L’intervento di Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia, all’Università di Messina merita una riflessione più approfondita. Non tanto sul monito lanciato – “investire sui giovani e sul capitale umano “ – quanto sulla rappresentazione che offre dell’economia italiana. Disegno da interpretare anche alla luce dell’ultimo Bollettino economico della stessa Banca, appena uscito. Il tutto anticipato da una gustosa premessa che, come notato da Il Foglio di qualche giorno fa, prende di petto Maurizio Landini ed il suo catastrofismo. Patrimonio condiviso con gran parte della sinistra italiana.
È da tempo che il leader della CGIL denuncia il fiscal drag, vale a dire l’erosione del salario reale per effetto dell’inflazione che aumenta l’imposizione fiscale sul salario nominale, mentre quello reale si riduce. Secondo quella vulgata, le tasse pagate in più sarebbero state pari a 25 miliardi di euro. Finite, senza alcuna contropartita, nella casse dell’Erario. Ed invece semplice “fake new”: “La politica fiscale e la crescita dell’occupazione – ha detto il governatore – hanno compensato la perdita di potere d’acquisto delle famiglie”. Che non ci hanno guadagnato, ma nemmeno rimesso, grazie alle politiche pubbliche che hanno ridotto il cuneo fiscale sui redditi minori ed al forte aumento dei livelli di occupazione.
Insistere quindi sul “salario minimo” – definito per legge in quei Paesi che non hanno la stessa copertura sindacale italiana – non ha molto senso. In generale salari così bassi sono una caratteristica dei settori a bassa produttività. Imporre con legge un salario maggiore avrebbe come conseguenza il fallimento di molte aziende. Quel poco che si guadagnerebbe nelle imprese più performanti, si perderebbe a causa di una maggior disoccupazione. Non solo un’equazione a saldo negativo, ma il pericolo di continuare a spostare l’attenzione sui settori marginali, oscurando il fatto che, nei settori caratterizzati da una maggiore produttività, i relativi “benefici”, come osserva il Governatore, non sono “adeguatamente ripartiti tra capitale e lavoro”. Il vero limite delle attuali politiche sindacali.
Un sindacato moderno, quindi, dovrebbe preoccuparsi soprattutto di negoziare nei punti alti dello sviluppo capitalistico. Le maggiori retribuzioni, così ottenute, diverrebbero uno stimolo per tutta l’economia. Innanzitutto non avrebbero effetti inflazionistici. Spingerebbero, quindi, alla mobilità gli stessi lavoratori, come avvenne durante gli anni del “miracolo economico”, favorendo il loro trasferimento dai settori meno efficienti verso i nuovi santuari dello sviluppo. Con un effetto di trascinamento per tutta la società circostante: non solo sul piano economico, ma culturale.
Questo sarebbe anche il modo corretto per far crescere la domanda interna, la cui debolezza, come fa notare Panetta, “fatica a trainare il Pil”. Con la conseguenza – aggiungiamo noi – di “accentuare le fragilità strutturali accumulate nel tempo” che rendono quanto mai difficile raggiungere uno “sviluppo duraturo”. L’estero, infatti, per quanto sia importante, non può avere lo stesso impatto sul tasso di crescita complessiva dato il diverso peso dei due aggregati sul prodotto interno lordo. Nel 2024, secondo l’Istat, i consumi hanno pesato per il 75%, le esportazioni per il 33. Ne deriva che, ceteris paribus, vale a dire parità di tutte le altre condizioni, ad ogni punto di aumento dei consumi corrisponde una ricaduta sul Pil di 0,75; mentre nel caso delle esportazioni, l’impatto si riduce a 0,33 punti.
Ovviamente il ragionamento è semplificato. Ma un nocciolo di verità resta comunque evidente. Cosa fare allora per accrescere il peso della domanda interna? Panetta pone l’accento su un circolo vizioso che si è ormai innestato nell’economia italiana: qui “la produttività ristagna da un quarto di secolo; la capacità di innovare resta distante dai paesi alla frontiera tecnologica. Questi freni alla crescita si traducono in una dinamica dei redditi e dei salari persistentemente debole”. Ed ecco allora spiegata la debolezza della domanda interna, ma anche il comportamento nevrotico del sistema economico italiano, che porta ad una sorta di auto interruzione.
I dati di questo avvitamento verso il basso sono indicati con grande precisione. “Tra il 2009 ed il 2019 – osserva sempre il governatore – il Pil italiano è cresciuto a un tasso medio dello 0,2 per cento (1,4 nell’area dell’euro). Nei successivi cinque anni a un tasso medio dell’1,1 per cento (1 nell’area dell’euro)”. Problema risolto? Non sembrerebbe. Secondo il FMI, nel prossimo sessennio (al 2030) l’Italia crescerebbe ad un tasso medio dello 0,67%. La zona dell’euro all’1,22%. Dati che dimostrerebbero come il ristagno sia divenuto ormai una componente di lungo periodo del sistema economico italiano.
Vi si può far fronte? Ed è qui che entra in gioco l’ultimo bollettino della Banca d’Italia. “Nel terzo trimestre” del 2025 “l’avanzo di conto corrente, al netto dei fattori stagionali, è stato pari a 8,8 miliardi di euro, l’1,6 per cento del Pil trimestrale come nel periodo precedente”. Nello stesso trimestre “la posizione netta sull’estero dell’Italia era creditoria per 297,6 miliardi, pari al 13,3 per cento del Pil (dal 10,7 alla fine del trimestre precedente)”. Quindi nonostante le turbolenze internazionale ed i dazi di Donald Trump, l’economia italiana non solo tiene. Ma accumula risorse che, tuttavia, – questo il vero limite – non riesce poi ad utilizzare per il proprio sviluppo interno. Ma le mette a disposizione dell’estero.
Da un lato il debole sviluppo, dall’altro l’esuberanza finanziaria. Questa è la contraddizione che va risolta con una politica economica attiva, che rompa il circolo vizioso di cui si diceva in precedenza. Ovviamente non sarà facile, non tanto per motivi tecnici, quanto per ragioni di natura politica. La soluzione di quel dilemma richiede infatti un programma di medio periodo. La cui gestione, a sua volta, postula una stabilità istituzionale che al momento non si vede. Da questo punto di vista, l’attuale legislatura – la XIX – passerà alla storia come una grande eccezione. La speranza è che possa ripetersi negli anni a venire.



