Economia

La mitologia del Piano Marshall

di

piano Marshall

Il Bloc Notes di Michele Magno

Più citato che studiato, nel linguaggio politico il Piano Marshall è diventato sinonimo di intervento risolutivo per superare una crisi economica drammatica. In queste settimane, quindi, è stato più volte richiamato dalla signora Ursula von der Leyen e da diversi leader europei come modello a cui ispirarsi per fronteggiare gli effetti devastanti della pandemia. I tre testi che propongo ai lettori illustrano il contesto storico in cui maturò l’Erp (“European Recovery Program”), il vero nome del Piano.

I primi due, tratti dal volume L’eredità del Piano Marshall: 1948-2018 (AA.VV, Rubbettino, 2018), spiegano che l’Erp non fu un regalo degli Usa ai Paesi in macerie alla fine del secondo conflitto mondiale. Fu invece concepito per rifondare il sistema delle relazioni internazionali lungo tre assi: la riorganizzazione della struttura “atlantica” del mondo occidentale, naufragata con la Grande Guerra; il rilancio di un governo planetario attraverso l’Onu e il Fmi, il Gatt e Banca Mondiale, pilastri del progetto rooseveltiano; la formazione di un campo economico e militare compatto in funzione antisovietica.

Come ha scritto Mauro Campus (L’Italia, gli Stati Uniti e il piano Marshall, Laterza, 2008), l’elaborazione del Piano si inseriva nell’alveo della cosiddetta “Pax Americana”, ossia la creazione di rapporti di forza che sancivano, anche attraverso il “dollar standard”, l’egemonia degli Stati Uniti e l’affermazione del capitalismo in regimi saldamente liberaldemocratici. Per essere precisi, il Piano rappresentò la premessa di quel disegno. Con la regia di Washington, i Paesi europei — senza distinzione tra vinti e vincitori- si sedettero al tavolo dell’Organizzazione della cooperazione economica europea (Oece, antenata dell’Ocse), nata per ristrutturare il sistema produttivo continentale grazie alle risorese messe a disposizione dall’amministrazione Truman. Si profilò allora il processo d’integrazione europea, anche se successivamente prese strade autonome.

Il valore materiale del Piano deriva anzitutto dal suo importo (pari a oltre l’1 per cento del Pil statunitense). Esso non era composto solo da prestiti agevolati (alla cui riscossione gli Usa poi rinunciarono), ma da materie prime e beni che i sedici Paesi dell’Erp incamerarono gratuitamente,  e che poi vennero immessi nel sistema produttivo attraverso aste o assegnazioni strategiche. Il ricavato della loro vendita alimentò un fondo vincolato al perseguimento di politiche della produttività e all’aggiornamento tecnologico dell’industria e dell’agricoltura. Questo meccanismo prevedeva due condizioni: che tutte le risorse fossero utilizzate, appunto, per la modernizzazione e lo sviluppo dell’economia; e, questa squisitamente politica, l’allineamento dei Paesi dell’Erp alla “American way of life” in termini di consumo e di appartenenza al mondo “libero”.

Il terzo testo, infine, è un’intervista rilasciata al quotidiano romano Il Tempo da Luigi Einaudi. Si tratta di un documento prezioso, perché illustra con estrema chiarezza le ragioni della convinta adesione dell’Italia al Piano Marshall. L’allora vice-presidente del Consiglio e ministro del Bilancio del governo De Gasperi mette in evidenza la filosofia del “dono” che lo caratterizza, e invoca il rispetto di una clausola fondamentale: “[…] che gli italiani facciano l’uso che reputeranno migliore di questa somma a proprio beneficio, purché non la usino per tappare i buchi del bilancio corrente”.

 BREVE STORIA DEL PIANO MARSHALL

 Il 12 marzo 1947, in un discorso pronunciato al Congresso in seduta congiunta, Harry Truman disegna le coordinate di un nuovo impianto strategico per la politica estera degli anni successivi. La “Truman Doctrine”, che annuncia l’inedito impegno degli Stati Uniti a proteggere le nazioni democratiche scalfite dall’offensiva comunista e la stabilità di Oriente e Occidente, inaugura la prima fase della Guerra Fredda. Al Congresso, per nulla preparato a una dichiarazione d’intenti così dirompente, il Presidente americano chiede di stanziare 400 milioni di dollari per “emergency assistance”, destinati in quel caso a Turchia e Grecia.

