Economia

L’Italia imiti l’egoismo (poco europeistico) di Germania e Olanda

di

pandemia

L’Olanda ha chiesto a qualcuno il permesso per la sua politica di spiazzamento fiscale? E la Germania ha fatto qualcosa per limitare il suo eccessivo surplus della bilancia commerciale, sebbene le regole europee avessero posto un limite? Allora non facciamoci scrupolo. La cosa peggiore è essere costretti a chiedere, se non a pietire. E’ considerato segno di debolezza.

L’analisi del Centro studi di Confindustria – la cosa può fare più o meno piacere – dà ragione alla fretta ed all’impazienza di Matteo Renzi. Occorre fare presto. Tornare nel più breve tempo possibile ad una normalità, nell’ovvio rispetto della sicurezza sanitaria. La fase 2 di cui ha parlato Giuseppe Conte, nella sua ultima conferenza stampa. E che, considerato l’andamento dell’epidemia, è già iniziata. Il suo rallentare fino ad attestarsi su un plateau, oltre il quale può finalmente iniziare la discesa. Per dimostrare quanto la ripresa delle attività produttive, oggi congelate, sia necessario, Confindustria usa un metodo convincente. L’unico che consente di far fronte all’indeterminatezza dei possibili scenari futuri.

Le sue ipotesi di base sono progressive: si parte dal presupposto che “la fase acuta dell’emergenza sanitaria si vada esaurendo alla metà del secondo trimestre dell’anno”. Fino ad allora si ipotizza una ripresa graduale dell’attività: “Aprile: 40% all’inizio; 60% alla fine del mese; maggio: 70% all’inizio; 90% alla fine del mese; giugno: 90% all’inizio; 100% alla fine del mese”. In questa ipotesi “la caduta stimata del Pil nel secondo trimestre rispetto a fine 2019 è attorno al 10%”. Per poi collocarsi, su base annua, al 6 per cento. Ne consegue che se il periodo si allunga o si accorcia i riflessi a fine anno saranno conseguenti. Più lunga questa agonia, più vicina la soglia di quel 10 per cento di flessione del prodotto lordo che rappresenta un terribile monito. Scavallando il mese di giugno, ogni settimana di ritardo finisce per costare, sempre secondo Confindustria, lo 0,75 per cento del Pil.

La cadenza temporale indicata sconta anche l’evoluzione del quadro internazionale. Si immagina, in definitiva, che le conseguenze siano più o meno simili a quelle italiane. Innanzitutto perché la pandemia, seppure ritardata di due settimane, si presenta, nella maggior parte dei Paesi, con le stesse caratteristiche. Ma soprattutto in considerazione del fatto che la caduta dell’offerta è soprattutto conseguenza dei vuoti di produzione che si sono registrati nelle grandi catene del valore. Mentre la flessione della domanda è stata solo conseguenza della chiusura dei luoghi di produzione e della naturale compressione dei consumi dovuti, per effetto del lockdown, al ritorno ad una vita semi monastica.

Confindustria dà anche per scontato che la ripresa sarà ancora trainata dalle esportazioni. Ipotesi realistica, considerata la struttura dell’industria italiana. Che è più forte nei settori legati al mercato estero, piuttosto che con quello interno. Come è dimostrato da quanto accaduto all’indomani della crisi del 2007. Con la produzione nazionale che si collocava sempre più nelle grandi filiere internazionali, dando origine ad un surplus crescente delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, in precedenza in un deficit cronico, fino a raggiungere il 3 per cento del Pil. Non certo l’Olanda o la Germania che mantengono il primato.  Ma una posizione comunque stridente con un elevato tasso di disoccupazione, attestatosi sul 10 per cento ed oltre.

Nello scenario a più breve termine, il prossimo biennio, questo legame non si dissolve. Nel primo anno le esportazioni dovrebbero diminuire del 5,1 percento, a causa degli effetti del coronavirus sugli altri Paesi, ma le importazioni del 6,8 per cento. Ne deriverebbe un surplus commerciale in crescita dell’1,7 per cento, rispetto all’anno precedente. In leggera attenuazione l’anno successivo. Ma comunque nel segno degli anni più recedenti. Almeno da questo punto di vista, quindi, il modello di sviluppo dell’economia italiana dovrebbe essere rimasto più o meno simile. Anche perché c’è tanto scetticismo sull’ipotesi che la politica italiana sia in grado di far fare al Paese quel salto di qualità che sarebbe necessario.

