Economia

Tutti i rischi delle garanzie statali per i conti pubblici

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Perché Mf/Milano Finanza ha lanciato un allarme sugli effetti delle garanzie statali per i conti pubblici. Fatti, numeri, analisi e scenari

Mentre è ancora emergenza sanitaria cominciano a vedersi all’orizzonte i problemi causati dai tentativi di aiutare chi sta vivendo pure l’emergenza economica a causa della pandemia. Il tema è quello dei finanziamenti alle imprese garantiti dal Fondo Centrale di Garanzia, gestito da Mediocredito Centrale, e da Sace, stabiliti con i decreti “Cura Italia” (dl n.18 del 17 marzo 2020) e “Liquidità” (dl n.23 dell’8 aprile 2020).

L’ALLARME LANCIATO DA MILANO FINANZA

Secondo Mf-Milano Finanza, che in questi giorni ha dedicato attenzione alla questione, si tratta di “una quantità di denaro impressionante, pari a 170 miliardi per le aziende di maggiori dimensioni con paracadute tra il 70 e il 90% dell’erogato e più di 500 miliardi per professionisti e piccole imprese che possono contare su 25mila euro al 100% servite tramite il Fondo Centrale di Garanzia”. Secondo gli ultimi dati disponibili, al momento ci sono richieste per oltre 100 miliardi al Fondo e di poco più di 16 miliardi a Sace.

Il punto però è che la seconda ondata di diffusione del Covid-19 sta portando a nuove chiusure e con la legge di Bilancio 2021 la possibilità di accedere al “paracadute sui finanziamenti” verrà estesa fino a giugno 2021. Probabile, a questo punto, che aumentino le richieste visto che, secondo i dati Censis presentati la scorsa settimana, 460mila piccole imprese (ovvero l’11,5% del totale) con meno di 10 dipendenti e sotto i 500mila euro di fatturato rischiano di chiudere il prossimo anno. In gioco, un giro d’affari di 80 miliardi e quasi 1 milione di posti di lavoro.

In primavera, ricorda il quotidiano economico-finanziario, la Banca d’Italia, in audizione in Parlamento, aveva già fatto notare che non si potevano escludere rischi per le casse dello Stato da queste mosse del governo e parlava di pericolo di “esborsi significativi anche in presenza di percentuali di escussione fisiologiche”. Ricordava poi che durante la crisi 2012-2013 le insolvenze si avvicinarono al 10% ma aggiungeva che stavolta potrebbero essere di più.

E infatti secondo i calcoli dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio la cifra potrebbe essere ancora più alta: al momento della conversione del decreto “Liquidità” l’Upb aveva stimato richieste per oltre 500 miliardi al Fondo centrale di Garanzia che ha avuto una mole addizionale di risorse di soli 7 miliardi. Ovviamente sia il Fondo sia Sace appostano delle risorse per questo tipo di garanzie ma “se le garanzie escusse superassero gli accantonamenti prudenziali dello Stato?”.

I DUBBI DELLA COMMISSIONE EUROPEA

Da notare che nelle previsioni d’autunno pubblicate la scorsa settimana anche la Commissione europea fa un riferimento alla questione. Secondo Bruxelles il debito italiano sarà intorno al 159% fino al 2022 e per la precisione sarà al 159,6% nel 2020, al 159,5% nel 2021 e al 159,1% nel 2022 e “le misure di sostegno alla liquidità per le imprese – scrive la Commissione – comprese le garanzie del governo, implicano alcuni rischi per le stime sul debito”.

IL RUOLO DELLE BANCHE

Occorre pure vedere cosa succederà agli istituti di credito coinvolti nei finanziamenti, che hanno materialmente erogato i soldi i quali risultano garantiti al 100%.

“Ora, con la seconda ondata di Covid – scrive Mf – , è certa una percentuale maggiore di chiusure di piccole imprese, per inevitabile necessità o per convenienza”. Del resto, ci si chiede, “al piccolo imprenditore, per ripartire, se mai ci riuscisse, servirà ogni centesimo, altro che rimborsare i prestiti. E ci mai potrà impedirgli di riaprire con una nuova ragione sociale, con una licenza intestata a un parente o amico?”.

