sperimentati dalla Commissione europea?

Ursula von der Leyen ha appena proposto, e l’ultimo Ecofin approvato, il programma “Sure”, che il prossimo Consiglio europeo dovrà ratificare. Quei 100 miliardi di euro che dovranno garantire il finanziamento della cassa integrazione guadagni. Sul fronte della lotta contro la disoccupazione. Una cifra apparentemente rilevante, in valore assoluto. Ma pari, a poco più, dello 0,6 per cento del Pil dell’Eurozona. Fatte le necessarie divisioni, all’Italia toccherà poco più di 15 miliardi. Un mese di cassa integrazione. Non è molto, ma è difficile rinunciarvi.

La Bei, a sua volta, potrà finanziare il programma di investimenti per 200 miliardi di euro. Anche in questo caso la quota italiana sarà pari ad una trentina di miliardi. Che potranno sommarsi ai 15, di cui si diceva in precedenza. In tutto il costo di un mese, un mese e mezzo del nostro lockdown. Somme che in prospettiva dovremo comunque restituire. Visto che, nemmeno al tempo del coronavirus esistono, purtroppo, pasti gratis. Nonostante ciò sarà difficile fare gli schizzinosi. I soldi sono comunque necessari, considerata la dimensione della crisi attuale.

Benché quelle somme siano ancora troppo esigue rispetto all’entità del danno prodotto dalla pandemia, resta il problema di fondo di come procurarsele. Grande riserbo e mutismo generalizzato. Per la “Sure” si fa un lontano riferimento al bilancio europeo. Ma è solo una foglia di fico. Quel budget è pari a poco più di 165 miliardi di euro. Dopo la Brexit, la sua riscrittura ha comportato una lotta al coltello per pochi decimali. Come con esso si possa finanziare una spesa ulteriore di 100 miliardi è un grande mistero. A meno non si pensi all’emissione di titoli di debito. Non si chiameranno eurobond, per non provocare effetti urticanti (ancora la dissociazione delle parole), ma la loro natura sarà quella.

Del resto nel caso della Bei, questa è la normale procedura seguita per ottenere le risorse necessarie. Che ovviamente dovranno essere potenziate per ottenere altri 200 miliardi da redistribuire. Naturalmente, anche in questo caso, vietato usare la parola eurobond. La Bei emetterà, come ha fatto finora, semplici obbligazioni. Che sono, tuttavia, garantite da tutti i Paesi europei. Se questa non è una condivisione del rischio, dovremo trovare parole diverse per dire la stessa cosa.

Finora le fobie dei Paesi del nord, ma quella italiana, a proposito del Mes, non è da meno. Da questo punto di vista l’Italia si è progressivamente isolata, anche rispetto ai nove Paesi, che avevano firmato la lettera rivolta al Presidente del Consiglio europeo: Charles Michel. La stessa Spagna, per non parlare della Francia, ha messo da parte ogni isterismo. Se necessario, i finanziamenti del Mes saranno considerati benvenuti. Tanto più che nell’ultimo Eurogruppo è stata prevista una linea di credito, che non richiede “condizioni capestro”, come potevano essere quelle paventate. Le eventuali somme, fino ad un massimo del 2 per cento del Pil (36 miliardi per l’Italia) dovranno essere utilizzate solo per far fronte alle spese “dirette o indirette” connesse con la pandemia.

Ed ecco allora il parallelismo con l’isteria nordica sugli eurobond. Le condizioni del Mes – questa la tesi di esponenti dei 5 stelle e dell’opposizione – saranno la tomba della nostra sovranità, la Grecia insegna.

Non useremo – promette Giuseppe Conte – quei soldi, nemmeno se ce li regalassero. E’ sterco del demonio. Ma è proprio così? La Grecia ha ricevuto 481,2 miliardi di euro. Ma solo il 22,8 per cento sono stati forniti dal Mes. Il resto è stato il frutto di accordi bilaterali, per quando “capestro”, oppure erogati con le procedure del Salva Stati o del FMI. Anche la Spagna e Cipro hanno beneficiato di quell’intervento per una somma pari a 41,3 e 6,3 miliardi. Appena un po’ meno nel caso della Spagna rispetto alla Grecia. Ma gli effetti non sono stati gli stessi. Tant’è che la Spagna non è minimamente propensa al “gran rifiuto”.

La morale della favola è abbastanza evidente. C’è ormai una classe politica, non solo in Italia, che vive di miti, più che di consapevolezze. Forse il segno di una democrazia ormai compiuta, la cui governance richiede, tuttavia, qualcosa di diverso. E’ bene cominciarci a pensare.

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