Economia

Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, Ubi, Banco Bpm e non solo. Ecco come si va verso un accordo su proroga e Tfr per il contratto dei bancari

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Tutti i dettagli e le indiscrezioni sull’incontro sindacale tenuto martedì 19 febbraio per il rinnovo del contratto dei bancari. Le posizioni dei gruppi bancari come Intesa Sanpaolo, Unicredit, Ubi e Banco Bpm. La linea delle organizzazioni dei lavoratori, in primis la Fabi di Sileoni. E per la Fisac Cgil dovrebbe decidere il direttivo nazionale tra il 26 e il 28 febbraio

Ci sono fasi, nelle contorte relazioni industriali made in Italy, in cui le trattative possono improvvisamente prendere pieghe impreviste, i rapporti fra sindacato e parte datoriale possono incrinarsi, i tavoli possono diventare teatri per battaglie cruente. Sono i momenti in cui – nell’interesse dei lavoratori e delle aziende di una determinata categoria – servono visione e capacità negoziali fuori della norma.

Prendete il rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro dei bancari: la faccenda interessa apparentemente solo i 300.000 lavoratori a cui si applicano quelle norme. Eppure, le ricadute possono registrarsi su scala assai più ampia. Ciò perché le banche – e quindi chi lavora allo sportello – sono la cinghia di trasmissione dell’economia di un Paese e di quella italiana in particolare, ancora caratterizzata da un accentuato bancocentrismo (per dire: il credito alle famiglie e alle imprese è quasi esclusivamente erogato dagli istituti).

Aspetti che non vengono trascurati dai rappresentanti dei gruppi bancari che sanno perfettamente che il contratto nazionale degli addetti al settore avrà ricadute economiche e organizzativi sui gruppi che dirigono. Fanno tutti finta di niente, ma la realtà è che si guardano con diffidenza perché sono consapevoli che questo rinnovo contrattuale potrebbe accentuare le differenze economiche fra i big Intesa Sanpaolo e Unicredit con tutti gli altri.

Aspetti, quelli appena tratteggiati, che non sfuggono a chi in questo momento si trova al centro del negoziato e ha, più di altri, responsabilità enormi sulle spalle. La figura dei protagonisti della partita del contratto dei bancari si è stagliata ieri nella sala verde di Palazzo Altieri, sede dell’Associazione bancaria italiana. Seduti attorno al tavolo c’erano una trentina di rappresentanti delle banche da una parte e altrettanti esponenti delle sigle dall’altra.

Qualche rappresentante delle banche pensava che l’incontro di ieri sarebbe stato una perdita di tempo, che gli incontri determinanti saranno quelli in cui si entrerà nel merito dei contenuti della piattaforma. Qualcuno ha pensato che avrebbero fatto meglio a restare in banca senza sobbarcarsi ore di volo aereo ed estenuanti riunioni sindacali. Poi gli stessi si sono accorti che al tavolo sindacali stanno emergendo importanti novità: la Fabi vuole registrare i contenuti di tutti gli incontri, seguita a ruota da tutte le altre organizzazioni sindacali; quasi tutti i sindacati vogliono riformare completamente il contratto nazionale adattandolo alla nuova organizzazione del lavoro; tutti hanno la necessità di portare a casa risultati economici per i lavoratori che rappresentano. E quindi in un clima così diverso fra le parti, la presa di posizione della Fabi e delle altre sigle ha colto di sorpresa le banche.

L’Abi di Antonio Patuelli, comunque, non starà a guardare: preparerà una controrisposta con argomenti rivendicativi da parte delle banche e sarà da verificare se accetterà la sfida dei sindacati sulla trasparenza delle riunioni sindacali. È cambiato il mondo, qualcuno ha detto ufficialmente in Abi: soltanto le banche si rifiutano di aprirsi verso l’esterno, verso i lavoratori del credito, verso i mezzi di comunicazione.

L’Abi farebbe bene ad aprirsi in maniera determinata e decisa: dopo gli scandali delle banche locali ieri è scoppiato con tutto il suo clamore quello dei diamanti che vede coinvolti anche i big del settore come Banco Bpm, Unicredit, Intesa Sanpaolo e Mps. Continuare a nascondere la polvere sotto il tappeto non farà altro che peggiorare la situazione già difficile.

Comunque è stato proprio il leader della Fabi, Lando Maria Sileoni, sia ieri sia nelle scorse settimane, a porre al centro del tavolo la piattaforma: da lì si parte per tutelare gli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori, che con le assemblee dovranno votare il pacchetto di rivendicazioni da presentare alla Confindustria del credito. Che, su questo punto, come accennato, potrebbe giocare una carta a sorpresa e confezionare una sua inedita “lista dei desideri”.

