Economia

Il decreto Liquidità? Una fregatura per le imprese. Il commento di Capezzone

di

Giuseppe conte

Con il decreto Liquidità, il governo dà semaforo verde solo ai microprestiti sufficienti a farci pagare le tasse, che nel frattempo si è limitato a spostare soltanto di poche settimane, fino a giugno. Breve estratto di un commento di Daniele Capezzone su La Verità

A livello micro, cioè dal punto di vista del singolo imprenditore o partita Iva, La Verità ha già raccontato ai lettori il reale stato delle cose, ben lontano dalle fanfare governative. L’unico treno che viaggia sicuro e veloce è quello dei microprestiti: per le pmi, la garanzia al 100%, senza valutazione del merito di credito, sarà infatti solo per i prestiti più piccoli, fino a 25mila euro. Per i prestiti fino a 800mila euro la garanzia sarà al 100% (90% Stato e 10% Confidi), ma con una rigorosa valutazione bancaria della solvibilità. Per le imprese grandi e medie, è confermato il ruolo di Sace, con garanzie fino al 90% (comunque fino a 5 milioni), ma anche qui sulla base di una valutazione del merito di credito. Tradotto brutalmente: un imprenditore magari al limite, con qualche segnalazione o con qualche precedente ritardo di pagamento, rischia di cadere inesorabilmente vittima delle forche caudine delle valutazioni bancarie, del rating, del merito. Tutte cose in grado di ritardare o precludere l’accesso a una liquidità letteralmente vitale.

Ma esaminando i dettagli, viene fuori che la fregatura c’è anche a livello macro. Una vera operazione di garanzia pubblica, cioè la reale apertura di un ombrello minimamente adeguato, avrebbe richiesto almeno uno stanziamento di 25-30 miliardi: tenendo presente che in genere si calcola un “effetto leva” circa venti volte superiore alle garanzie. E invece, dalle bozze che La Verità ha potuto esaminare, si parla di uno stanziamento di appena 1,5 miliardi (per l’anno 2020), a cui la mano di chi ha redatto la bozza annota di valutare l’eventuale “aggiunta di un ulteriore miliardo come da indicazioni politiche”. Insomma, nella migliore delle ipotesi, 1,5 più 1, cioè la miseria di 2 miliardi e mezzo. Senza scomodare la moltiplicazione dei pani e dei pesci (sarebbe blasfemo), ci vuole davvero molta fantasia per immaginare che da questa base possano venir fuori 200 miliardi di liquidità.

E in fondo, il pendant di questa operazione furbesca sul versante della liquidità, lo si ritrova anche nella parte del decreto che riguarda i rinvii fiscali. Qualcuno si è chiesto: per le tasse, perché seguire la strada dei mini rinvii, quando l’opposizione continua a chiedere (giustamente) un “anno bianco”? Elementare: perché questi piccoli rinvii di qualche settimana consentono al governo il gioco di prestigio contabile di non prevedere alcun indebitamento ulteriore per il 2020. Non sia mai che una mossa diversa possa far innervosire gli uomini di Bruxelles, ai cui umori Roberto Gualtieri è ultrasensibile…

La realtà è dunque molto triste per imprenditori e contribuenti. E per scorgere i contorni della fregatura, occorre mettere insieme le due parti del decreto, quella sulla liquidità e quella sulle tasse. Alla fine della fiera, il governo dà semaforo verde solo ai microprestiti sufficienti a farci pagare le tasse, che nel frattempo si è limitato a spostare soltanto di poche settimane, fino a giugno. Ricapitolando: prima ti faccio chiudere, poi ti sposto le tasse di pochissimo, e poi ti faccio indebitare quasi solo nella misura sufficiente per pagarle. Stop.

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