[…]

Nel giugno del ’47 George Marshall, da pochi mesi Segretario di Stato, decide di accettare, dopo l’iniziale rifiuto, una laurea dall’Università di Harvard. Il 5 giugno il Generale apre la cerimonia con un discorso di undici minuti, poi ribattezzato “The Marshall Plan Speech”, in cui spiega — con il suo proverbiale tono di voce fermo e sobrio, per l’appunto da generale — le ragioni e insieme i principi di un piano di aiuti economici all’Europa. Non solo un programma di assistenza all’Europa è l’unica soluzione alla crisi economica del continente, ma aiutare quei Paesi a tornare a livelli normali di produzione e consumo è nell’interesse degli Stati Uniti: la salvaguardia della pace, la stabilità politica e la resilienza di istituzioni libere e democratiche dipendono dall’intervento americano. Che non è da considerarsi «contrario ad un paese o ad una dottrina, ma contro la fame, la povertà , la disperazione e il caos». Nonostante le responsabilità che gli Stati Uniti riconoscono a se stessi da vincitori della guerra, conditio sine qua non per l’attivazione del Piano è la cooperazione tra Paesi europei. «L’iniziativa», per Marshall, «deve venire dall’Europa». In un’intervista concessa a Harry B. Price cinque anni dopo, il Generale ricorda la linea strategica seguita nella preparazione del discorso (l’obiettivo era «to spring the plan with explosive force») e i dissidi con i collaboratori sul suo contenuto.

Marshall annuncia a sorpresa, una settimana dopo, di voler includere nel Piano l’Unione sovietica e i suoi satelliti. Per la “Pravda”, in un’editoriale del 15 giugno, il Piano Marshall è «la strategia del Presidente Truman per esercitare pressione politica con i dollari» e «un programma di interferenza negli affari interni di altri Stati». Anche i partiti comunisti di Francia e Italia denunciano la «trappola occidentale».

Il 19 giugno i ministeri degli Esteri di Francia e Regno Unito raccolgono l’invito del Generale Marshall. Con un comunicato ufficiale sollecitano ventidue Paesi europei a riunire i propri rappresentanti a Parigi per elaborare un piano di rilancio economico. I ministri degli Esteri di Regno Unito, Francia e Unione Sovietica, rispettivamente Ernst Bevin, Georges Bidault e Vjačeslav M. Molotov, si incontrano preliminarmente a Parigi, dal 27 giugno al 2 luglio, per la “Conferenza delle tre potenze”. Nel corso dell’ultima seduta Molotov legge ai presenti una dichiarazione intitolata «Obiezioni sovietiche al Piano Marshall», in cui esprime le ragioni dell’opposizione dell’URSS.

Il 12 luglio 1947 la Conferenza per la Cooperazione Economica Europea, divenuta poi Commissione per la Cooperazione Economica Europea (CEEC), si riunisce a Parigi. L’Unione Sovietica declina ufficialmente l’invito ed esercita forti pressioni su Cecoslovacchia, Polonia e Ungheria perché facciano lo stesso. I tre satelliti seguono le direttive di Molotov. A Parigi quarantotto diplomatici rappresentano quindici Paesi europei: Austria, Belgio-Lussemburgo, Danimarca, Francia, Grecia, Islanda, Irlanda, Italia, Paesi Bassi, Norvegia, Portogallo, Svezia, Svizzera, Turchia e Regno Unito. A settembre, a due mesi dall’inizio dei lavori, la CEEC presenta una relazione con la stima degli aiuti necessari ai Paesi europei e dei costi del “Piano per la Ripresa Europea” (“European Recovery Program” o “ERP”, secondo nome del Piano Marshall). La relazione prevede l’istituzione dell’Organizzazione per la Cooperazione Economica Europea (OECE) per coordinare il programma di aiuti nel continente. La Repubblica federale tedesca entra ufficialmente nell’OECE con un anno di ritardo, il 30 giugno 1949, diventando il sedicesimo Paese europeo incluso nel Piano.