Una mediazione, alla fine, sarà inevitabile, anche sulla questione, un po’ più spinosa, del trattamento di fine rapporto: i sindacati non vogliono far perdere denaro ai lavoratori, le banche vorrebbero mantenere intatti i vantaggi del contratto del 2015 che aveva introdotto, con una norma transitoria, una riduzione della base di calcolo del tfr dei dipendenti. In ballo ci sono circa 210 milioni di euro l’anno. Secondo il ragionamento delle sigle sindacali, gli istituti hanno fieno in cascina a sufficienza per pagare le liquidazioni al 100% e il riferimento è alla massa di utili del 2018: 9 miliardi di euro in pancia solo ai primi otto player del Paese.

Fabi, First Cisl e Uilca punteranno molto sull’adeguamento economico per i neoassunti; sulla introduzione dell’articolo 18 nel settore Abi, dopo che la Fabi lo ha fatto introdurre nel nuovo contratto delle Bcc; sui 200 euro di aumento e sul tfr pieno. Calcagni della Fisac-Cgil – secondo rumors cigiellini – sembrerebbe non avere più i sostegni di un tempo garantiti da un importante gruppo bancario. Gli altri big, che non avevano mai digerito questo rapporto, stanno alla finestra e interverranno se dovessero riaffiorare casi simili.

Ma non ci sono solo questioni strettamente economiche, come raccontato puntualmente da StartMag (l’ultimo articolo è stato letto da oltre 60mila utenti). Il nuovo contratto, come auspicato da tutti, dovrà essere innovativo e allo stesso tempo capace di mediare fra i vari interessi degli operatori bancari, dai più grandi ai più piccoli. La linea indicata da Lando Sileoni (Fabi), Riccardo Colombani (First Cisl), Massimo Masi (Uilca), Emilio Contrasto (Unisin) e Giuliano Calcagni (Fisac Cgil) – che hanno pure proposto, per garantire massima correttezza, di registrare o verbalizzare tutte le sedute in Abi, già attrezzata per questo tipo di operazioni – è stata unitariamente presentata a Poloni che non potrà sottrarsi alla logica della trasparenza. L’unità sindacale è stata ristabilita e la tabella di marcia definita. La Fisac, però, potrebbe fare un passaggio ulteriore per far approvare dal direttivo nazionale la posizione della sua segreteria.

Sta di fatto che il prossimo incontro ufficiale tra Abi e sindacati è programmato per lunedì 25 febbraio, ma già domani ci sarà una riunione ristretta tra Poloni e i segretari generali. Il presidente del Casl dovrà inevitabilmente chiedere a Calcagni se un eventuale accordo, che potrebbe arrivare il 25 febbraio, sarà firmato e ratificato dalla segreteria nazionale Fisac oppure se il neosegretario Fisac intenderà sottoporlo al suo direttivo nazionale. Se così fosse, si aprirà uno scenario completamente diverso dall’attuale: perché non sarà più Calcagni a decidere, ma l’ultima parola passerà in mano al direttivo nazionale Fisac, all’interno del quale le sensibilità su argomento Tfr e proroga del contratto nazionale al 31 maggio sono numerose e spesso non convergenti. E l’altro scenario che si aprirà sarà misurato dalla disponibilità o meno delle altre organizzazioni sindacali ad aspettare il parere più o meno vincolante del direttivo Fisac. I rapporti tra le parti sono comunque tornati distesi. E il negoziato è ripartito: non sarà una passeggiata, ma l’orizzonte della mediazione è individuato. Da tutti, più o meno.

Ha suscitato molta curiosità e attenzione, infine, il richiamo indirizzato da Sileoni, durante la trattativa di ieri, sia verso le banche sia verso alcune organizzazioni sindacali. Il segretario Fabi ha esplicitamente dichiarato che “chi rappresenta le banche e chi rappresenta i lavoratori non deve avere conflitti di interesse”. Che tradotto vuol dire, semplicemente, non avere le mani in pasta con nessuno. Ciò anche perché se dovessero spuntare pesanti conflitti di interesse, di leader degli istituti o delle organizzazioni sindacali è certo che i diretti interessati sarebbero sostituiti dai loro vertici in un attimo.

ECCO I PIANI SEGRETI DELLE BANCHE SUL RINNOVO DEL CONTRATTO DEI BANCARI

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