L’apertura dello Stretto di Hormuz, o la mancanza di tale, continua a dominare le oscillazioni nel posizionamento degli investitori e la definizione di una leadership nel momentum del mercato azionario. Il primo round di negoziati tra Iran e USA non ha prodotto un accordo rapido, solo una resa dell’Iran avrebbe portato ad un simile esito. Il termine di quattordici giorni potrebbe essere esteso e appare improbabile una ripresa della campagna aerea. Allo stesso tempo, sembra difficile che l’Iran riesca a imporre un meccanismo di pedaggio sullo Stretto oltre la durata dell’attuale fase negoziale.
Un blocco navale operato dalla Marina americana su Hormuz, chiudendo il transito anche alle petroliere iraniane, andrebbe ad accelerare l’erosione delle scorte energetiche, soprattutto in Asia. Lo stop al passaggio di petroliere iraniane riduce l’offerta di circa 2 milioni di barili al giorno. Al netto dell’attuale ritorno sopra quota 105$ sia per Brent che WTI, la struttura della curva a termine sui contratti futures ha probabilmente un cuscinetto di altre due o tre settimane prima di dover scontare rialzi in maniera più strutturale e duratura.
La settimana scorsa, sulla scia del cessate il fuoco, la reattività al rialzo di settori e stili a più elevato beta è apparsa un’indicazione della tenuta di supporti importanti all’interno del mercato azionario. Il rimbalzo nei settori dei semiconduttori negli Stati Uniti e dei finanziari in Europa ne sono riprova. La dispersione delle performance aumenta, i temi macro che guidano i trend di mercato sono sempre più specifici, ma accompagnati da un maggiore premio per il rischio; le valutazioni azionarie sono infatti tornate su livelli interessanti.
Sul fronte macro, i rischi inflattivi sono diventati concreti. L’inflazione americana CPI è salita in marzo dello 0.9% in linea con la stima degli economisti, il rialzo più marcato degli ultimi tre anni e mezzo, mentre il CPI Core è salito dello 0,2% e sotto la previsione dello 0,3%. Il modello elaborato dalla FED di Cleveland nello stimare il livello corrente del PCE Core, l’indice dei prezzi seguito dalla FED, segnala un rialzo al 3.1% su base annua in cui gli effetti di secondo ordine, oltre ai costi energetici e di trasporto, non sono ancora trasferiti su salari e servizi.
In settimana a Washington prende il via la riunione di primavera del FMI, dove avremo maggiore visibilità sulle stime di impatto a crescita ed inflazione globale secondo diversi scenari di durata nelle tensioni a Hormuz. Se il FMI era, prima del conflitto, in procinto di alzare le stime di crescita, è ormai certa una inversione a U verso un ribasso anche nello scenario base. Lo scenario base sui FED Funds rimane invece di una pausa prolungata sul livello attuale, livello che nell’ultimo verbale FOMC viene ancora definito come sopra il neutrale e quindi restrittivo. La Fed può sfruttare questa configurazione per monitorare la prossima fase di incertezza macro. L’indice di fiducia dei consumatori dell’Università del Michigan per il mese di aprile è sceso a un minimo storico. La spesa per consumi si conferma infatti vulnerabile al peggioramento delle condizioni finanziarie per i redditi più bassi, mentre sui redditi medio-alti la riduzione di risparmio disponibile potrebbe ridurne la resilienza. Dall’altro lato, i rimborsi fiscali che sono distribuiti ai consumatori in queste settimane, insieme alla tenuta del mercato del lavoro, dove il numero di sussidi di disoccupazione rimane contenuto, sono fattori che possono fornire stabilità alla tendenza dei consumi.
Anche in Europa emergono segnali di deterioramento nella fiducia dei consumatori, le condizioni finanziarie continuano ad inasprirsi e gli ultimi dati economici hanno sorpreso in negativo. Per quanto riguarda il comparto delle imprese, l’attività economica rimane tutto sommato positiva e le dinamiche legate agli investimenti in Germania continuano a svilupparsi in maniera incoraggiante. I prossimi sondaggi sulla fiducia delle imprese saranno determinanti. Inoltre, l’esito delle elezioni in Ungheria potrebbe avvicinare un processo di pace in Ucraina.
La retorica della BCE rimane stringente sulla necessità di dover alzare i tassi di riferimento, che al contrario della Fed sono già ad un livello neutrale. Lo scenario base sul rialzo dell’inflazione aggregata è sempre più tendente al 4% e il mercato sconta due rialzi dei tassi nei prossimi sei mesi. Le metriche d’inflazione di lungo periodo rimangono tuttavia stabili, uno scenario con un rialzo nei prossimi mesi seguito da uno o più tagli all’inizio dell’anno prossimo è del tutto plausibile.
In settimana iniziano le pubblicazioni dei risultati aziendali. Le recenti revisioni degli analisti indicano ancora stabilità dei profitti, anzi sul settore tecnologico le indicazioni preliminari sono incoraggianti con il ciclo degli investimenti che continua a ritmi solidi. Il settore finanziario sarà sotto i riflettori, gli investitori saranno molto attenti alle indicazioni su un eventuale deterioramento nella qualità del credito al consumo e nei prestiti al settore del software.







