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Intesa Sanpaolo, Unicredit, Cdp, F2i. Che succederà ad Aspi di Atlantia?

Fatti, indiscrezioni e scenari sulle mosse di Cdp, F2i, fondi pensione e casse di previdenza sul dossier Aspi di Atlantia

Consulenti, banchieri d’affari, società e fondi interessati sono in fibrillazione. Ma sul futuro di Autostrade per l’Italia (Aspi) nulla è ancora deciso perché il governo non ha ancora trovato l’intesa con il gruppo Atlantia.

Lo scenario è chiaro – trasformare Atlantia da azionista di controllo di Aspi a socio non di maggioranza di un nuovo fondo in cui far confluire Autostrade per l’Italia insieme ad altri asset – ma i dettagli e soprattuto i valori della concessionaria Aspi e degli altri asset non sono stati ancora definiti.

I primi candidati ad entrare nel fondo ex novo sarebbero Cassa depositi e prestiti (controllata dal Tesoro e partecipata dalle fondazioni) ed F2i, sgr detenuta da 19 soci tra cui fondazioni bancarie, istituti di credito (come Intesa Sanpaolo e Unicredit), casse di previdenza, fondi pensione e fondi sovrani.

Oggi il quotidiano Mf/Milano Finanza ha scritto che F2i punta alla maggioranza della realtà in cantiere. La sgr capeggiato dall’ad, Renato Ravanelli, ha smentito: “A fronte delle continue e fantasiose indiscrezioni apparse sui giornali in merito a futuri assetti nell’azionariato” di Autostrade per l’Italia, F2i “smentisce tali ricostruzioni e in particolare i contenuti che la riguardano nell’odierno articolo pubblicato dal quotidiano Mf“, che ipotizza la maggioranza di Aspi a F2i e il conferimento ad Atlantia di porti, aeroporti e reti gas da parte del fondo. F2i, si legge nella nota, “è il principale fondo infrastrutturale italiano, indipendente con il 50% da investimenti provenienti da grandi investitori stranieri: speculazioni tendenziose e prive di fondamento rappresentano un danno per le sue attività”.

Quindi F2i si defila dal progetto? No. Però fra Palazzo Chigi, ministero dell’Economia e società interessate c’è chi fa notare: F2i – pur avendo come azionisti anche fondazioni bancarie e casse di previdenza – è un soggetto di mercato attento per lo più al breve-medio termine, vista la presenza non secondaria delle banche. Quindi una partecipazione come quella che si sta ipotizzando per F2i non potrebbe essere considerata strategica da governo e Mef; strategia nel senso che non mettere sufficientemente al sicuro in mani italiane la quota in caso di vendita da parte di f2i. Mentre – si ragiona in ambienti istituzionali del governo – un diverso approccio hanno Cdp, fondi pensione o casse di previdenza.

In questo quadro, è più realistico lo scenario delineato con indiscrezioni giorni fa dal Messaggero che ha ipotizzato di quote paritarie tra Cdp e F2i: 28,5% circa ciascuno del nuovo fondo che ingloberebbe Aspi.

Ma l’intero castello societario e finanziario – ha scritto il Sole 24 Ore nei giorni scorsi – cade automaticamente se non si raggiunge un accordo con la politica, forte dell’arma della revoca prevista nel Milleproroghe che ha incassato la fiducia alla Camera mercoledì scorso: “Creare un nuovo fondo con gli asset di Atlantia e F2i presuppone una valutazione di Aspi congrua che non sconti il pesante rischio della revoca: è questo il passaggio in cui la trattativa politica e quella economica, per ora due rette parallele, dovranno prima o poi incontrarsi per raggiungere un esito definitivo”.

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