Oltreoceano il Generale Marshall è impegnato a ottenere l’appoggio di opinione pubblica e Congresso per il Piano, la cui durata prevista è di quattro anni. Il suo braccio destro è il senatore repubblicano Arthur Vandenberg, allora Presidente pro tempore del Senato. Alla fine del ’47 gran parte dei sondaggi dà il popolo americano decisivamente favorevole all’iniziativa. Il 30 dicembre del ’47 il senatore Vandenberg richiede con una lettera la consulenza della Brookings Institution di Washington: «…sarebbe assai utile il parere obiettivo di un’agenzia di ricerca indipendente e di altissimo livello. Il profondo rispetto di cui gode la Brookings, e che senza dubbio merita, rende le vostre raccomandazioni tremendamente importanti». In meno di un mese la Brookings Institution redige un report di venti pagine, inviato a Vandenberg il 22 gennaio del ’48, con otto raccomandazioni sulla struttura e le procedure operative da seguire per il Piano, tra cui quella di istituire una «nuova e separata agenzia americana». Il golpe cecoslovacco del febbraio del ’48 dissolve le ultime esitazioni del Congresso. Che due mesi dopo, il 2 aprile, approva l’Economic Cooperation Act, autorizzando il Piano Marshall. Il giorno dopo il Presidente Truman controfirma la legge, che prevede la creazione di un’agenzia governativa per supervisionare e coordinare l’esecuzione del Piano, come consigliato dalla Brookings. Paul Gray Hoffman, allora Presidente della Studebaker Corporation, viene nominato amministratore della Economic Cooperation Agency (ECA), mentre Averle Harriman, già ambasciatore a Mosca e Londra, assume l’incarico di rappresentante speciale in Europa.

Il 15 aprile 1948, al primo incontro ufficiale dell’OECE a Parigi, si discutono le necessità e le richieste dei sedici Paesi coinvolti. Poco dopo, sulla base dei numeri forniti dall’OECE e approvati dall’Economic Cooperation Agency, il Congresso approva una legge per lo stanziamento dei fondi governativi. Il Piano Marshall viene ufficialmente avviato. Gli aiuti del Piano terminano con sei mesi di anticipo, il 31 dicembre del 1951, per via dell’escalation nella guerra coreana, iniziata nel giugno del ’50. Secondo uno studio del 1975 dell’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale, il totale degli aiuti economici forniti all’Europa con il Piano Marshall tra il 3 aprile 1948 e il 30 giugno 1952 ammonta a 13.325,8 miliardi di dollari, di cui 11.820,7 di sovvenzioni e 1.505,1 di prestiti. Regno Unito, Francia, Italia e la Repubblica federale tedesca sono, in ordine decrescente, i Paesi europei che hanno ricevuto le somme più consistenti.

[…]

 

IL MECCANISMO DELLERP

Il voto con il quale il Congresso degli Stati Uniti accorda, anno per anno, i crediti necessari all’attuazione del programma di ricostruzione europea costituisce la base prima e fondamentale del meccanismo dell’ERP. A sua volta l’OECE (Organizzazione Europea per la Cooperazione Economica), dove sono rappresentati tutti i Paesi partecipanti, indica la ripartizione di massima dei fondi tra i singoli Stati, i quali infine – utilizzando tali fondi – acquistano le materie prime ed i prodotti necessari alla loro economia. In generale, l’85% degli stanziamenti concessi dagli Stati Uniti sono a fondo perduto, cioè senza alcuna contropartita da parte dei Paesi partecipanti, e vanno quindi considerati come aiuti gratuiti. I privati che usufruiscono dell’importazione di merci ERP devono però pagarle ai rispettivi Governi, che figurano come importatori; tali pagamenti vengono effettuati – anziché in valuta pregiata – in valuta nazionale, e vanno ad accumularsi in fondi speciali, i quali sono utilizzati dai Governi per finanziare opere di ricostruzione. Nel caso dell’Italia, il fondo speciale (Fondo Lire o Fondo-contro partita) è costituito presso la Banca d’Italia, e con esso già sono stati finanziati importanti programmi di lavoro, in tutti i settori dell’economia nazionale.

