Si è appena placata l’eco della condanna penale pronunciata in primo grado per il disastro del ponte Morandi. Spiccano i 12 anni per l’ex amministratore Giovanni Castellucci, a cui le indagini e i giudici hanno attribuito la responsabilità di una gestione societaria finalizzata al risparmio dei costi di manutenzione, mettendo così a rischio la sicurezza degli automobilisti. Inoltre, nonostante ci fosse la consapevolezza dei problemi strutturali del Morandi, l’avvio dei lavori di manutenzione straordinaria è rimasto troppo a lungo sulla carta.
L’occasione è quindi propizia per spiegare e fare comprendere ai lettori la “trappola” (solo apparente) in cui si trova sistematicamente qualsiasi manager che si occupa di reti infrastrutturali. Quali che siano: elettricità, gas, autostrade, acquedotti, ecc…
Chi le amministra è stretto tra Scilla e Cariddi: se si fa guidare, nell’esecuzione delle opere di manutenzione ordinaria e straordinaria, dalle necessità tecniche e dal principio della massima prudenza, probabilmente finisce col chiudere un bilancio con risultati modesti o addirittura negativi. E molto probabilmente viene mandato a casa dall’azionista di riferimento a cui non arrivano i lauti dividendi che sperava di conseguire con il suo investimento.
Se, viceversa, il faro della sua azione è il vincolo di bilancio e, nello specifico, di remunerazione dell’azionista, sarà probabilmente costretto a tagliare i costi – e la voce manutenzione è tra le più importanti quando parliamo di reti infrastrutturali – conseguendo magnifici risultati di bilancio. Fino a quando si verifica il disastro che oltre a costare in termini di vite umane – in una tragica roulette – mette in ginocchio la società e la sua carriera e lo avvia verso le patrie galere.
La causa di tutto è la particolare natura dell’attività aziendale di costruzione e gestione di reti infrastrutturali.
Dal punto di vista dei ricavi, essa gode di relativa stabilità, trattandosi spesso di un monopolio naturale (proprio come le autostrade) i cui prezzi sono amministrati e tutta l’attività è fortemente regolata. Insomma non c’è e non ci può essere un mercato. Dati i ricavi sostanzialmente stabili e prevedibili, il profitto è quindi direttamente funzione dei costi. Tra cui le manutenzioni hanno una efficacia cosiddetta differita: ne apprezzi il valore quando non crolla o non scoppia nulla. Altrimenti, nell’immediato, sembrano costi che non generano valore, nel senso di diretta correlazione ai ricavi emergenti o ai costi cessanti. Servono semplicemente a ridurre o azzerare la probabilità di un futuro evento dannoso che, per la sua potenziale pericolosità, potrebbe mettere a rischio la continuità aziendale. La sua generazione di valore è costituita da un danno cessante, anziché da un più evidente e di facile comprensione ricavo emergente.
Ed è proprio qui la differenza e il corto circuito logico e causale: il danno cessante non si riesce a valutarlo ed apprezzarlo finché non si manifesta, purtroppo in modalità spesso tragiche e catastrofiche. Quindi qualcuno – a digiuno delle regole elementari dell’economia aziendale e assetato solo di dividendi – potrebbe assurdamente sostenere che si tratti di “soldi sprecati”. Il costo cessante (cioè i risparmi per le manutenzioni) è invece immediatamente contabilizzato e visibile. Addirittura, sfidando la sorte, il danno cessante potrebbe non manifestarsi mai e il manager “taglia costi” – come un trapezista che riesce a fare salti mortali senza rete – passerebbe alla storia come un genio del management, glorificato dall’azionista con le tasche piene, quando invece ha solo giocato alla roulette con la vita delle persone.
Tutto dipende dal numero che esce. Ma a quel punto l’etica e i sani principi dell’economia aziendale sono stati sepolti da un pezzo.
Mettendo le cose ancora più in prospettiva, viene da chiedersi come sia stato possibile affidare tali beni a imprenditori privati guidati (legittimamente, ci mancherebbe!) solo dalla logica del mercato e del profitto, magari con un orizzonte temporale di breve termine.
Sono beni che solo lo Stato, investitore paziente e con obiettivi di natura sociale e strategica, non quindi asservito ai numeri della trimestrale per gli investitori e succube della dittatura del ROI e del ROE, può possedere e gestire. In effetti i Padri della Repubblica avevano messo tutte le reti energetiche sotto il controllo pubblico con Enel, Eni, Autostrade, Telecom, ecc… e Enrico Mattei ha anche pagato con la vita lo sviluppo e la difesa di tali infrastrutture vitali per la crescita dell’Italia.
Poi è arrivata la Ue, i parametri di Maastricht, le privatizzazioni di Mario Draghi, infine i “capitani coraggiosi” della sinistra di lotta e di governo e, da allora, Mattei si rivolta quotidianamente nella tomba.



