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Meglio indebitarsi con Bruxelles o sul mercato?

Pnrr

Come ci si indebita con la Commissione Ue? Che differenze ci sono rispetto al debito verso il mercato con l’emissione di titoli? Di certo il contratto parzialmente segretato del prestito Sure non è un buon inizio in vista del Recovery Fund. L’analisi di Giuseppe Liturri

 

Nei giorni in cui i grandi media si svegliano e scoprono ciò che qui scrivevamo già il 27 aprile, 18 maggio, il 25 maggio, il 28 maggio (risparmiamo ai lettori le decine di articoli successivi), cioè che il Recovery Fund è debito, conviene tornare su un aspetto al momento trascurato ma che promette di tornare presto d’attualità. Come ci si indebita con la Commissione Ue? Quali sono le differenze rispetto al debito verso il mercato emettendo titoli? Conviene? Ci sono punti oscuri?

A questo scopo è d’aiuto quanto già accaduto col prestito del Sure. Infatti poco prima di Natale, la Commissione ha finalmente risposto alla nostra richiesta di accesso agli atti del 28 ottobre, finalizzata a richiedere il contratto di prestito che disciplina la linea di credito (in sigla Sure) tra la Repubblica Italiana e l’Unione Europea. Si tratta di 27,4 miliardi resi disponibili dalla Ue, con Decisione del Consiglio del 25 settembre scorso, per finanziare tutte le maggiori spese per la Cassa Integrazione ed altre indennità a lavoratori autonomi stanziate dal Governo a partire dal marzo scorso.

La nostra curiosità era dettata dall’esigenza di valutare l’effettiva convenienza, condizioni alla mano, rispetto al normale ricorso al mercato attraverso l’emissione di Bot o Btp.

La risposta, attesa entro il 17/11, si è fatta attendere per un altro mese, in quanto è stato necessario rispettare il diritto dello Stato membro che può opporsi alla comunicazione a terzi di tali documenti, senza un preventivo consenso. Il consenso alla divulgazione è arrivato, ma l’Italia (come anche Spagna, Cipro e Polonia, i cui contratti sono oggetto della stessa Decisione) ha chiesto l’oscuramento di parti decisive per valutare la convenienza del prestito. Ma anche le parti in chiaro riservano sorprese e delineano un quadro tutto sbilanciato a favore degli interessi del creditore, francamente sconfortante per lo status di debitore della nostra Repubblica, anche in considerazione della rilevanza di soli 27 miliardi su un debito pubblico di 2500 miliardi. Come se una famiglia con un debito pari a una volta e mezza lo stipendio annuale, fosse costretta a sottostare alle occhiute osservazioni del panettiere che gli fa credito per la spesa quotidiana. Infatti le regole che governano l’erogazione di quelli che i grandi media hanno definito per mesi come “aiuti”, sono blindate a favore del creditore. Con un contratto simile a quello che le società finanziarie che erogano credito al consumo propongono a chi vuole comprare una Tv o una lavatrice. In cui dominano soltanto i diritti del creditore ed il debitore deve soltanto adeguarsi ed adempiere puntualmente, pena lo scatenarsi dell’inferno.

Passi per alcuni dati che sono oscurati per motivi di privacy, ma il dato più significativo è che non possiamo conoscere – perché “danneggerebbe l’interesse pubblico in materia di politica economica e finanziaria” (articolo 4 regolamento 1049/2001) – la formula che porta a determinare il tasso di interesse del prestito, che viene ritenuta un’informazione sensibile, essendo ancora in corso le operazioni di raccolta del Sure sui mercati. In sintesi, conosciamo il tasso che lo Stato paga sui Btp, ma non quello pagato alla Commissione UE.

Conosciamo il tasso pagato dalla Ue per indebitarsi (-0,24% a 10 anni e 0,13% a 20) ma non abbiamo trasparenza sul ribaltamento di questo tasso a carico dello Stato membro debitore. Aggiungiamo inoltre che tale tasso è inferiore al tasso pagato sul Btp pari scadenza, ma comunque superiore di circa 40/50 punti base a quello pagato sul debito tedesco. Non a caso gli investitori hanno festeggiato, perché non gli è sembrato vero di investire in un titolo con lo stesso rischio della Germania ricevendo 40/50 punti in più. È questo il difetto di convenienza per noi: paghiamo il Tavernello al prezzo del Brunello ed è una magra consolazione sapere che è un prezzo comunque inferiore a quello accessibile collocando il nostro debito. Si tratta comunque di due cose diverse.

Non sono parimenti note due soglie molto importanti:

  1. l’importo massimo di debito pubblico su cui è possibile concedere garanzie che privilegino il suo rimborso rispetto al prestito Sure;
  2. la soglia di debito oltre la quale una dichiarazione di default provocherebbe la cancellazione o rimborso anticipato del prestito.

