Economia

Come cambieranno le relazioni industriali con il Coronavirus

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relazioni industriali

Fatti e scenari sulle relazioni industriali. Il post di Salvatore Santangelo

Premesso che sono d’accordo con le dichiarazioni di Alberto Forchielli, e cioè che in questo momento, anche solo parlare di sciopero generale sia una pugnalata alle spalle del sistema-Paese (lo stesso principio vale per i burocrati che non comprendono la drammaticità della situazione economica e che frappongono continui ostacoli a chi ha il diritto di continuare a produrre, pur con le dovute cautele per la salute dei lavoratori), allo stesso tempo dobbiamo renderci conto che questo è il momento di immettere profondi elementi di novità nel dibattito pubblico sulle tematiche del lavoro e delle relazioni industriali, per disinnescare sul nascere la spirale conflittuale che rischia di esplodere sullo sfondo dell’emergenza generata dal Covid-19.

È ora di prendere atto che – superato il modello della concertazione degli anni ottanta e novanta – non è più rinviabile sciogliere il nodo della riforma strutturale del mondo del lavoro; riforma che deve essere affrontata sia considerando come centrale il valore della coesione sociale, sia riaffermando le esigenze della modernizzazione.

Proprio in questo percorso, e ancor più in questa fase così delicata, è necessario essere capaci di mantenere il clima di dialogo, attraverso un processo di coinvolgimento e di responsabilizzazione delle Regioni (arrestando le spinte centrifughe in atto), del sistema delle autonomie locali e soprattutto di tutte le parti sociali, per portare a compimento al più presto e senza strappi questo necessario percorso di trasformazione.

Sono sempre più convinto, e la Germania lo dimostra, che usciremo dalla crisi solo grazie a un nuovo modello di Economia sociale di mercato, dove il mondo del lavoro sia ancorato al sistema sociale, e proprio in questo momento in cui il “lavoro” è più minacciato, l’obiettivo non deve essere solo quello di preservarlo, ma di “rilanciare”, per dare alle persone quella che, seguendo la grande lezione di Marco Biagi, sia «un’occupazione di qualità che concili quel grande aspetto della vita umana» che è il lavoro stesso, con altre realtà ugualmente importanti: la vita familiare e quella personale.

Qualcuno dirà che si tratta di disquisizioni sul sesso degli angeli mentre Bisanzio brucia, ma dobbiamo giocare in attacco e non in difesa, non accontentandoci di sostenere forme e simulacri ormai vuoti.

I presupposti di questo approccio sono di duplice natura; se da un lato il lavoro è infatti, come dicevamo, una forma di integrazione che completa la persona, donandole senso e significato, allo stesso tempo una dimensione del “sociale” legata a doppio filo a quella economica – e da questa vivificata – diviene oggettivamente più forte e capace di produrre effetti realmente virtuosi.

Una nuova cultura d’impresa, imperniata sulla centralità del ruolo sociale dell’impresa stessa, diviene il punto di svolta per imporre questo nuovo paradigma, che solo può vincere le sfide del nostro tempo: l’impresa non deve essere più concepita come un luogo di conflitti meccanici e di interessi irrimediabilmente contrapposti, ma come luogo in cui le diverse istanze, quella imprenditoriale e quella del lavoro, si incontrano nella forma di una vera e propria “comunità di destino”. Il punto di partenza e la posizione di approdo di questo modello sono rappresentati dalla sostanziale coincidenza, nel lungo periodo, dell’interesse dell’impresa e di quello del lavoro.

Di fatto, in questo momento, che non fa altro che amplificare tutte le criticità della globalizzazione, la tutela dei diritti dei lavoratori non può più essere garantita dallo schema rigido e immodificabile di un generico “diritto al lavoro” (e ciò era già ampiamente dimostrato dalla profonda crisi del “grande” sistema industriale italiano, privo di un disegno strategico).

