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Quale sarà il patriottismo economico di Giorgia Meloni

Bankitalia

L’analisi di Gianfranco Polillo

 

Avere come stella polare gli interessi della Nazione comporta una serie di conseguenze tutt’altro che banali. Significa innanzitutto guardare, con una maggiore attenzione alla realtà internazionale, dove, appunto, collocare la Nazione. Soprattutto vedere in che modo gli altri Paesi possono condizionarla e più di una volta cercare di sottometterla. Non necessariamente con il fragore delle armi. Ma con regole, decisioni politiche, prassi amministrative, in apparenza neutrali, ma di fatto ritagliate sugli interessi dei Paesi concorrenti. Si pensi pure all’Unione europea, all’asse franco – tedesco oggi, per fortuna, meno dominante; ma sostituito dall’alleanza dei “frugali”, le cui risorse economiche, finanziarie, ma anche petrolifere, fanno la differenza.

Alla luce di queste considerazioni, le decisioni assunte da Giorgia Meloni, in sintonia con il suo gruppo dirigente, di appoggiare il Governo di Mario Draghi, in politica estera, non doveva sorprendere. Gli interessi italiani coincidevano con quelli dell’Occidente. Non solo l’Europa, ma gli stessi Stati Uniti, oltre la Nato, e gli altri alleati storici (dal Canada al Giappone). Non si poteva, certo, seguire la scia di Putin o quella di Xi Jinping, con la sua “nuova via della seta”. Di fronte ad un’alternativa così secca, la scelta di Fratelli d’Italia era stata coerente. Si stava con l’Occidente, in difesa della Patria, e poco importava la collocazione contingente del partito. Lo stare cioè al Governo o all’opposizione.

Questa coerenza si è dimostrata vincente anche sul piano elettorale. Segno evidente che gli elettori hanno apprezzato. Nel dopo elezioni si è molto discusso se altre forze politiche siano state penalizzate o meno dall’aver partecipato a quell’esperienza. Sarà stato pure così, ma a noi sembra che altre siano state le ragioni. Quelle pericolose oscillazioni sulla natura stessa della guerra in Ucraina, che ha fatto dubitare. In molti casi l’invocazione alla pace è apparsa un modo furbesco volto a disarmare gli aggrediti e favorire chi, com’era di un’evidenza palmare, non avrebbe rinunciato ad un centimetro quadrato del territorio conquistato. Grazie ad un’apparente superiorità militare, poi dimostratesi un colabrodo.

La sintonia tra Mario Draghi e Giorgia Meloni aveva, quindi, questa radice. Da un lato un civil servant, che ha nel suo DNA, un trascorso più che decennale al servizio del suo Paese, dall’altro il leader di un partito che aveva nel patriottismo, e non nel sovranismo, come troppo spesso si é detto, la sua radice, in termini di valori. Tra i due termini esiste una differenza? Certo che esiste. Il sovranismo ha una precisa assonanza con il nazionalismo, il più delle volte destinato a debordare nell’imperialismo. La storia della Russia, dal suo passato imperiale, passando per il comunismo, ed ora con il ritorno alle tesi di Aleksandr Dugin, si racchiude interamente in quella parabola. Il patriottismo è invece quello del Risorgimento italiano ed anche quello di una parte della Resistenza, come lotta di liberazione nazionale. E non di lotta armata per il comunismo.

Se si guarda a questo retroterra, l’insistenza sulla necessità di giungere alla formazione di un governo “forte e coeso, autorevole, di persone competenti, di alto profilo” appare coerente con quanto appena evocato. Un governo di tal fatta serve, innanzitutto, per continuare nell’azione già intrapresa da Mario Draghi, sia sul piano internazionale che su quello europeo. Difficile non vedere come, in questi ultimi mesi, il prestigio italiano sia cresciuto, al punto da legittimare i peggiori dubbi sull’azione condotta per defenestrarlo, prima della scadenza naturale. Un governo tutto politico, fatto con le seconde file dei diversi partiti, darebbe continuità ad una simile azione?

C’è poi il fronte interno. La strategia destabilizzante di Putin rischia di incidere profondamente sulla situazione economica e finanziaria dell’intera Europa e di colpire, in modo particolare, il nostro Paese. Costretto a scontare gli errori passati. Soprattutto l’essersi legato, mani e piedi, alle forniture di gas russo, invece di procedere più speditamente nella diversificazione sia delle fonti di approvvigionamento, che del modo di produrre energia. Leggasi green e nucleare. C’è un dato su cui è necessario accendere i riflettori.

Le ultime previsioni stanno ad indicare la fine di quel ciclo virtuoso che dal 2014 in poi, aveva portato l’Italia a pagare tutti i debiti esteri e trasformarsi, a sua volta, in un creditore. Segno evidente di una solidità finanziaria, nonostante tutto, ritrovata. Alla fine dell’anno invece il deficit delle partite correnti della bilancia dei pagamenti dovrebbe, nuovamente, affacciarsi all’orizzonte. Si dovrebbe passare da un avanzo del 2,4 per cento del Pil dello scorso anno, ad un deficit dello 0,8. Previsione forse viziata da un pizzico d’ottimismo, stante gli attuali prezzi del petrolio e del gas: agenti patogeni del peggioramento.

Ci vorrà pertanto un grande rigore nel futuro utilizzo delle risorse disponibili. La teoria insegna che ogni qual volta si manifesta un deficit nei conti con l’estero, bisognerebbe operare una stretta per riequilibrare il quadro macro economico. Cosa tanto più necessaria, visto l’alto debito pubblico. Scelta, ovviamente, improponibile nelle attuali condizioni del Paese. Ma non per questo si potrà scialare con richieste di scostamenti di bilancio per venire incontro alle richiesta più varie. Seppure giustificate da un punto di vista sociale.

Per il prossimo ministro dell’economia non sarà quindi facile governare queste spinte contrastanti. L’ultimo politico che ha occupato quella ch’era stata la scrivania di Quintino Sella, è stato l’attuale sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, con Giuseppe Conte Presidente del Consiglio. Nel 2020 il rapporto debito/Pil è aumentato di 21,1 punti percentuali. Il salto in avanti più alto dagli inizi degli anni ‘80. Un’esperienza non solo da non ripetere, ma un monito da porre in cima ad ogni pensiero.

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