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Lo Stato avrà un ruolo cruciale nella ripresa. Parola di Draghi

Bankitalia

L’intervento del presidente del Consiglio, Mario Draghi, all’Accademia dei Lincei letto e commentato da Gianfranco Polillo

 

Più che un intervento, quello di Mario Draghi, all’Accademia dei Lincei, in occasione del conferimento del premio Feltrinelli, è stata una lezione d’economia. Un testo che dovrebbe essere studiato nelle aule dall’Università. E non solo in Italia, viste le voci stravaganti che si sentono in Europa: ove qualcuno già sta pensando di ritornare ad un vecchio punto di partenza. La crisi pandemica come una parentesi della storia, da racchiudere in un bozzolo, per dare nuovo lustro alle antiche regole dell’austerity.

L’alternativa degli scorsi mesi, ricorda il presidente del Consiglio, accennando alla pandemia era tra una “recessione e una depressione”. La prima pilotata dai governi, proprio per evitare la seconda che “avrebbe causato un’ondata di fallimenti”. Con “la chiusura di intere filiere, con conseguenze disastrose non solo dell’economia ma dell’intero Paese”. Tra i due mali, quindi, si è scelto quello minore, anche a costo di determinare un forte aumento del debito. Che “é stato quindi deliberato e soprattutto auspicabile”. Il prezzo pagato per mantenere in vita le aziende che, per via della pandemia, erano state costrette a chiudere.

“Dall’inizio della pandemia” tutto ciò é costato “208 miliardi” per le garanzie offerte ed altri “100 miliardi” per i sussidi. I primi destinati a trasformarsi in debito privato, i secondi in debito pubblico. Di conseguenza il rapporto tra il debito pubblico ed il prodotto interno lordo, nel 2019, è aumentato in Europa di 15 punti, in Italia di 25: “dal 135% del Pil al 160%”. E non è detto che entrambi non aumenteranno ancora, qualora la pandemia dovesse continuare ad essere alimentata dalle diverse “varianti del virus”.

A pagarne il costo soprattutto i lavoratori. Il cui reinserimento nelle strutture aziendali non potrà che essere graduale. In assenza di ogni intervento “le famiglie nei Paesi della zona euro avrebbero perso, in media, quasi un quarto del loro reddito”. Grazie invece all’intervento dei singoli governi la perdita relativa è “stata del 7%”. Anche se ancora non é chiaro quanto peseranno sul debito le garanzie dello Stato sui prestiti bancari. Al momento, infatti, è solo prevedibile che “una parte di questo debito implicito si cristallizzi e vada poi ad incrementare il debito pubblico”.

In questa notte ancora buia, si intravede, tuttavia, un barlume di luce. “L’economia italiana ha operato al di sotto delle suo potenziale per gran parte degli ultimi dieci anni. C’é dunque molto spazio per utilizzare politiche di bilancio espansive prima di creare pressioni inflazionistiche”: questo il punto centrale di tutto il successivo ragionamento. Avvalorato dagli ultimi dati della congiuntura economica che lasciano intravedere un tasso di crescita maggiore, rispetto alle stesse previsioni governative. Anche se tutto ciò non è ancora sufficiente. “Dobbiamo – questo il monito del presidente del Consiglio – raggiungere tassi di crescita più elevati e sostenibili che non nel recente passato” se vogliamo far fronte ai guasti prodotti dalla pandemia. Ed alle trasformazioni che ne sono derivate.

“Se portiamo il tasso di crescita strutturale dell’economia – ha continuato nel suo intervento – oltre quello che avevamo prima della crisi sanitaria, saremo in grado di far aumentare le entrate fiscali abbastanza da bilanciare l’aumento del debito che abbiamo emesso durante la pandemia”. Con un effetto positivo immediato rispetto alle stesse aziende, che vedranno crescere la propria domanda, migliorando le loro condizioni economiche. Ne deriverebbe che lo stesso costo potenziale “dei programmi di garanzie statali sui debiti d’impresa” tenderebbe a ridursi.

I numeri, al contrario delle paure immotivate, depongono a favore di questa tesi. Dato lo stato della finanza pubblica italiana, nel più generale contesto europeo,”è sufficiente incrementare il tasso di crescita strutturale di 1 – 1,25 punti percentuali per coprire il costo del debito degli ultimi due anni”. Il che richiede, tuttavia, un’ulteriore condizione: una politica più espansiva, ma strettamente finalizzata alla crescita. “Dobbiamo puntare in particolare sugli investimenti, che permettono un rilancio della domanda e un miglioramento dell’offerta”. La logica del PNRR, che é soprattutto rivolta a “rilanciare la produttività. In Italia la produttività totale dei fattori, una misura del livello di efficienza totale dell’economia, nel 2019 era addirittura più bassa che nel 2001”.

