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Produttività

Le tecnologie di controllo possono ridurre le morti sul lavoro?

I morti sul lavoro non sono inevitabili fatalità: per questo bisogna riflettere sull'efficacia degli strumenti di contrasto a questo fenomeno e testarne di nuovi. L'analisi di Walter Galbusera.

Un “Grande fratello” contro i morti sul lavoro  deciso  tra le forze sociali al CNEL.

I morti sul lavoro, quelli che da sempre vengono definiti “omicidi bianchi”, non sono inevitabili fatalità. Proprio per questo occorre qualcosa di più dei comunicati di cordoglio e di condanna, seguiti da scioperi, manifestazioni  e  interventi della magistratura secondo la gravità dei fatti. Bisogna anche riflettere sull’efficacia degli strumenti proposti  sinora per combattere un tristissimo fenomeno che per di più oggi deve fare i conti con l’impiego di manodopera straniera spesso totalmente priva di una adeguata formazione in materia di sicurezza. Ma perdono la vita anche numerosi piccoli imprenditori o lavoratori agricoli di provata esperienza che muoiono schiacciati, come raccontano impietosamente le cronache, per effetto del rovesciamento del trattore che guidano.

Sarebbe certo auspicabile e necessario, ma non  sufficiente, anche un significativo aumento di ispettori del lavoro per sradicare il fenomeno. Il nostro tessuto produttivo è frammentato in tante imprese di modeste dimensioni e i controlli non arriverebbero dovunque. Né vi sarebbe realisticamente  molto da attendersi  dalla introduzione nel codice penale di un nuovo specifico reato di “omicidio sul lavoro”. Come ci ha insegnato Cesare Beccaria, più che la durata della pena minacciata è efficace la certezza dell’applicazione della sanzione.

Purtroppo le morti sul lavoro continuano nonostante la pubblica indignazione ad ogni livello, gli scioperi e le manifestazioni. Bisogna partire da una premessa: se le regole vengono rispettate (ciò vale sia per le macchine che per le persone), il rischio di infortunio mortale dovrebbe essere trascurabile. Addirittura sarebbe impossibile, se le norme sono rispettate, precipitare involontariamente da una impalcatura o da un tetto. Sono tante, forse troppe le spiegazioni del perché i morti sono così frequenti ma è evidente che la responsabilità imprenditoriale è presunta, salvo convincenti prove contrarie. Leggiamo sui giornali che in un capannone vicino a Milano dove numerosi operai cinesi   lavoravano, mangiavano e dormivano erano stati disattivati i congegni di sicurezza della macchine utilizzati per produrre borse destinate al quadrilatero della moda.

Ma è altrettanto vero che alle responsabilità aziendali si sommano gli effetti della mancanza di una solida cultura della sicurezza che non è ancora purtroppo radicata e considerata una priorità da tutti i lavoratori. Certo, non mancano le spiegazioni convincenti, in primo luogo la necessità di portare a casa comunque la paga per vivere, ma sarebbe una doppia sconfitta continuare come prima senza indicare proposte innovative.

Se è vero che non esistono soluzioni miracolose e di efficacia immediata, le iniziative per la sicurezza sul lavoro devono essere moltiplicate soprattutto attraverso il coinvolgimento diretto delle parti sociali. Occorre però riflettere anche su progetti di ampio respiro che sappiano coniugare la moderna tecnologia con un forte investimento sulla formazione per la sicurezza. Ciò vale tanto per le organizzazioni sindacali che possono disporre di un vero “esercito” di responsabili della sicurezza, quanto  per le imprese le quali dovrebbero accettare  per questi ultimi  una funzione autonoma di natura essenzialmente propositiva e partecipativa nell’organizzazione del lavoro in azienda.

Occorre uno sforzo eccezionale di formazione. Si tratta, partendo dai responsabili sindacali della sicurezza, di potenziarne ruoli e livelli professionali: essi costituirebbero un patrimonio prezioso  per le aziende oltre che per l’intero paese, considerato l’enorme costo sociale degli infortuni. Certo, a questo andrebbe accompagnato uno sforzo culturale organizzativo (a partire dalla scuola dell’obbligo) per elevare la consapevolezza dei rischi che possono correre tutti i lavoratori. Ma non basta, la tecnologia consente molto di più e soprattutto può permettere i controlli da remoto rendendoli  più estesi. Perché non installare le telecamere negli ambienti di lavoro più a rischio  per utilizzare poi le registrazioni come strumento di formazione, escludendone  naturalmente l’impiego a fini di videosorveglianza sulla prestazione di lavoro come del resto previsto dall’articolo 4 dello “Statuto dei lavoratori”?

Bisogna andare più in là e moltiplicare  la capacità di controllo anche da remoto degli Ispettorati del lavoro. Se pensiamo ai luoghi di lavoro a più alto rischio come i cantieri edili è possibile tramite telecamere fisse e droni controllare gran parte dell’attività edilizia di un’intera città e, attraverso un impianto centrale appositamente costituito,  individuare e intervenire rapidamente con obiettivi mirati, almeno per le inadempienze più gravi. Certo, telecamere e droni non riporterebbero in vita nessuno ma sarebbe grave ignorare l’impatto che, in termini di deterrenza avrebbero questi controlli, che sarebbero  estesi e non preannunciati. La responsabilità di gestire questo intervento sarebbe tutto istituzionale anche se sarebbe necessario un confronto con le parti sociali che avrebbero tutto l’interesse a garantire la massima trasparenza.

Si configura l’intervento di un “Grande fratello”? Può darsi, ma perché no? Non si venga a dire che si violano segreti industriali , si mina la libertà di impresa o che potrebbero essere lesi i diritti di privacy dei lavoratori. Nessuno può avere  certezze assolute sulla reale efficacia di questi strumenti. Ma l’impressionante susseguirsi degli incidenti mortali deve porci degli interrogativi. Se questa è davvero una priorità per il paese, una “questione morale nazionale” allora deve essere affrontata esplorando ogni possibilità di intervento.

Ogni importante progetto per essere realizzato deve essere condiviso. Per questo è necessaria una forte volontà politica, la consapevolezza di assumersi delle responsabilità e la capacità professionale di realizzarlo facendolo diventare patrimonio culturale della collettività, a partire dal mondo del lavoro e da quello delle imprese. E quale sede migliore del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro per avviare una riflessione ed un confronto tra le parti sociali in un ambito Istituzionale?

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