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Eni

Per lo Stato è davvero un affare vendere una quota di Eni?

L’annuncio della vendita del 4% circa di Eni dà l’idea di un approccio che riprende ciò che facevano le famiglie nobili decadute del sud che non volevano sporcarsi le mani con il lavoro. L'analisi di Alberto Franceschini Weiss.

Il tema delle privatizzazioni è entrato di forza nel dibattito politico con l’uscita del Ministro Giorgetti al W.E.F. di Davos e immediatamente ha suscitato numerose perplessità, sia tra gli analisti finanziari, sia tra gli esperti economici dei vari partiti. L’annuncio della vendita del 4% circa dell’ENI – così, senza altra spiegazione – dà l’idea di un approccio che riprende ciò che facevano le famiglie nobili decadute del sud che non volevano sporcarsi le mani con il lavoro: “si vende un pezzo qua e un pezzo là, per tirare a campà”.

2 MILIARDI DI INCASSO DALLA VENDITA DELLA QUOTA DI ENI

Non è stato annunciato un programma vero e dettagliato, ma una singola vendita che, peraltro, non avrà neanche un gran risultato: la cessione dovrebbe portare a 2 miliardi di incasso, a fronte di un debito dello Stato di circa 2.800 miliardi: quindi, briciole. Inoltre, occorre considerare che le azioni ENI generano un dividendo di circa 120-130 milioni.

Vero è che, con l’incasso di 2 miliardi, lo Stato potrebbe però risparmiare sugli interessi passivi, stimabili in circa 55-60 milioni. Però, considerando il minor introito da dividendi da un lato raffrontato con il minor esborso per interessi passivi dall’altro, emerge che questa operazione non è per niente una gran mossa, anche perchè si arriva alla soglia limite del 30%…

L’ESPERIENZA DEGLI ANNI ’90 CON LE PRIVATIZZAZIONI

Se si ritorna indietro agli anni ’90, le privatizzazioni dell’epoca arrivarono dopo una gestione diretta delle famose “partecipazioni statali” che in tantissimi casi si era rivelata fallimentare (EFIM in primis). Quindi non c’era solo l’esigenza di far cassa, ma anche la necessità di cedere ai privati imprese troppo influenzate dalla politica a scapito dei risultati economici.

L’ esperienza degli anni ’90, con la cessione integrale di molte imprese pubbliche, diede però, molto spesso un risultato negativo: Telecom Italia era un gioiello tecnologico e che fu oggetto di differenti “LBO”, di sovraccaricamento di debiti finanziari, e di cessioni di asset: adesso boccheggia. Autostrade era gestita “così così” dal punto di vista finanziario, ma ben organizzata dal punto di vista tecnico: sotto la guida di Castellucci – ben supportato dalla famiglia Benetton – è diventata una gallina dalle uova d’oro per i soci a scapito delle manutenzioni e della tenuta dell’infrastruttura. Da lì la tragedia immane del Ponte Morandi.

Dagli anni 90 agli anni 2000, le privatizzazioni fecero incassare allo Stato circa 115 miliardi, anche se molte di queste dismissioni furono vendite a CDP (vedasi ENI), quindi non furono vere e propri cessioni.

Adesso si parla di incassare 20 miliardi, quindi una cifra molto più gestibile. Però la cessione sul mercato piccoli pacchetti di realtà già quotate e che generano dividendi interessanti non ha alcuna logica.

SERVE UN PIANO A MEDIO-LUNGO TERMINE

Ciò che occorre è invece un piano ragionato di medio/lungo termine dove si dovrebbe cercare di cogliere 2 obiettivi in contemporanea: far molta più cassa di quanto ipotizzato e utilizzare questa maggiore disponibilità per supportare un indirizzo di politica industriale del paese.

Occorre premettere che lo Stato non dovrebbe cedere integralmente le proprie partecipazioni, perché la presenza di uno “stakeholder” pubblico di controllo (anche di minoranza, ma non meno del 30%) garantirebbe il mantenimento della gestione strategica nel paese. Ciò che dovrebbe fare il governo è quindi procedere ad un’analisi approfondita del futuro “strategico” delle proprie partecipate, individuare le più interessanti dal punto di vista di settore e di ricaduta industriale per il paese, e quotarle in borsa.

In pratica si tratterebbe di effettuare collocamenti di quote di minoranza significativa (almeno il 40/45% fino al 60%) di aziende pubbliche profittevoli ed efficienti che, a fronte di “OPVS” (Offerte Pubbliche di Vendita e Sottoscrizione, cioè collocamenti di azioni da parte dello Stato assieme a contestuali aumenti di capitale), possano diventare ancora più profittevoli. Lo Stato incasserebbe denaro, ma anche l’impresa quotata incasserebbe denaro, tanto quanto sarebbe necessario per supportare un percorso di crescita ancora più accelerato. L’obiettivo dovrebbe essere la creazione di realtà solide in grado diventare dei campioni europei.