Se sarà questo il futuro prossimo venturo, in un contesto europeo segnato da divisioni profonde tra i vari partner e rischi di rottura dovuti alla mancanza di generosità e lungimiranza, occorrerà attrezzarsi. E cominciare a fare cose che, in tutti questi anni, non abbiamo fatto. Ancora una volta, infatti, di fronte alle difficoltà di finanziare una crisi che, forse, alla fine risulterà più grave di quella del 2007, l’Italia si troverà con un eccesso di risparmio che non riesce ad utilizzare. Dopo essersi inutilmente accapigliata sugli euro o coronabond, come comunque si vogliono chiamare, nella speranza di ottenere, grazie a questi strumenti, maggiori finanziamenti.

Dal 1913 al 1919, secondo i calcoli del Fondo monetario, l’Italia ha avuto a disposizione, grazie alla forza di quel pugno di industrie sopravvissute al crollo del 2007, un volume di risparmio pari ad oltre 300 miliardi di dollari. A tanto ammontava il surplus, cumulato del sessennio, sul fronte della bilancia dei pagamenti. Una cifra più o meno pari all’aumento del debito pubblico italiano, che si è verificato tra il 2012 ed il 2019. Come sono stati investiti questi soldi? Nella maggior parte dei casi: malamente. Hanno dato origine all’acquisto di strumenti finanziari gestiti da operatori esteri e quindi resi disponibili per gli usi più diversi nel grande mercato finanziario internazionale. Fondi comuni d’investimento (azionari, monetari obbligazionari o bilanciati), Pac (piani di accumulo di capitale), Gestioni patrimoniali, Polizze vite, Etf nelle sue varie tipologie, Sicav, Derivati Otc e Idem, Futures, opzioni, Warrant, Covered warrant. E via dicendo. Questi solo alcuni degli strumenti finanziari. I mille tentacoli di un mercato che ha una potenza di fuoco pari a 10/15 volte il Pil mondiale.

Le regole europee hanno fatto di tutto per incrementare quest’attività. Il normale rendimento del risparmio (interessi sui conti correnti o sui depositi bancari) non solo si è azzerato, ma con il Bail in, è divenuto rischioso. In caso di mala gestio della banca i risparmi, superiori ai 100 mila euro, sono coinvolti nel crack dell’Istituto. Senza far cenno, poi, alle ipotesi di interessi negativi da corrispondere alle banche, qualora il deposito bancario superi una certa cifra. Insomma: si è fatto di tutto per spingere l’ignaro risparmiatore a cercare una capanna dove ripararsi. Ed affidarsi al gatto e la volpe – il broker – nel tentativo di difendere quanto, con tanta fatica, messo da parte. Nei momenti di tranquillità, quelle sue attese sono state in larga misura soddisfatte, nonostante il peso delle commissioni bancarie, spesso ben superiori ai dividendi. Ma è nel momento di crisi che il bilancio appare realmente per quello che è. Ed esso è talmente negativo da far rimpiangere amaramente i momenti di euforia.

Se si parte dal presupposto che la maggior parte delle azioni d’investimento finanziario non era motivata dalla smania di arricchimento, ma dalla semplice preoccupazione per il futuro, allora si possono immaginare soluzioni diverse. Può essere lo Stato nazionale, specie in un momento di crisi, a farsi carico del problema. Come? Proponendo un titolo che attragga il risparmio dei suoi cittadini, offrendo loro un rendimento di medio periodo che sia in linea con quello del mercato internazionale, ma riducendo la sua volatilità al punto da renderlo una specie di safe bond, con un rischio minore nel tempo. Operazione che richiederebbe solo una confezione adeguata. Rendimento stabile, una certa indicizzazione, totale esenzione fiscale.

Un titolo patriottico, come pure è stato detto, ma considerato tale non tanto per le sue intrinseche virtù – anche se questo stimolo può essere potente – ma perché dedicato ai soli cittadini italiani. Un po’ come avviene in Giappone, che ha un debito pubblico doppio del nostro. Alla base di questa scelta sarebbe una sorta di nuovo “contratto sociale”, stipulato nel momento in cui lo spirito europeo sembra essersi dissolto. Forse non sarà accolto bene dai nostri partner, che vi vedranno un pericolo per la coesione interna. Ma non importa. Forse l’Olanda ha chiesto a qualcuno il permesso per la sua politica di spiazzamento fiscale nei confronti dei Paesi concorrenti? E la Germania ha fatto qualcosa per limitare il suo eccessivo surplus della bilancia commerciale, sebbene le regole europee avessero posto un limite, che doveva essere invalicabile?
Ed allora non facciamoci scrupolo. La cosa peggiore, nelle relazioni internazionali, è essere costretti a chiedere, se non a pietire. Viene considerato segno di debolezza. Meglio allora fare le scelte che rispondono al proprio interesse nazionale e poi iniziare, eventualmente, a discutere. Come hanno sempre fatto gli altri che potevano, salvo poi rimproverarci al minimo accenno di indipendenza.

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