Economia

Il fisco in Italia è troppo progressivo (e penalizza le famiglie)

di

Fca

In Italia la progressività va fuori controllo quando il contribuente, con il suo reddito, deve mantenere non solo se stesso, ma anche altri componenti del suo nucleo familiare. Il post di Enrico Zanetti, tributarista ed ex viceministro alle Finanze

Il Corriere della Sera rilancia oggi il nostro studio comparato Francia-Germania-Italia sul peso del “fattore famiglia” nella tassazione dei redditi.

Che il “fattore famiglia” abbia un peso minore, in Italia, nel calcolo delle imposte dovute sui redditi, di quello che ha in Paesi strutturalmente simili al nostro come Francia e Germania, è cosa nota a tutti.

Quanto sia però ampio questo “divario di valorizzazione”, specie con riguardo ai redditi medi e medio-alti, è cosa meno nota.

Lo dimostra il fatto che, se fosse sufficientemente nota, nessuna ipotesi di riforma del prelievo IRPEF in Italia potrebbe prescindere dal partire da questo tema che, invece, viene sistematicamente lasciato ai margini di una discussione tutta incentrata sulle aliquote.

Chi sostiene le virtù dell’aliquota unica per tutti (flat tax), riserva ai carichi di famiglia il marginale ruolo di deduzione di 3.000 euro dall’imponibile (che, con un’aliquota del 15%, si traducono in un “valore differenziale”, rispetto a chi non ne ha, pari alla miseria di 450 euro).

Chi guarda affascinato il modello tedesco, lo fa parlando del meccanismo di “aliquota progressiva continua” ivi previsto (aspetto puramente formale) invece che della stravolgente centralità data in quel contesto al “fattore famiglia” (vero aspetto sostanziale).

Il confronto con Francia e Germania, sulla base dei dati che ogni anno l’OCSE elabora per la “decomposizione del cuneo fiscale”, dice molto chiaramente che l’Italia ha senza dubbio un problema di progressività del prelievo sulle imposte sul reddito, ma non perché non è un paese abbastanza progressivo, bensì perché lo è troppo: i redditi bassi (fino a 15.000 euro) pagano in Italia come in Francia e Germania o anche meno; i redditi medio-bassi (15.000-25.000 euro) pagano di più, ma con una crescita temperata dal “bonus 80 euro” (che ovviamente lascia invece totalmente esposti alle intemperie i contribuenti diversi dai lavoratori dipendenti); i redditi del ceto medio (25.000-60.000 euro) e i redditi medio-alti (60.000-100.000 euro) pagano molto di più; i redditi alti e altissimi vedono gradualmente convergere i livelli di tassazione dei tre Paesi.

Questo problema di progressività va però totalmente fuori controllo quando il contribuente, con il suo reddito, deve mantenere non solo se stesso, ma anche altri componenti del suo nucleo familiare (i figli, ma, nei nuclei monoreddito, anche il coniuge).

In Francia e Germania, il “fattore famiglia” ha un peso rilevante per tutti i contribuenti, come è giusto che sia, perché l’obiettivo corretto è proprio quello di differenziare il livello di tassazione tra contribuenti con redditi uguali, ma nuclei familiari diversi che quel reddito mantiene.

In Italia, il “fattore famiglia” ha un peso più contenuto, ma comunque non privo di una sua consistenza, per i redditi bassi e medio-bassi; diventa via via più marginale per i redditi del ceto medio, fino ad assumere una insostenibile leggerezza “fiscale” per i redditi medio-alti.

Per spiegarlo meglio, prendiamo alcuni numeri che sono riportati nelle tabelle riprese dal Corriere della Sera.

Un lavoratore dipendente senza carichi di famiglia e 40.000 euro di reddito imponibile, paga in Francia il 21,02%, in Germania il 23,42% e in Italia il 30,72%.

Già così, il massacro del ceto medio italiano è evidente, ma se quel lavoratore ha un coniuge e due figli a carico, il suo prelievo in Francia si dimezza al 10,75%, in Germania praticamente si azzera allo 0,79%, in Italia si riduce appena di 5 punti al 25,98%.

E così via.

Questo avviene perché, in Italia, la “valorizzazione fiscale” del “fattore famiglia” viene affidata a detrazioni le cui entità decresce, fino ad azzerarsi, all’aumentare del reddito, figlia di una demenziale filosofia secondo cui chi ha un reddito più elevato piò permettersi una valorizzazione dei suoi carichi di famiglia inferiore a quella di chi ha un reddito meno elevato, mentre, come già si è detto, lo scopo del “fattore famiglia” è discriminare in senso “orizzontale” soggetti con redditi uguali e famiglie diverse da mantenere con quel reddito (non in senso “verticale” soggetti con redditi diversi e famiglie uguali).

Dove vogliamo andare, come Paese, se, a una famiglia monoreddito con due figli a carico e una disponibilità di reddito di 60.000 euro lordi, pagate le imposte su quel reddito, gliene restano 50.862 euro in Francia, 53.274 euro in Germania e 39.840 euro in Italia?

Questa sì che è una domanda interessante che meriterebbe qualche ragionamento, non quella se è meglio una flat tax all’ungherese o una aliquota continua alla tedesca.

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