Si possono quindi distinguere, nel quadro degli aiuti ERP, le forniture gratuite, i prestiti industriali per l’importazione di macchinari non disponibili sul mercato nazionale (i quali dovranno essere importati a preferenza da altre nazioni europee o, nel caso ciò fosse impossibile, dagli Stati Uniti), i Fondi-contropartita impiegati per la ricostruzione, ed infine l’assistenza tecnica, la quale tende ad aumentare – con un’azione particolarmente benemerita – le cognizioni tecniche nei Paesi partecipanti; questi possono inviare negli Stati Uniti ed in altre Nazioni i propri tecnici, e porsi così in grado di utilizzare i nuovi ritrovati tecnici in ogni settore della vita produttiva. È previsto anche, sempre nel quadro della assistenza tecnica, l’invio in Europa di tecnici statunitensi, allo scopo di facilitare l’impostazione di determinati programmi e la applicazione dei progressi tecnici già in uso oltreoceano.

 INTERVISTA A LUIGI EINAUDI, IL TEMPO, 16 APRILE 1948 

 

Può chiarirci che cosa sia il Piano Marshall, sul quale l’opinione pubblica non ha certo idee molto chiare dopo le interpretazioni ed i commenti più opposti ad esso serbati?

Il Piano Marshall forse può essere paragonato a una medaglia a due facce. La prima è quella del dono: gli Stati Uniti, durante l’anno 1948, daranno all’Italia circa 700 milioni di dollari corrispondenti, al cambio corrente, a circa 400 miliardi di lire. Nel momento attuale, questo dono è necessario.

[…]

La seconda guerra ha mutato profondamente questo stato di cose: diminuiti per la distruzione della flotta mercantile, i noli; ridotte moltissimo le rimesse degli emigranti; scemate le spese dei turisti; scomparso praticamente il mercato tedesco che assorbiva la maggior parte dell’esportazione ortofrutticola italiana, la bilancia dei pagamenti internazionali si può dire sia in avanzo all’incirca di quella somma di quattrocento miliardi di lire che costituisce l’ammontare del dono che il Piano Marshall promette all’Italia per l’anno in corso. I doni americani consistono, come è noto, nella fornitura gratuita di frumento, carbone, combustibili liquidi e di quelle altre materie prime di cui l’Italia ha bisogno e che non può pagare col prodotto delle sue esportazioni. Non credo vi possano .essere dubbi sull’utilità di tutto questo per l’Italia. Se gli Stati Uniti non facessero questo regalo noi non avremmo frumento abbastanza per alimentare la popolazione italiana e non avremmo i mezzi per procurarci il carbone e i combustibili liquidi necessari all’alimentazione delle nostre industrie. Le conseguenze dirette della mancanza di questo dono sarebbero: deficienza di nutrizione per la popolazione italiana e incremento notevolissimo della disoccupazione.

E l’altra faccia della medaglia cui lei ha paragonato il Piano Marshall?

 È quella dell’uso imposto al Tesoro italiano per il ricavato della vendita dei prodotti ricevuti. Gli Stati Uniti infatti ne chiedono il pagamento.

Ma se il Tesoro italiano deve pagarlo, non si tratta più di un dono.

È sempre un dono. Gli Stati Uniti pretendono che il Tesoro italiano, ricevendo 400 miliardi di lire di frumento, carbone, combustibili e materie prime, ne versi l’intero ammontare – e intiero vuol dire il prezzo completo che si dovrebbe pagare per acquistare queste materie prime negli Stati Uniti o altrove – in un “fondo-lire” presso la Banca d’Italia. Che cioè il Tesoro paghi a sé stesso cosicché l’Italia misuri interamente la portata di questo dono e possa attraverso il Parlamento e gli altri organi incaricati di deliberare in materia, decidere il migliore impiego del denaro accumulato.

Gli Stati Uniti non mettono nessuna condizione a questo uso?

 Sì, una sola: che gli italiani facciano l’uso che reputeranno migliore di questa somma a proprio beneficio, purché non la usino per tappare i buchi del bilancio corrente dello Stato.

È ragionevole questa condizione?

Essa è tale che se non ci fosse gli italiani dovrebbero metterla da se stessi. Se quella somma fosse impiegata a colmare il disavanzo ordinario del bilancio dello Stato essa incoraggerebbe la perpetuazione di tale disavanzo e nel 1952, quando il Piano Marshall avrà termine, l’Italia si troverebbe nella stessa situazione di ora col bilancio in disavanzo e senza aver nulla ricostruito.