C’è, tuttavia, un altro corollario dal quale non si può prescindere. “Se è vero che non vi può avere coesione sociale senza crescita, è anche vero che non si può avere crescita senza coesione sociale”. Ed allora il tema dell’occupazione, specie giovanile e femminile diventa centrale. E con esso quella della formazione, e dell’offerta di capitale umano. “Dobbiamo rafforzare l’insegnamento delle materie cosiddette ‘STEM’ – scienza, tecnologia, ingegneria e matematica – per portare più giovani a scegliere percorsi scientifici per la loro carriera professionale”. Ed avere per le donne una politica in grado di affrancarle dal doppio lavoro domestico, grazie alla fornitura dei necessari servizi sociali, come nel caso degli asili nido.

Se si farà tutto ciò, con la necessaria coerenza, si tornerà alla “vecchia” distinzione tra “debito buono” e “debito cattivo”. A seconda dell’uso che si farà delle relative risorse finanziarie, così ottenute. “Il debito – precisa ancora Draghi – può rafforzarci, se ci permette di migliorare il benessere del nostro Paese, com’é avvenuto durante la pandemia. Ci può rendere più fragili se, come troppo spesso é avvenuto in passato, le risorse vengono sprecate.” Al tempo stesso “può unirci, se ci aiuta a raggiungere il nostro obiettivo di prosperità sostenibile, nel nostro Paese e in Europa. Ma il debito ci può anche dividere, se solleva lo spettro dell’azzardo morale”.

Ed allora quali devono essere le caratteristiche del “debito buono”? Ecco alcune opzioni: è buono quello che “serve a finanziare gli investimenti pubblici ben mirati”. Che permette di assorbire gli shock esterni. Quello “utilizzato per fare una politica anticiclica”. Obiettivo quest’ultimo che rivesta un’importanza particolare, come supporto alla politica monetaria, specie nel momento in cui i tassi d’interesse sono talmente bassi, da non essere più utilizzabili per una politica espansiva. Anche se si deve subito aggiungere che non tutti i Paesi sono in grado di produrre queste politiche con la necessaria intensità.

“Il debito sovrano che non è considerato sicuro lo consente solo in parte, perché la sua emissione può comportare tassi d’interesse più elevati”. L’esperienza della crisi del 2011 dimostra quanto fu difficile allora seguire questa strada, a causa degli aumenti intervenuti negli spread. Negli ultimi anni, quest’inconveniente è, almeno in parte, venuto meno grazie alla politica della BCE, che ha potuto operare in virtù del fatto che l’inflazione “continuava ad essere molto più bassa del suo obiettivo primario. Ciò ha evitato che le economie cadessero in un circolo vizioso”. Politiche di austerity per recuperare le risorse necessarie per far fronte ai maggiori costi del finanziamento pubblico. Che, a loro volta, accentuavano la depressione.

Ma per il futuro? É prevedibile che la situazione dei bassi tassi d’interesse non possa essere mantenuta, ed allora sarà necessario “ragionare su come permettere a tutti gli Stati membri di emettere debito sicuro per stabilizzare le economie in caso di recessione. La discussione sulla riforma del Patto di stabilità, per ora sospesa fino alla fine del 2022, é l’occasione ideale per farlo”. Con l’obiettivo di “migliorare la capacità della zona dell’euro di rispondere alle crisi” ed al tempo stesso rafforzare “ulteriormente l’indipendenza della BCE”.

Che si tratti di un vero e proprio programma di governo non vi sono dubbi. Che vada anche oltre questo semplice orizzonte è, altrettanto, probabile. Nel più lungo periodo, lo Stato – secondo Mario Draghi- dovrà acquisire “un ruolo attivo che è cruciale” ben oltre la soglia degli investimenti pubblici. Per divenire sempre più il baricentro di una complessa organizzazione sociale necessaria per accompagnare le imprese nella gestione di una difficile fase di transizione, in cui lo sviluppo delle nuove tecnologie e il rispetto dei grandi tempi ambientali risulteranno dominanti.

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