Economia

Vi spiego la guerra dei numeri della Commissione Ue contro l’Italia

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L’opera condotta dagli economisti di Bruxelles è stata certosina. Giungendo ad una valutazione completamente negativa. Non stanno in piedi. Esprimono sogni, desideri, auspici, che non trovano riscontro nella realtà. L’analisi dell’economista Gianfranco Polillo

Se, come si dice, le bugie hanno le gambe corte, quelle del governo italiano, secondo il lungo report della Commissione europea (Report prepared in accordance with he Article 126(3) on the Treaty on the functioning of European Union), sono veri e propri moncherini. L’opera condotta dagli economisti di Bruxelles è stata certosina. Inizialmente hanno preso in considerazione tutte le previsioni governative, per saggiarne il grado di realismo. Giungendo ad una valutazione completamente negativa. Non stanno in piedi: si sono limitati a dire. Esprimono sogni, desideri, auspici, che non trovano riscontro nella realtà. Quindi guerra dei numeri. Ad ogni indicatore fornito, si contrappongono le valutazioni autonome della Commissione e per evidenziare l’eccesso di ottimismo dimostrato.

Lo Stability Programme, messo in piedi dal governo, ipotizza per il 2019 solo una leggera crescita del rapporto debito-Pil al 132,6 per cento. Quindi un leggero declino nel 2020 (131,3 per cento). Completamente opposte le previsioni della Commissione, secondo le quali si assisterà, invece, ad una crescita rilevante: 133,7 per cento nel 2019 e 135,2 per cento nel 2020. Fin qui le ipotesi. Suffragate, tuttavia, da dati di fatto. Visto che, a consuntivo, nel 2018 quello stesso rapporto, secondo le proiezioni italiane, contenute “Documento programmatico di bilancio 2019” licenziato lo scorso inverno, doveva garantire una “discesa” pari “a 0,3 punti” (pag.7). Ed invece si è passati dal 131,4 per cento del 2017 al 132,2 per cento. Quindi fatti e non semplici parole. Che, tuttavia, hanno un peso. Come risulta evidente dal giudizio appena espresso da Moody’s, che non considera credibile (neppure lui) le previsioni di deficit, per quest’anno, al 2,3 per cento. Come più volte indicate dal ministro dell’Economia, Giovanni Tria.

Stesso tira e molla, da parte della Commissione, per quanto riguarda le altre variabili del quadro finanziario. A partire dal deficit di bilancio. Altro che contenimento: le previsioni indicano che se non saranno prese misure adeguate, il suo livello schizzerà al 2,5 nel 2019 ed al 3,5 nel 2020. Dialogo tra sordi. Se non vi fosse la percezione delle forti inadempienze rispetto ai propositi d’intervento proclamati ai quattro venti. Il Governo aveva promesso privatizzazioni per un importo pari all’1 per cento del Pil: circa 18 miliardi di euro. Ben che vada, notano perfidamente, i tecnici di Bruxelles, gli incassi saranno appena pari allo 0,1 per cento. 1,8 miliardi. Un decimo appena degli sforzi programmati.

Entrare nel merito di valutazioni così contrapposte è, al tempo stesso, difficile ed inutile. Chi vivrà, vedrà: viene voglia di dire. C’è tuttavia, nel report, un nucleo critico, su cui vale la pena soffermarsi. Qual è la causa originaria dell’evidente disastro? La diagnosi della Commissione si basa sul cosiddetto “snowball effect” (effetto valanga). Si parte da una piccola variazione, che determina conseguenze nel tempo sempre più gravi: foriere di un possibile disastro. L’effetto della valanga, appunto, originata dall’iniziale rimbalzo di una piccola palla di neve, che cade dall’alto di una montagna.

Gli elementi di base che determinano la dinamica del debito sono diversi. Vi incide, naturalmente il deficit di bilancio, a sua volta alimentato dalla spesa per interessi, che varia in funzione degli spread. Se questi aumentano, a causa delle incertezze della politica economica, il prezzo che si paga può essere rilevante. E non solo per la finanza pubblica. Almeno 2,2 miliardi in più, nel corso del 2018, secondo le valutazioni della Commissione. Ma destinati ad incidere sulla stessa economia di mercato, per le conseguenti alterazioni delle politiche di finanziamento praticate dalle banche. In senso contrario opera la dinamica del Pil. Che deve essere considerato nelle sue diverse componenti: crescita reale del prodotto interno e deflatore: ossia tasso d’inflazione. Nello schema proposto dalla Commissione è a questo secondo elemento che vanno attribuite le colpe maggiori. Purtroppo, in Italia, questi due elementi (una crescita troppo lenta ed un troppo basso tasso d’inflazione) vanno a braccetto.

Come si può rompere questa sorta d’assedio? Nel dibattito politico, Matteo Salvini non fa che ribadire la necessità di una politica espansiva, basata sul taglio delle tasse e la difesa del lavoro, come fonte di ogni ricchezza. Il regno degli economisti classici: da David Ricardo a John Mynard Keynes, passando per Carlo Marx. Difficile contestarne la validità. La stessa Commissione, con i suoi schemi teorici, in qualche modo ne avalla gli indirizzi. Ed allora dov’è il limite? Nella confusa situazione italiana, alla quale le recenti elezioni hanno dato uno scossone. Ma non hanno ancora prodotto quei cambiamenti programmatici che sono indispensabili per poter sviluppare un’azione politica coerente. Basi pensare alle continue oscillazioni dei 5 stelle. Che un giorno si dichiarano a favore del mantenimento degli equilibri di bilancio. E subito dopo si dichiarano disponibili ad accettare politiche di carattere espansivo, ma a condizioni tali da svuotarle nel loro significato effettivo.

Di fronte ad un indirizzo così contraddittorio, ai tecnici del ministero dell’Economia non resta altro da fare che giocare con i numeri. Rinviando ad un domani non meglio imprecisato fantomatici miglioramenti. Che la Commissione europea (e non solo) è, tuttavia, in grado di smontare. Come ha fatto nel report citato. Finché non si uscirà da quest’impasse sarà difficile per tutti – analisti, famiglie ed imprenditori – capire quale possa essere la strada da seguire. E comportarsi di conseguenza. Nel linguaggio dei fumetti, che si leggevano da ragazzi, i pellerossa parlavano di “lingua biforcuta” per evidenziare le facili bugie. Forse sarebbe il caso di rinunciare a questo facile espediente. E, finalmente, voltare pagina.

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