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Europee

Germania a rischio deindustrializzazione. Report

Le alte tasse sulle imprese, la burocrazia complessa, l'alto costo dell'energia e le infrastrutture fatiscenti hanno reso la Germania sempre meno attraente: gli investimenti esteri sono infatti crollati. Che cosa emerge da uno studio basato su dati Osce. 

 

I bicchieri sono ormai vuoti, gli ultimi abbracci lasciano un retrogusto aspro di malinconia. L’Abschiedsparty è finito, la festa di addio agli amici di una vita. Nella casa di Berlino le valigie sono già fatte, resta solo da imbarcarsi sull’aereo per una nuova avventura. Claudia ha un biglietto per ora di sola andata: Wolfsburg-Chattanooga. È una dei tanti dipendenti della gloriosa casa automobilistica Volkswagen che segue il cuore degli investimenti, che da qualche tempo sono tornati a dirigersi verso Ovest, dopo la lunga sbornia cinese. L’America è tornata Lamerica, è tornata la nuova frontiera, lontano dalla Cina ma lontano pure da casa.

Nel 2022 la Germania ha effettuato investimenti diretti esteri per 135 miliardi di euro, a fronte di soli 10,5 miliardi di investimenti diretti esteri in Germania. Un saldo negativo di circa 125 miliardi di euro che rappresenta la differenza tra gli investimenti delle aziende tedesche all’estero e quelli delle aziende straniere in Germania. È il risultato di uno studio realizzato dall’Institut der deutschen Wirtschaft (Iw), il centro di studi economici di Colonia vicino alle associazioni imprenditoriali. La somma, osservano i ricercatori, rappresenta il più alto deflusso netto mai registrato in Germania.

Lo studio è basato sui dati Ocse e certifica come gli investimenti esteri in Germania siano quasi completamente crollati. Ed è particolarmente allarmante il segnale del crollo degli investimenti da parte dei vicini europei.

Nonostante i recenti insediamenti di grandi aziende come Intel o Wolfspeed, pubblicizzate con grande enfasi da cancelliere e ministri, la realtà è che sempre più investitori evitano la Germania. “Le cifre dovrebbero essere intese come un segnale d’allarme per il fatto che il paese stia perdendo la sua attrattiva”, spiega Christian Rusche, economista dell’Iw, “la demografia o gli alti prezzi dell’energia stanno colpendo la Germania”.

Ma molti problemi sono in verità di origine nazionale. Le alte tasse sulle imprese, la burocrazia complessa e asfissiante e le infrastrutture fatiscenti hanno reso la Germania sempre meno attraente. Anni di mancanza di investimenti presentano ora un conto salato, mentre la rete autostradale arranca e quella ferroviaria è a pezzi, con i treni della Deutsche Bahn divenuti famosi per ritardi e disservizi.

L’elenco degli svantaggi competitivi si è negli ultimi tempi solo allungato. Il costo dell’energia. La guerra russa in Ucraina ha chiuso, probabilmente per sempre, la stagione dell’energia a basso costo proveniente dalle steppe siberiane e ha evidenziato di colpo le incertezze ma anche i ritardi in quella che Angela Merkel aveva ribattezzato come una delle rivoluzioni storiche del paese, la Energiewende, la svolta energetica. Oltre ad accelerare la road map per la fuoriuscita dal nucleare, poco, molto poco è stato fatto per sviluppare gli impianti delle fonti rinnovabili o predisporre alternative come i rigassificatori, e ancor meno per realizzare le necessarie reti di trasporto dal nord al sud, dai luoghi di produzione dell’energia (i parchi eolici) a quelli di consumo (le grandi industrie energivore). La guerra all’Ucraina non l’ha dichiarata la Germania, ma la quasi totale dipendenza da un partner rivelatosi inaffidabile come la Russia è stata una precisa (e miope) strategia politica di Berlino.

La carenza di manodopera qualificata sta comportando un enorme onere per le aziende. In un recente sondaggio, il 76% delle aziende del settore delle piccole e medie imprese ha indicato il costo del lavoro e la mancanza di lavoratori qualificati come la sfida più grande, prima degli alti prezzi dell’energia e della crescente burocrazia.

Dopo che il deflusso netto di capitali dalla Germania si era ridotto tra il 2014 e il 2018, dal 2019 è tornato a salire bruscamente. E ultimamente pacchetti di investimento come l’Inflation Reduction Act americano rendono più attraenti gli investimenti al di fuori della Germania. Non è solo Volkswagen a dislocare investimenti e nuovi progetti negli Stati Uniti o a sviluppare iniziative già presenti. Solo nel settore dell’automotive, altri marchi storici come Bmw hanno risposto alle sirene americane, oltre a piccole e medie imprese dell’indotto automobilistico.

Ma la Germania arranca anche rispetto ai partner europei. L’Iw è chiaro su questo punto: “Anche con le offensive europee per gli investimenti, come il programma NextGenerationEU, la maggior parte del denaro gira alla larga dalla Germania”. Gli investimenti diretti da altri paesi europei sono diminuiti in modo particolarmente drammatico, passando nell’ultimo anno da 79 miliardi a soli 13 miliardi di euro. Inoltre, proseguono i ricercatori, “il modello di esportazione tedesco non funziona più come un tempo di fronte al crescente protezionismo”.

Pesano anche scelte di politica industriale, su tutte quella che riguarda proprio il settore dell’auto, per decenni una colonna del Pil tedesco ora incanalata in una transizione verso l’elettromobilità che appare più difficile del previsto. Anche qui l’istituto renano certifica: “Con la scomparsa del motore a combustione, l’economia tedesca sta perdendo un importante punto di forza nel suo settore chiave”.

La fuga degli investimenti rischia di continuare. Secondo un sondaggio condotto tra le imprese industriali tedesche dalla società di consulenza gestionale Horváth, la fuga degli investimenti minaccia di continuare, scrive l’Handelsblatt. Quasi un’impresa su tre intende nei prossimi cinque anni ridurre il personale in Europa occidentale e meridionale e creare nuove iniziative in India, Nord America e Cina, soprattutto a causa degli elevati costi del personale.

L’Handelsblatt riporta anche l’opinione più prudente di Torsten Schmidt, responsabile dell’Istituto di ricerca economica Rwi di Essen, per il quale “non è ancora chiaro se il deflusso di investimenti diretti durerà anche nei prossimi anni”. Schmidt osserva che gli afflussi di investimenti, in particolare, seguono spesso cicli di diversi anni e dopo il calo, regolarmente risalgono. Ma ha tuttavia ha ammesso che di recente tali afflussi sono stati “vistosamente deboli”.

Chi non usa prudenze è invece proprio l’Iw, che anzi spinge l’allarme sino in fondo: “Le cifre sono allarmanti, nel peggiore dei casi questo è l’inizio della deindustrializzazione”.

“Le condizioni di investimento in Germania si sono ulteriormente deteriorate a causa dei prezzi elevati dell’energia e della crescente carenza di lavoratori qualificati”, sintetizza ancora Rusche, “molti problemi sono fatti in casa, tra cui le alte tasse sulle imprese, la burocrazia dilagante e le infrastrutture in difficoltà”. Su questi aspetti il governo è chiamato a intervenire, con tempestività: “Per far sì che la Germania torni a essere il primo indirizzo per gli investimenti stranieri, il governo tedesco deve urgentemente prendere delle contromisure”.

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