Questo approccio classico già destinato a essere sconfitto dal fenomeno della de-localizzazione delle attività produttive, messo in moto dalla razionalizzazione mondiale delle forze lavoro – tipica del mercato globale – e dalla spietata concorrenza dei Paesi di nuova industrializzazione, oggi entra nel vicolo cieco della crisi generata dal doppio crollo della domanda e dell’offerta. Quindi, insieme a strumenti di politica monetaria non convenzionali di entità mai vista prima, forse neanche al tempo del New Deal, la grande cornice in cui disegnare questo ambizioso progetto non può non essere un processo che conduca all’evoluzione dell’attuale “Statuto del lavoro” in uno “Statuto dei lavori”, che dovrà dare dignità al lavoro, a tutti i lavori, superando le discriminazioni che attualmente esistono tra i dipendenti delle grandi imprese o del settore pubblico – ben tutelati, ma in declino dal punto di vista numerico – e la massa crescente di coloro che si trovano a gestire i propri percorsi occupazionali per lo più in modo individuale e senza poter contare sulle garanzie di un solido ancoraggio normativo. Anche la difficoltà a mettere in campo aiuti concreti per tutti, in questa fase, dimostra l’inadeguatezza del vecchio approccio.

Il nuovo Statuto dei lavoratori – o dei lavori – dovrà espandere tutele e protezioni attraverso due percorsi: il primo, che porti dal lavoro precario al lavoro stabile; il secondo, che permetta una evoluzione dalle forme rigide, ormai superate e non più competitive, verso forme partecipate e dinamiche di organizzazione aziendale. Lo Statuto dei lavori è il progetto più ambizioso di Marco Biagi: «un progetto di complessiva rivisitazione del diritto del lavoro che da un lato estenda i livelli minimi di tutela a tutte le forme di lavoro, comprese quelle atipiche e occasionali, oggi prive di adeguate garanzie, mentre dall’altro circoscrive e rende più moderne le tecniche di protezione del lavoro subordinato».

Lo Statuto dei lavori parte dalla constatazione che oggi il lavoro è appunto una realtà profondamente segmentata, e persegue un grande ideale di unità del lavoro e dei diritti del lavoro che rompa tutte le frammentazioni oggi esistenti.

Questo discorso è fondamentale per riuscire a rompere le sacche di rendita ed evitare che tutte queste situazioni diventino vasi non comunicanti, oltre che per promuovere la mobilità sociale, in cui il benchmark tra i diversi livelli di produttività sia il criterio che metta in movimento i diversi lavori.

Abbiamo già accennato al cambio culturale che deve accompagnare il mondo imprenditoriale, lo stesso deve accadere in quello sindacale: in questo nuovo scenario il sindacato – investito di responsabilità sempre crescenti – dovrà assumere un ruolo strategico e nevralgico, configurandosi come strumento privilegiato che consenta la selezione di quelle élite destinate a rappresentare le istanze e i bisogni dei lavoratori nei luoghi in cui si vanno a definire le scelte strategiche dell’impresa.

Partendo dall’assunto che nessuno in democrazia può avere interesse a interlocutori deboli, effimeri, poco rappresentativi, i governi (e le imprese) devono poter colloquiare con sindacati rappresentativi e solidi (e viceversa).

Partendo da queste considerazioni, si possono avanzare alcune proposte di riforma del mondo del lavoro che introducano si la flessibilità, anche dolorosa e adeguata alla congiuntura, ma in un contesto di condivisione comunitaria di scelte, rischi e risultati.

La strada maestra per riuscire a conciliare queste due esigenze è senza dubbio quella della Partecipazione dei lavoratori alla gestione e all’utile dell’impresa (elemento cardine del già richiamato sistema tedesco) e giungere quindi finalmente all’attuazione dell’art. 46 della nostra Costituzione che ciò prevede: «Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende».