IL RUOLO DELLO STATO NELLE GRANDI AZIENDE

La presenza dello Stato con una quota importante consentirebbe di mantenere un controllo pubblico in grado di incidere su alcune scelte strategiche importanti per la nazione (localizzazione delle attività, apertura sedi e stabilimenti in Italia/estero, scelta di fornitori nazionali, attenzione all’indotto etc.). Al contempo, la rilevante quota in mano ai grandi investitori istituzionali permetterebbe alla comunità finanziaria di partecipare alla gestione con propri rappresentanti in Consiglio d’Amministrazione e negli organi di controllo al fine di evitare lo strapotere della politica e di mantenere il focus del management sui profitti, come nei casi di ENI, ENEL, Leonardo, etc. STM, società leader mondiale nei componenti elettronici a semiconduttore dimostra come la presenza degli stati italiani e francesi con il 30% dei diritti di voto ha obbligato i vertici aziendali a mantenere le operations nei rispettivi stati, anche se la delocalizzazione in Asia avrebbe potuto portare significativi profitti. Catania, grazie alla presenza di STM gode di un distretto industriale a forte vocazione elettronica che sta prosperando, mentre Ivrea, patria dell’Olivetti, oggi langue circondata da edifici vuoti ed abbandonati mentre i cervelli si sono trasferiti per mancanza di lavoro.

Peraltro la quotazione in Borsa ha dimostrato in tantissimi casi come le aziende che si quotano – sia piccole che grandi – migliorano in termini di efficienza manageriale e di sviluppo redditizio nel medio termine. La presenza duplice dello Stato e dei privati – attraverso la borsa – nella governance strategica dell’azienda permetterebbe di contemperare le esigenze degli stakeholders con gli obiettivi di profitto.

Anche la nostra Borsa di Milano ne beneficerebbe da quotazioni importanti, perché incrementerebbe il numero di grandi investitori presenti sulla piazza, aumenterebbe la quantità di scambi e, aumentando la liquidità generale, permetterebbe una più corretta valorizzazione delle società quotate.

Lo Stato ha numerose realtà interessanti, da Trenitalia fino alla rete dei porti, rete che non è mai stata realmente valorizzata. La nostra nazione ha necessità di avere infrastrutture più moderne, perché non studiare un progetto ad hoc sui porti? L’indotto dei porti è gigantesco. Un porto efficiente crea dietro di sé una rete di imprese molto diffuso e di grande impatto sull’economia locale. Probabilmente, se si facesse un’analisi approfondita, questo progetto potrebbe dare allo Stato una decina di miliardi di gettito. Lo stesso vale per treni, interporti/depositi doganali, etc., così come per i cd “bacini culturali”.

Ma lo stesso ragionamento vale anche per gli Enti Locali che posseggono molte imprese profittevoli, come l’autostrada Milano-Serravalle, di proprietà della Regione Lombardia. Sarebbe anche il momento per obbligare gli enti locali a ridurre questi patrimoni gestiti in modo non sempre efficiente per focalizzarsi sulle loro attività istituzionali: cosa se ne fa la Regione Lombardia del controllo del 100% di un’autostrada o il 71% (in via diretta e indiretta) di una ferrovia locale, come le FNM i cui disservizi sono fonte giornaliera di proteste da parte degli utenti?

Anche in questo caso lo Stato potrebbe ridurre i contributi alle Regioni e agli altri Enti locali se questi posseggono imprese che possono essere valorizzate: cara Regione, ha bisogno di 100 milioni? Prima vendi una quota delle tue partecipate e, se dalla cessione non incassi quanto ipotizzato, il resto te lo versa lo Stato. Anche questo è un sistema per ridurre il debito pubblico: obbligare gli enti locali a gestire meglio il proprio patrimonio.

In sostanza, un piano ragionato di privatizzazioni che si basi sulla quotazione in borsa attraverso “OPVS” delle partecipate pubbliche potrebbe far incassare allo Stato ben più di quanto ipotizzato e convoglierebbe importanti risorse finanziarie su progetti con forti potenzialità di crescita e attrazione di risorse.
In questo modo potrebbe inciderebbe veramente in modo sostanziale sul debito nazionale, dando al contempo ai risparmiatori interessanti ritorni.

Last but not least, la riduzione della presa totale dello Stato permetterebbe ad alcune di queste imprese, oggi ancora magari sottotono, di poter essere gestite con fini esclusivamente aziendali. Un esempio è la Ferrari: fin quando era sotto il controllo di FCA, era “soprammobile di lusso” del gruppo. Uscita dall’orbita del mondo FIAT, ha spiccato il volo ed è una delle società più importanti del listino milanese con un valore di Borsa di oltre 55 miliardi, cioè più dell’ENI….. Anche lo Stato potrebbe seguire questa strada….

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