Economia

Garanzie? Ecco incognite e rischi

di

pensione garanzia giovani

E’ arrivata la notizia del via libera da parte dell’Ue, che ha ritenuto lo schema di intervento del governo italiano accettabile e in linea con il quadro temporaneo sugli aiuti di Stato adottato dalla Commissione. Tutto bene? Non troppo. Ecco perché. Il commento di Daniele Capezzone su La Verità

Ieri è arrivata la notizia del via libera da parte dell’Ue, che ha ritenuto lo schema di intervento del governo italiano accettabile e in linea con il quadro temporaneo sugli aiuti di Stato adottato dalla Commissione il 19 marzo scorso a seguito dell’emergenza Coronavirus. A infiocchettare il pacco, ha provveduto un comunicato della vicepresidente Margrethe Vestager: “Lo schema di garanzie varato dall’Italia consentirà garanzie pubbliche su nuovi prestiti e sul rifinanziamento dei prestiti esistenti per tutte le imprese, incluse quelle grandi. Insieme all’altro schema per sostenere i lavoratori autonomi e le pmi colpite dagli effetti della pandemia di Covid-19, lo schema aiuterà le imprese a coprire i loro bisogni immediati di capitale circolante e di investimento, in questi tempi difficili”.

Tutto bene, dunque? Neanche per idea, almeno per due ragioni. La prima è che non si ha ancora certezza (ma i segnali non sono positivi) sul fatto che il complesso delle norme attuative superi i criteri di Basilea e faccia anche venir meno le segnalazioni al sistema Crif, la temutissima centrale rischi.

In particolare, per evitare che piccole cicatrici del passato recente incidano negativamente sulla posizione dell’imprenditore, sarebbe indispensabile disporre la cancellazione dal sistema delle segnalazioni per importi al di sotto di una certa soglia.

In mancanza di ciò, un imprenditore al limite, che viaggiava sul filo del rasoio, rischia di cadere inesorabilmente vittima delle forche caudine delle valutazioni bancarie, del rating, del merito. Tutte cose che potranno ritardare o precludere l’accesso a una liquidità vitale.

La seconda ragione è stata ribadita ieri anche dall’ex viceministro delle Finanze Enrico Zanetti: e si tratta di un’osservazione che dà il sapore della beffa al semaforo verde fatto scattare da Bruxelles. Di che si tratta? Dell’esiguità delle munizioni inserite dal governo nel decreto (appena un minuscolo miliardo). Davanti a risorse così limitate, è fantasioso immaginare un effetto leva che moltiplichi all’infinito i pani e i pesci.

Scrive Zanetti: “Quello che forse sfugge è che tanto i primi quanti i secondi 200 miliardi (ndr: sia quelli come garanzia per i prestiti sia quelli per il sostegno all’export) costituiscono un mero ‘tetto massimo’ di assunzione di impegni consentita a Sace. Un ‘tetto massimo’ che avrebbe potuto anche essere fissato nella misura di 1 milione di miliardi, ma che non avrebbe spostato di un millimetro la reale operatività che potrà essere sviluppata da Sace, la quale resta ovviamente agganciata al Fondo di dotazione che lo Stato le mette a disposizione”.

Ma il decreto liquidità (art. 1 comma 14) stanzia solo 1 miliardo. E allora ecco le conclusioni dell’ex viceministro: “Anche ipotizzando che Sace, in ragione di una ritenuta migliore qualità del proprio portafoglio, operi con una leva finanziaria di 20, tale per cui, per ogni euro disponibile del Fondo di dotazione, concede garanzie per 20 euro, significa che al momento la ‘potenza di fuoco’ messa in campo dallo Stato con il decreto liquidità non è di 400 miliardi, bensì di 20 miliardi”.

(estratto di un articolo di Daniele Capezzone pubblicato sul quotidiano La Verità)

Articoli correlati