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Il decreto anti Covid in pillole (con gli spifferi di Palazzo Chigi e su Draghi)

Arnese

Decreto anti Covid, Draghi, Renzi, Brunetta e non solo. Pillole di rassegna stampa nei tweet di Michele Arnese, direttore di Startmag

 

SPIFFERI DA PALAZZO CHIGI

 

IL DECRETO IN PILLOLE

 

PIZZINI RENZIANI

 

PIZZINI TABACCIANI

 

SPIFFERI LEGHISTI

 

CARTOLINE DA REGNO UNITO E ISRAELE

 

A ROMA PER RACCOGLIERE LA MONNEZZA SERVONO I FONDI DEL PNRR

 

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ESTRATTO DI UN ARTICOLO DEL CORRIERE DELLA SERA SUL CDM:

Forse mai prima Mario Draghi si era sentito così strattonato dalle forze politiche, da destra e da sinistra. Come in un pericoloso tiro alla fune, capi delegazione e ministri hanno misurato la forza dei rispettivi partiti provando a portare nel loro campo (o spedire fuori campo) il presidente del Consiglio. Se la Lega è arrivata a minacciare il non voto contro il green pass rafforzato per andare dal parrucchiere o in banca, il Pd e Leu hanno pressato il capo del governo sull’obbligo vaccinale per tutti gli italiani. Così tanto pressato, che Draghi a un certo punto ha detto basta: «Non c’è nessun Paese che pratichi un obbligo generalizzato. Non siamo nella stagione precedente, ora ci sono i vaccini. Perché dovremmo impedire alle persone di lavorare? Le piccole imprese, se le costringiamo a chiudere, potrebbero non riaprire più».

Mediazione faticosa e tesa, eppure l’ex presidente della Bce alla fine è soddisfatto e lo sono «abbastanza» anche gli scienziati del Comitato tecnico scientifico, che nelle riunioni di Palazzo Chigi hanno portato l’allarme per la corsa della variante Omicron e il rischio che le strutture sanitarie possano entrare presto in grave sofferenza. «Il numero degli ospedalizzati raddoppia in dieci giorni», dicono gli studi illustrati da Brusaferro e Locatelli. Ed è proprio questo l’assillo che ha convinto Mario Draghi a smontare con pazienza le barricate della Lega, fino a far scendere, da 60 a 50 anni, la soglia anagrafica da cui scatta l’obbligo di vaccinazione. E poiché sa bene che ogni sua mossa viene letta alla luce della partita del Quirinale, il premier ha messo in chiaro che «la ratio del provvedimento non è dettata da una esigenza di compromesso politico, ma riflette le classi di età che più rischiano di finire in ospedale per Covid».

Voleva spiegarlo agli italiani in conferenza stampa, ma l’aria elettrica delle riunioni deve averlo convinto a desistere. Troppo combattuta la battaglia sulla scuola, troppo aspro lo scontro tra il fronte rigorista di Speranza, Franceschini, Brunetta e quello aperturista di Garavaglia, Stefani e Dadone. Giorgetti, che non nasconde il suo disagio, è rimasto a Varese e per ragioni familiari ha lasciato il posto al ministro del Turismo, ma a Palazzo Chigi smentiscono la delusione di Draghi verso il capo delegazione leghista: «Non esiste uno scontro personale, c’è una diversità di visione tra strutture». Alla fine il Carroccio ha ottenuto lo stralcio dell’obbligo di green pass rafforzato per i servizi e ha votato a favore del decreto, lasciando però agli atti che «è stata dura». Garavaglia non ha alzato i toni, ma nel merito ha dato battaglia per sventare l’abbassamento dell’obbligo vaccinale a 40 anni. Proposta di Brunetta, sostenuta da Franceschini e Speranza. Il ministro della Salute ha dovuto rinunciare al super green pass per i servizi, eppure anche lui non si mostra scontento: «Più di mezza Italia deve immunizzarsi, è un passo importante». E Brunetta può rivendicare l’idea con cui si è scongiurato lo strappo leghista in Cdm: rinunciare al green pass rafforzato e passare a quello ordinario per l’accesso ai centri commerciali, alle poste o nei saloni di bellezza.

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