In altre parole, la Commissione intende proteggersi rispetto ad eventuali decisioni dello Stato italiano finalizzate a concedere privilegi nel rimborso a favore di terzi creditori che facciano quindi diventare subordinato il debito verso la UE. Preoccupa ancora di più la seconda soglia: Allo Stato basterà essere in default rispetto ad un creditore oltre una certa soglia, per dare facoltà alla UE di chiedere il rientro immediato del prestito.

Clausole che avrebbero senso di fronte ad uno Stato sull’orlo del fallimento. Queste soglie, spiega nella lettera accompagnatoria, il direttore generale della direzione Ecofin, Maarten Verwey, “sono il risultato di un negoziato con lo Stato membro e possono mandare un segnale di una situazione di stress finanziario“.

Il prestito Sure è di pari grado (pari passu) rispetto al resto del debito pubblico. Nessun privilegio, come accade invece per il Mes. Ma la Repubblica Italiana, si impegna “tenendo in considerazione le particolarità degli strumenti di prestito dell’Unione, a non garantire ad alcun altro creditore o possessore di suoi titoli di debito alcuna priorità sul creditore“, e si impegna “a riconoscere che il creditore ha identica capacità e privilegi giuridici di quelli accordati alle istituzioni finanziarie internazionali“. Viene quindi impedito al nostro Paese di concedere garanzie a fronte di indebitamento presente o futuro che sia privilegiato rispetto al Sure. Non è una cosa da poco. Si pensi all’opportunità, sempre ignorata dal ministro Roberto Gualtieri nei confronti parlamentari, per l’Italia di emettere un prestito privilegiato, quindi comparabile a quello del Mes, per spuntare un tasso più favorevole. Da oggi, oltre una certa (sconosciuta) soglia, sarà vietato.

Inoltre è totalmente oscurato un parere legale reso dai competenti uffici del Mef in cui si attesta che “sono soddisfatti tutti i requisiti di natura legale e costituzionale per l’efficacia di quel contratto e per l’impegno valido ed irrevocabile del debitore per tutte le obbligazioni in contratto”. Forse a Bruxelles avevano dei dubbi sul fatto che uno Stato sovrano potesse prendere quegli impegni, tipici di un consumatore che compra a rate, e si sono voluti premunire con un parere legale la cui correttezza deve essere sempre garantita, a pena del blocco dei pagamenti delle rate?

A questo si aggiunge la facoltà della Commissione di chiedere il rientro immediato del prestito, qualora il contratto fosse dichiarato illegittimo o non vincolante dalla Corte di Giustizia Europea. In altre parole, il creditore UE è disposto a prestarci solo alle condizioni poste da quel contratto e non è disposto a conformarsi nemmeno ad un eventuale giudizio negativo del massimo organo giurisprudenziale dell’Unione. Quindi se salta il contratto, salta anche il prestito: un sopruso impressionante.

Ma è tutta la costruzione che vacilla. In senso stretto, il Sure non è un prestito, ma un fido erogabile in dieci rate fino al marzo 2022. Fino ad oggi l’Italia ha incassato 16,5 miliardi in tre rate. Ogni volta l’Italia deve inoltrare alla Commissione una richiesta di fondi che specifichi, tra l’altro, il tasso massimo che è disposta a pagare (frutto della formula segretata). La Commissione non dispone di fondi propri e lancia ogni volta un’emissione obbligazionaria sui mercati, i cui proventi, al netto di tasse, commissioni e spese di ogni genere (dettagliati in una nota di conferma della Commissione allo Stato membro e che il ministro Roberto Gualtieri in audizione parlamentare il 19/11/2020 ha dichiarato essere pari al 0,20% annuo circa), vengono poi prestati al debitore che ha già accettato in anticipo l’operato della Commissione. Nell’accordo si prevede che, in presenza di condizioni di mercato avverse, la Commissione non è obbligata a prestare ma può proporre all’Italia un tasso di interesse rivisto alla luce della mutata situazione.

In pratica, la Commissione è un procacciatore di fondi con obbligo di mezzi ma senza obbligo di risultato. Se il mercato è favorevole, come in questi mesi, fa il suo lavoro e trattiene una commissione annua del 0,20%, altrimenti se ne lava le mani. Ma allora perché montare questa ingarbugliata struttura finanziaria, quando l’Italia è il terzo emittente mondiale di titoli di Stato e, in caso di difficoltà, dovrebbe comunque necessariamente intervenire la Banca Centrale, perché pure la Commissione non garantisce nulla?

Se il mercato funziona, la Commissione non serve. Se il mercato non funziona, la Commissione non serve ugualmente, perché ci vuole la Bce.

Se il buongiorno si vede dal mattino, con che tranquillità il Governo si appresta a chiedere i 127 miliardi di prestiti previsti dal Next Generation EU? Come è possibile indebitarsi tenendo segreto il tasso, sia prima che dopo l’operazione?

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