Dunque “è sicuro, non solo probabile, che nei prossimi anni ci sarà un’esplosione del contenzioso su piccoli finanziamenti, ormai orfani di beneficiari in attività. Le banche faranno finta di occuparsene”. Come? Discutendo “se maturino o meno (tanto nessuno li pagherebbe) eventuali interessi di mora” e poi “ci sarà un lungo palleggio tra banche o veicoli di cartolarizzazione e il garante di ultima istanza. Se lo Stato non rimborsasse, le banche lo accuserebbero di minarne la solidità o chiederebbero di compensare la partita con minori imposte”. A quel punto il sistema del credito avrà nei bilanci “un’ulteriore fetta di attivo immobilizzato da finanziare, ma con le generose offerte della Banca centrale Europea di Tltro a tassi zero o negativi, la liquidità sarà l’ultimo dei problemi”.

Insomma, è l’allarme, Francoforte “attraverso il sistema bancario, sta finanziando un probabile ulteriore buco nei conti dello Stato. Tutto regge, per ora, sul piano formale.

Ma a un certo momento qualcuno, istigato dai soliti olandesi o dai falchi della Bundesbank, solleverà il ditino, osservando che la Bce sta finanziando il deficit delle cicale italiane. Quando i crediti inesigibili inizieranno a emergere, si può scommettere che voleranno gli stracci”.

LA FRECCIATA DI ZANETTI

Il rischio che il sistema potesse esplodere era avvertito già dai mesi scorsi. A maggio Enrico Zanetti, tributarista ed ex viceministro delle Finanze, evidenziava come “la scelta di contabilizzare sul 2020 solo a saldo netto finanziario (e non anche a deficit) l’intero ammontare degli impegni assunti dallo Stato” in seguito all’emergenza per il Covid-19 “pare scivolosa sul piano tecnico, oltre che poco accorta sul piano tattico”.

Per l’ex parlamentare, infatti, “il trattamento contabile delle garanzie è affrontato in modo molto chiaro dal Regolamento contabile europeo SEC 2010 e da Eurostat distinguendo tra garanzie standardizzate e garanzie non standardizzate”.

Nel primo caso si tratta di quelle “emesse in numero elevato e sulla base di condizioni identiche che, rendendo possibile stimare il numero di inadempienze in un insieme di prestiti simili, devono essere rilevate sin dalla loro concessione anche nell’indebitamento netto e non solo nel saldo netto da finanziarie”. Invece quelle non standardizzate “vanno indicate all’atto della concessione solo a saldo netto da finanziare e vanno a indebitamento netto solo nell’esercizio finanziario in cui si sia effettivamente verificata l’escussione delle relative garanzie dello Stato”.

In Italia negli ultimi anni si è scelto di “conteggiare anche a indebitamento netto le risorse che mette a disposizione del rilascio di garanzie per il tramite del ‘canale’ del Fondo centrale di garanzia per le Pmi (considerandole ‘standardizzate’), mentre conteggia solo a saldo netto da finanziare quelle che mette a disposizione di Cassa Depositi e Prestiti e Simest (controllata di Sace)”.

Ma potrebbero arrivare “brutte sorprese”, chiariva Zanetti, se venissero considerate “garanzie non standardizzate quelle relative a tutti i 400 miliardi del ‘canale’ Sace previste dagli artt. 1 e 2 del Dl Liquidità”, almeno per quanto riguarda “una parte consistente dei 200 miliardi di cui all’art. 1, ossia quelli che non riguardano il potenziamento delle misure per il sostegno all’esportazione, all’internazionalizzazione e agli investimenti delle imprese, bensì l’apertura di un ‘canale temporaneo’ assolutamente analogo a quello del Fondo centrale Pmi, quanto a standardizzazione delle percentuali e delle procedure di rilascio delle garanzie”.

Un problema che, a suo dire, risulta evidente “con riguardo alle garanzie che Sace spa rilascerà sui finanziamenti alle stesse Pmi che devono prima avvalersi del ‘canale’ Fondo centrale, ma questa verità potrebbe forse estendersi a tutte le garanzie che Sace spa rilascerà con ‘procedura semplificata’ sui finanziamenti ad imprese con meno di 5000 dipendenti e valore del fatturato fino a 1,5 miliardi di euro”.

Per questo, avvertiva Zanetti, “meglio un momento di riflessione in più, piuttosto che una riedizione di quanto accaduto nell’aprile 2018, quando il Mef dovette correggersi (e correggere il bilancio) a seguito di un intervento di Eurostat sul c.d. ‘Decreto Banche Venete’ di un anno prima”.

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