Quale uso quindi l’Italia dovrà fare del denaro del fondo-lire?

Il popolo italiano lo deciderà, ma esso dovrà necessariamente servire a opere di ricostruzione e ripristino delle ferrovie, dei porti, continuazione delle bonifiche delle strade, potenziamento e rinnovamento degli impianti industriali.

Sorgerà forse qualche controversia intorno a tali diversi usi?

Qualche controversia potrà nascere, ed è perfettamente naturale che nasca. In un paese libero dove i problemi d’interesse pubblico sono e debbono essere oggetto di discussione, è naturale che si possano avere opinioni diverse su un argomento. È probabile che l’amministrazione delle Ferrovie dello Stato, che il Ministero dei Lavori Pubblici, che il Ministero dell’Agricoltura cerchino di volgere a proprio beneficio, e cioè a beneficio delle ferrovie, delle strade, dei porti, delle bonifiche, la massima parte di questo dono: ed è altrettanto naturale che l’industria affermi che una cospicua parte dei fondi debba invece essere rivolta al rinnovamento degli impianti industriali e specialmente di quelli distrutti dalla guerra o superati. Il problema potrà essere risolto, come tutti questi problemi debbono risolversi, con la formazione di una graduatoria fra i diversi fini mettendo in prima linea quelli che sono considerati i più importanti e i più urgenti.

Chi deciderà?

Dopo la discussione, che dovrebbe essere larga e completa, nell’opinione pubblica deciderà l’unico organo competente in materia: il Parlamento italiano.

Lei ritiene che ai fini del riassetto dell’economia e del raggiungimento del benessere italiano, l’attuazione del Piano Marshall sia indispensabile e che senza di esso le nostre condizioni sarebbero assolutamente disastrose?

Dato il disavanzo di cui si è detto, nella bilancia dei pagamenti, sì. E per porre veramente l’alternativa se accettare o meno gli aiuti del Piano Marshall, sarebbe necessario che qualche altro paese potesse fornirci i 400 miliardi di lire di materie prime e di combustibili che ci sono offerti gratuitamente dagli Stati Uniti. Non vedo, invece, in questo momento, che esista un qualsiasi altro paese in grado di far questo. Ma finora nessun altro paese, né tanto meno la Russia, ha mostrato di possedere risorse paragonabili a quelle degli Stati Uniti.

[…]

Rimane poi sempre una differenza fondamentale: quel poco che potremmo procurarci da altre parti occorrerebbe pagarlo con le nostre esportazioni e già ho detto prima come il nostro problema fondamentale sia il deficit della nostra bilancia dei pagamenti, deficit che in questo anno, e per parecchi anni a venire, potrà essere colmato solo con un dono, quale quello promessoci dal Piano Marshall, o con prestiti che per ora sembra nessun paese possa darci all’infuori degli Stati Uniti.

Come mai gli Stati Uniti si dispongono a fare tanti doni e prestiti all’Europa?

A parer mio la risposta più semplice è in una verità elementare, se non tra gli uomini politici almeno tra gli economisti. Molta gente ritiene che il commercio si fondi su un lucro che qualcuno o qualche paese fa ai danni di altre persone o di altri paesi. Questa è una nozione propria delle epoche e dei popoli che vivono di rapina. Se il commercio deve durare, non può non essere fondato su un principio completamente diverso, ossia sul beneficio che da esso torna a vantaggio di tutti e due i contraenti. Gli Stati Uniti non possono sperare di incrementare produzione e traffici se si trovano di fronte a popoli poveri. Gli Stati Uniti non potranno raggiungere un maggior grado di prosperità finché l’Europa rimane in condizioni di miseria. L’arricchimento dell’Europa è condizione necessaria all’arricchimento, o all’ulteriore arricchimento, degli Stati Uniti. Non esiste contrasto di interessi fra un paese e un altro: ambedue i continenti debbono trarre la loro prosperità da una collaborazione. Vogliamo augurarci che nel 1952, quando il Piano Marshall cesserà, l’Italia e l’Europa abbiano ricostruito la loro attrezzatura economica e possano dire agli Stati Uniti: oramai possiamo fare a meno del vostro aiuto, e facendone a meno saremo in grado di collaborare con voi per la prosperità vostra e nostra, nello stesso tempo.

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