Economia

I dazi e i costi delle politiche improduttive

di

dazi

La questione dei dazi e della guerra commerciali analizzate da Filippo Onoranti

“Chi non conosce la storia è destinato a riviverla”. E allora il protezionismo Usa dall’altro lato dell’Atlantico, e i sogni di una spesa pubblica in stile new deal da questo, sembrano proprio il trailer di un remake del XX secolo. Gli esiti negativi di questo tipo di politiche sono i fondamenti di quella flessione economica di cui stiamo vivendo la fase calda da una decina di anni, ma che cova in maniera piuttosto evidente dagli anni ’80. Ora la domanda che si impone è: i capi di Stato promotori di siffatte politiche, non hanno mai letto un libro di storia o un bignami di economia? Mi sembra francamente improbabile, e tuttavia le contraddizioni insite in tali politiche economiche sono lampanti e la storia le testimonia a più riprese, e non solo nel ‘900.

Partiamo da Trump e dai suoi amati dazi. La dinamica è nota: si tassa il Parmigiano Reggiano per renderlo meno competitivo del Parmisan made in Usa. Trascurando la miglior qualità di un prodotto rispetto alla sua imitazione (questione evidente da un lato, ma relativa come sempre lo sono i gusti dall’altro). Ad essere violato, soprattutto nell’ipotesi che i due fossero identici, è il riconoscimento che l’interesse generale di un Paese consiste sempre nell’acquistare le merci dove costano meno. Il dazio, proteggendo una porzione dell’economia di un paese – nell’attualità dell’esempio la filiera lattiero casearia statunitense – risulta benefico come il famigerato chirurgo pietoso che fa la piaga purulenta. In economia vale qualcosa di simile, ed i vantaggi di breve periodo, come la sopravvivenza e persino al prosperità di un settore che esposto al libero mercato sarebbe risultato perdente, occultano numerose e crescenti vulnerabilità su larga scala. Non si vedono con altrettanta evidenza infatti le risorse che, attratte dal prodotto protetto, non vengono dirette ad altri settori dell’industria interna. Ciò consentirebbe lo sviluppo di maestranze di pregio invece di mantenere artificiosamente bloccate risorse in un’industria che si è già mostrata perdente rispetto ai suoi competitori, e che proprio per questa evidenza è stata protetta. Estendendo i dazi a più settori si arriva (come è accaduto già più volte nella storia recente e non) a colpire il potere d’acquisto dei consumatori. Infatti non si trovano più nella condizione di approvvigionarsi dei prodotti dei quali necessitano al costo inferiore disponibile, poiché gli sono resi accessibili solo prodotti a costi alterati, e nel contempo si trovano a vivere un rallentamento dello sviluppo economico dovuto ad argini artificiali dei flussi di investimento.

Il risultato dei dazi è dunque che, dopo una iniziale euforia, come spesso accade a quello che sembra troppo bello per essere vero, lo è… e io pago…

Tornando da questa parte dell’oceano, la spesa pubblica viene accolta come una sorta di benedizione. I proclami di centinaia di migliaia di assunzioni sono salutate con gioia e come l’avvicinarsi di quella sognata stabilità che solo il materno abbraccio statale può garantire. E in certa misura è così. Infatti se si viene assunti con lo scopo di creare occupazione, e non di adempiere una funzione di cui ci sia reale bisogno, la produttività è esclusa dalla prospettiva e dagli obblighi dell’impiegato pubblico. Non è utile il suo lavoro, ma è utile che lavori e se non fa eccessivi danni vedrà la sua pensione indipendentemente da qualsiasi valore prodotto dalla propria attività. Questo ci condanna ad una sorta di doppia personalità economica: come produttori-lavoratori bramiamo l’aumento dei salari, e dunque giustifichiamo e auspichiamo un aumento della spesa pubblica (con la doverosa eccezione che solo quella di cui beneficeremmo noi è effettivamente utile e quindi necessaria); come contribuenti invece siamo pronti alle più feroci levate di scudi contro qualsiasi forma di aumento della pressione fiscale, o meglio di quelle che ci colpiscono, mentre tutte le altre sono accolte come necessità per il bene del Paese.

Anche in questo caso i costi di politiche economiche improduttive, apparentemente a beneficio dei consumatori, finiscono inevitabilmente per colpirli ma in differita.

Come sostenuto in apertura, ritenere che banalità simili siano aliene alle riflessioni dei nostri governanti è implausibile, poiché si tratta di considerazioni piuttosto elementari e di cui qualsiasi studente di ragioneria è al corrente. A giustificarne l’attuazione allora deve per forza essere un ragionamento di altra natura.

Cosa mai potrebbe spingere un buonuomo come Donald Trump ad intraprende politiche efficaci nel breve periodo e dannose nel medio termine? Un rapido calcolo lo vede presidente, nella migliore delle ipotesi, per non più di un altro quinquennio. Giusto il tempo per vedere invertirsi la curva economica dopata dal suo protezionismo. La storia statunitense ci insegna poi che l’alternanza tra repubblicani e democratici è piuttosto attendibile, così come la conferma della presidenza in carico per il secondo mandato. Con questo copione avrebbe consegnato al suo successore un paese sul ciglio della flessione economica, in una condizione di politica estera esacerbata al limite, e col ricordo di una recente età dell’oro marchiata Donald.

Almeno da questa prospettiva noi italiani dovremmo essere immuni, non ci aspetta infatti alcuna fittizia età dell’oro da ricordare con nostalgia, gli anni ’90 sono roba da fiction, e “la colpa è dei governi precedenti” è solo uno degli altri made in Italy che abbiamo esportato con orgoglio.

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