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Ecco come la guerra in Iran sta stravolgendo i mercati

Conflitto in Iran: dalle tensioni geopolitiche ai rischi di approvvigionamento del petrolio. L'analisi di Meg O'Connor, Equity Research senior analyst, e Travis Flint, Investment Grade Credit analyst di Columbia Threadneedle Investments..

Le criticità legate all’Iran hanno trasformato il rischio geopolitico in effettive limitazioni dell’approvvigionamento petrolifero, ridefinendo i mercati energetici globali. Quest’ultimi, infatti, rappresentano la prima linea nell’impatto del conflitto in Iran sui mercati. Il rischio geopolitico, ampiamente previsto, aveva portato i prezzi del greggio a salire già nelle settimane precedenti gli attacchi. Tuttavia, il brusco rallentamento dei flussi fisici attraverso lo Stretto di Hormuz ha introdotto un nuovo e più acuto rischio di offerta. L’Iran produce circa 3-3,5 milioni di barili di petrolio al giorno, esportandone la maggior parte verso la Cina a prezzi scontati. Data la limitata capacità di riserva residua dell’OPEC+, qualsiasi interruzione prolungata sarebbe difficile da compensare. L’ultimo aumento di produzione annunciato dall’OPEC è marginale rispetto alla portata della potenziale interruzione; pertanto, se i barili non riusciranno a superare lo Stretto, gli aumenti dichiarati offriranno poco sollievo reale. La domanda chiave per i mercati non è più se il petrolio reagirà, ma per quanto tempo persisteranno le perturbazioni fisiche dell’offerta.

Lo Stretto di Hormuz: un collo di bottiglia sotto pressione

Il trasporto marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz è di fatto paralizzato dall’inizio di marzo. A parte le navi iraniane, ci sono state pochissime traversate confermate di altre petroliere, poiché gli armatori hanno annullato i transiti e gli assicuratori hanno ritirato la copertura in seguito agli attacchi inferti a più navi. Questa dinamica da sola è sufficiente a determinare un significativo premio di rischio geopolitico nei prezzi del petrolio. In reazione a ciò, la Casa Bianca ha dichiarato che sosterrà le coperture assicurative e che potrebbe mettere a disposizione navi statunitensi per scortare il passaggio delle petroliere nello Stretto. Tuttavia, poiché gli asset navali statunitensi nella regione saranno probabilmente messi a dura prova dalle operazioni in corso, non è chiaro quanto rapidamente possano essere implementate le scorte navali e, in questo contesto, le tempistiche sono importanti. Di fatto, se le interruzioni nelle spedizioni dovessero persistere, i vincoli di stoccaggio regionale diventerebbero stringenti, costringendo i produttori a bloccare l’offerta indipendentemente dalla domanda.

Le interruzioni della produzione non sono più teoriche

Le conseguenze dei vincoli al transito sono già visibili. L’Iraq ha ridotto la produzione di petrolio di circa 1,5 milioni di barili al giorno dal 3 marzo, mentre il Kuwait e gli Emirati Arabi Uniti stanno diminuendo la produzione per gestire i requisiti di stoccaggio. Se lo Stretto dovesse rimanere chiuso, ulteriori interruzioni diventerebbero significative man mano che la capacità di stoccaggio vada esaurendosi. Il Regno dell’Arabia Saudita esporta circa 7,2 milioni di barili di petrolio al giorno attraverso lo Stretto, ma dispone anche di un oleodotto da 5 milioni di barili al giorno verso il Mar Rosso. Secondo quanto riferito, i produttori sauditi stanno chiedendo ai clienti di prelevare i barili dai porti occidentali. Anche in questo caso, però, tali rotte non sono esenti da rischi, il che evidenzia come soluzioni logistiche alternative comportano a loro volta delle sfide in materia di sicurezza.

I raffinatori statunitensi emergono come beneficiari nel breve termine

Normalmente, quasi 4 milioni di barili al giorno di prodotti raffinati transitano attraverso lo Stretto. Tuttavia, la produzione delle raffinerie ha già subito ripercussioni, restringendo i bilanci globali dei prodotti raffinati. Diverse raffinerie di petrolio in Medio Oriente sono state attaccate nel corso della settimana, mentre il Kuwait avrebbe già ridotto l’attività di raffinazione a causa della mancanza di capacità di stoccaggio residua e si prevede che procederà a ulteriori tagli nei prossimi giorni. Anche le raffinerie asiatiche, a fronte di un’offerta di greggio inferiore, stanno riducendo la produzione. Nel frattempo, questa settimana i prezzi del gasolio e del carburante per aerei hanno registrato un forte aumento, riflettendo l’offerta di prodotti più limitata. In Europa, i prezzi del gas naturale sono aumentati, facendo così lievitare i costi globali di raffinazione, mentre negli Stati Uniti i prezzi del gas naturale sono aumentati solo moderatamente, migliorando la competitività in termini di costo per gli operatori statunitensi. Questi fattori hanno determinato una notevole sovraperformance dei titoli nel settore statunitense della raffinazione, mentre i mercati stanno rivalutando vincitori e vinti regionali alla luce della perturbazione in atto.

Lo shock del gas naturale liquefatto (GNL) complica il quadro energetico

Il petrolio non è l’unico fattore in gioco. I prezzi internazionali del gas naturale sono aumentati dopo che la QatarEnergy ha interrotto la produzione di GNL (circa il 20% dell’offerta globale), dichiarando lo stato di forza maggiore in seguito a un attacco. L’arresto della produzione era inevitabile, data la mancanza di percorsi alternativi verso il mercato e la limitata capacità di stoccaggio in loco, tipica degli impianti di GNL, se si considera il costo elevato dello stoccaggio. Data la dimensione dell’impianto, potrebbero essere necessarie settimane per riavviarlo dopo la riapertura delle rotte di navigazione e ancora più tempo per tornare alla piena capacità produttiva. Questa situazione restringe i bilanci globali di gas e aumenta i costi energetici per le regioni dipendenti dalle importazioni. Gli esportatori statunitensi di GNL beneficiano di un più ampio spread di prezzo transatlantico, mentre le aziende con esposizione diretta alla produzione di GNL del Qatar affrontano venti contrari nei flussi di cassa nel breve periodo. Nel complesso, l’insicurezza energetica sta rafforzando le pressioni inflazionistiche al di fuori degli Stati Uniti.

Le interruzioni dei servizi petroliferi superano il sostegno ai prezzi

Le società di servizi petroliferi hanno registrato un andamento negativo nonostante l’aumento dei prezzi del petrolio. Il Medio Oriente è una regione chiave per i servizi petroliferi globali, ma le operazioni sono sempre più compromesse. Con i voli cancellati, le ambasciate chiuse e molti lavoratori costretti a rifugiarsi nelle proprie case, l’attività offshore è stata di fatto sospesa in alcune parti della regione. Le chiusure dei pozzi e i disservizi operativi si traducono in un rallentamento dell’attività dei servizi petroliferi, anche quando i prezzi sono in aumento.

Conclusioni

Il conflitto in Iran ha trasformato il rischio geopolitico astratto in una concreta interruzione dell’approvvigionamento sui mercati petroliferi. Con il trasporto marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz quasi interrotto, i vincoli di stoccaggio stanno forzando le chiusure, i margini di raffinazione si stanno ampliando in modo non uniforme e i prezzi dell’energia stanno ritrasmettendo il rischio di inflazione nell’economia globale. La domanda chiave per i mercati non è più se il petrolio reagirà, ma quanto dureranno le perturbazioni fisiche e se gli shock energetici inizieranno a generare un inasprimento finanziario più ampio.

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