A tal proposito Uberto Selvatico Estense (patron dell’autodromo di Imola, industriale metalmeccanico e nel settore turistico) ha affermato: «Ho sempre detto ai miei dipendenti che in realtà erano miei soci, perché – volenti o nolenti – a prescindere da ormai superati diritti acquisiti si ritrovano inevitabilmente a condividere a livello salariale le sorti dell’impresa. La contrattazione di secondo livello è stata un’interessante suggestione, ma mai sviluppata adeguatamente per miopia “burocratica”. E concordo anche con l’idea della partecipazione dei lavoratori nel board, ma in Italia i sindacati hanno sempre voluto evitarla per via del “folle” principio di rilevanza fattuale del ruolo delle “opposizioni”».

Sui ritardi culturali del mondo sindacale si scaglia anche Valentino D’Addario (presidente della società di consulenza strategica D&R): «Ci troviamo di fronte alla totale inadeguatezza degli attuali sindacati. La loro struttura – sia di base che apicale – è una roccaforte assoluta di antimodernità. L’arroccamento culturale a difesa di modelli di lavoro obsoleti sono il portato della loro azione. Oggi il sindacato non tutela chi non ha lavoro, e allo stesso tempo chiede spesso tutele insostenibili e cede esclusivamente di fronte alle catastrofi aziendali. Se un’azienda non arriva al fallimento, non c’è sindacato che accetti sacrifici per prevenire il dissesto aziendale»; ma aggiunge anche che «beninteso, la stessa funzione datoriale non è scevra da difetti: molto spesso la classe dirigente della media e grande impresa italiana vive di pochissimi manager qualificati e molti altri che, purtroppo, non lo sono affatto».

Il problema più difficile da superare, più di quanto immaginiamo, è proprio questo fatto che sui temi del mondo del lavoro vige tuttora una sorta di egemonia culturale che passa attraverso le università, un certo mondo intellettuale, e appunto i vecchi sindacati. I problemi posti dalla riforma del mondo del lavoro, oltre a un approccio timido rispetto a temi centrali come la partecipazione, attengono a questa sorta di lesa maestà e a un egemonia che perdura. Come ha scritto Marcello Veneziani, l’affermazione della partecipazione «passa per la riattivazione delle identità comunitarie, locali, nazionali, popolari, ma anche per il legame con la città e l’ambiente; per la riattivazione del senso di solidarietà sociale, in questo incontrandosi con gli orientamenti della dottrina sociale cattolica». Milioni di lavoratori già prima della crisi, avevano il terrore dei licenziamenti, della mobilità, perché troppo spesso la prospettiva è di quella cambiare in peggio, se non addirittura di restare tagliati fuori. E a tal proposito Lodovico Pace (già senatore della repubblica e rappresentante sindacale dell’Ugl) aggiunge che «la partecipazione dei lavoratori è anche un progressivo processo di conoscenza e di maturazione. Il lavoratore passa da una condizione di sottomissione all’impresa a una condizione di coinvolgimento responsabile nella co-determinazione delle strategie»

È qui che la politica gioca un ruolo cruciale: essa nasce appunto per dare risposte concrete, evitare l’esplosione dei conflitti e per sanare le discordie civili, per dirla con Pietro Barcellona: «La politica è lo spazio pubblico dove si rende possibile la rappresentazione e la trasformazione degli affetti e delle passioni. La politica trasforma il conflitto distruttivo in agonismo e competizione vitale. La crisi della politica è crisi della capacità di produrre simboli, annichilimento della parola» (o aggiungiamo noi a un eccesso di parole).

Quindi l’introduzione della partecipazione avrebbe in sé, questa importantissima valenza operativa e simbolica. Fino a ieri quella dell’applicazione dell’art. 46 era una battaglia storica della Destra sociale a cui si sono aggiunti alcuni ex socialisti come Renato Brunetta e Maurizio Sacconi, oggi ne parlano anche Carlo Calenda (che da ministro la propose nel caso della crisi aziendale dell’Alcoa) e altri esponenti del centrosinistra.

Forse i tempi sono propizi…

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