Economia

L’accordo all’Eurogruppo? Una sconfitta politica per Conte e Gualtieri

di

confindustria

Il bilancio definitivo dopo l’Eurogruppo deve essere ancora redatto, sulla base di quanto deciderà il prossimo Consiglio Ue. Ma dal punto di vista politico per il governo italiano è il fallimento di una strategia. L’analisi di Gianfranco Polillo

E’ stata una Caporetto. Non tanto dal punto di vista economico. Il bilancio definitivo deve essere ancora redatto, sulla base di quanto deciderà il prossimo Consiglio europeo. Ma dal punto di vista politico. Non la sconfitta in una battaglia, che ci può sempre stare. Pearl Harbor insegna. Ma il crollo di una strategia. Con una differenza, tuttavia, allora il Generale Cadorna fu immediatamente rimosso. Il comando passò al generale Diaz che sarà poi l’artefice di Vittorio Veneto e della definitiva sconfitta degli austroungarici. Oggi cambiamenti di questa natura non sono all’orizzonte. Almeno nel breve periodo. Aumentano le tossine destinate ad avvelenare l’atmosfera, ma un possibile sbocco è reso quanto mai difficile dalla pandemia. Che impedisce le stesse elezioni regionali.

Un giudizio eccessivo? L’aver puntato tutte le carte sullo slogan “coronabond o morte”, come avevamo scritto in epoca non sospetta, era ed è stato un errore. I responsabili governativi, ma soprattutto il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, doveva saperlo. Da avvocato doveva interpellare gli specialisti della materia e farsi consigliare, senza cedere agli eccessi di protagonismo che ne stanno caratterizzando il profilo. Gli avrebbero spiegato che le cose europee sono ostiche. E che le anime belle hanno poco diritto di cittadinanza. Qui contano i reali rapporti di forza e non basta indossare la coda del pavone per trascinare i riottosi e battere gli irriducibili.

Giuseppe Conte aveva deciso di bluffare fin dall’inizio, quando, nei mesi scorsi, Ecofin prima e poi Il Consiglio europeo avevano affrontato il problema, l’incubo del coronavirus ancora sconosciuto. Nel dibattito parlamentare, reso obbligatorio dalle norme vigenti, invece di preparare il Paese all’eventualità di dover bere un amaro calice, aveva teorizzato la “logica di pacchetto”. No pasarán. Dovranno prima cedere sull’Unione bancaria (garanzia europea sui depositi) e budget europeo (a favore di chi è rimasto indietro). Poi l’avvento della pandemia aveva sconvolto ogni calendario.

Intanto la diplomazia francese tesseva la sua tela. Sua l’iniziativa della famosa lettera al presidente del Consiglio europeo Charles Michel, da parte di nove Paesi (Italia, Belgio, Francia, Grecia, Irlanda, Lussemburgo, Portogallo, Slovenia e Spagna) che oggi si trova pubblicata sul sito di Palazzo Chigi, sotto l’egida di Giuseppe Conte. Quasi ad avvalorare la tesi di un primato nazionale. Subito smentita dal successivo decorso della trattativa, con una Francia pronta alla mediazione e quindi a mettere da parte ogni ipotesi di eurobond, pur di giungere ad un finanziamento comune da parte dell’Europa, secondo formule ancora da definire.

A caldo Roberto Gualtieri, ministro dell’Economia, ha esultato: “Ottimo primo tempo, ora dobbiamo vincere la partita in Consiglio europeo”. Dichiarazione non rituale. La verità è che i Dem stavano fin dall’inizio su una posizione diversa. Più possibilisti, da sempre, sul Mes, di cui criticavano alcuni aspetti – ad esempio il single limb – ma non certo una struttura ch’era stata approntata fin dal 2011. Nel marasma del dopo crisi di quegli anni. Poi lo stesso ministro si è un po’ lasciato andare accennando ad esigenze finanziarie dell’ordine di un o un trilione e mezzo di euro. Al quale il Recovery fund o il quarto pilastro, come è stato subito battezzato, dovrebbe contribuire in misura rilevante. Staremo a vedere. Ma lo scetticismo è d’obbligo.

Del resto lo stesso presidente del Consiglio non sembra volersi arrendersi. Le sue dichiarazioni (“la mia posizione e quella del Governo sul Mes non è mai cambiata e mai cambierà”) lasciano intuire l’esistenza di una frattura profonda con i vertici del Pd. Non solo con il suo ministro dell’Economia, ma con lo stesso Paolo Gentiloni e David Sassoli, che in un tweet scrive: “Eurogroup proposals go in the right direction”.

Insomma la confusione è tanta. E rischia di aumentare. Specie se le misure di lockdown generalizzato dovessero trascinarsi oltre il dovuto.

Sulla strategia seguita dal presidente del Consiglio, tuttavia, è bene tentare un approfondimento. Si è comportato più da leader politico che da rappresentante istituzionale del Paese. Un evidente paradosso, considerata la sua storia. Uomo di legge prestato alla politica, ma senza alcun relativo retroterra. Anche se non è la prima volta che questo succede: basti pensare alla parabola di Mario Monti. Le cui velleità elettorali durarono lo spazio di un mattino. Il fatto è che la politica è una grande ammaliatrice specie per chi viene proiettato, per un colpo di fortuna, in questo grande teatro. Ne subisce il fascino, ma alla fine rischia di perdere ogni controllo.

Come Presidente del consiglio, Giuseppe Conte avrebbe dovuto conoscere quale era il suo ruolo. Mettere nel conto che, alla fine, un compromesso, pena l’isolamento dell’Italia, era necessario. Doveva essere più golpe (volpe) che lione (leone) per dirla con il Machiavelli. “Scopo principale del monarca deve essere la sopravvivenza dello Stato e a ottenere ciò non deve farsi scrupoli di tipo morale, ma solo evitare quei comportamenti che danneggino la sua immagine pubblica e possano screditarlo agli occhi dei sudditi”. Sarebbe stato meglio, quindi, non partire lancia in resta in una battaglia che, alla fine, rischia di essere come quella di Don Chisciotte. Male per lui, ma soprattutto per l’Italia che, dopo la prova dimostrata nel combattere il virus, meritava di meglio.

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