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Banche

Le piroette del Financial Times sul governo Meloni

Nella sua critica all'imposta italiana sugli extra-margini delle banche, il Financial Times ha elencato una serie di luoghi comuni e di imprecisioni dopo aver tanto elogiato il governo Meloni. Il corsivo di Giuseppe Liturri

“La disastrosa tassa italiana sulle banche”. È il titolo dell’articolo che Tony Barber, uno dei principali commentatori del Financial Times, ha dedicato sabato alla vicenda dell’imposta sui sovraprofitti delle banche annunciata lunedì scorso dal governo Meloni.

Una durissima e livorosa requisitoria in cui si accusa Giorgia Meloni e la sua compagine governativa di aver preso “la più grande cantonata da quando è in carica” e si coglie l’occasione per un clamoroso regolamento di conti, elencando tutte le scelte sbagliate in materia economica da ottobre 2022 ad oggi.

I LUOGHI COMUNI DEL FINANCIAL TIMES

Vi risparmiamo l’elenco e vi diciamo soltanto che è una sequenza di luoghi comuni e di conclusioni talvolta imprecise, talvolta fattualmente errate o fondate sugli inevitabili attacchi degli avversari politici di questo governo. Sarebbe possibile smentirle punto per punto, ma richiederebbero uno o più articoli specificamente dedicati.

Cose che capitano quando si chiede ad Enrico Letta cosa ne pensa delle scelte in materia fiscale e le si spaccia per oro colato. Cosa volete che vi risponda? Che condivide quelle scelte?

Secondo Barber, la Meloni finora l’ha fatta franca e non ha dovuto rendere conto della cattiva gestione dell’economia, solo perché tutti si sono concentrati sulla politica estera e sulla sua indubbia, e non scontata, prova di fedeltà all’alleanza atlantica in occasione dell’invasione russa in Ucraina.

Grazie a tale inflessibile posizione si è guadagnata l’appoggio di Washington e il silenzio benevolo sui principali dossier economici.

Invece ora, con questa iniziativa contro le banche, la Meloni e la sua coalizione rivelano la vera identità, recalcitrante alle riforme e contraria al libero mercato. Che si muove strizzando l’occhio alla sua base elettorale, la stessa del vituperato Silvio Berlusconi e sta abbandonando la strada maestra segnata dal “tanto ammirato” (testuale) Mario Draghi.

Nulla le è stato risparmiato. Dagli attacchi alla Bce, all’evasione fiscale, alla mancata liberalizzazione delle concessioni balneari, al ritardo nell’attuazione del PNRR, alla soglia per l’uso del POS e chi più ne ha più ne metta. In un unico indigeribile guazzabuglio. Manca solo la responsabilità per l’estinzione della foca monaca e per il caldo di luglio, mentre qua e là affiora l’immagine degli italiani spaghetti, pizza e mandolino. Una cosa francamente ridicola.

Alla fine Barber si stupisce del consenso che Fratelli d’Italia continua a far registrare nei sondaggi, attribuendolo ai demeriti di un’opposizione divisa. E conclude con tono minaccioso, invitando investitori internazionali e Paesi alleati a tenere d’occhio da vicino questo trend preoccupante mostrato dal governo Meloni sui temi economici.

Siamo stati da subito molto critici verso le modalità con cui è stata annunciata un’imposta – peraltro legittima nel nostro ordinamento sotto certe condizioni dettate dalla Corte Costituzionale – ma un attacco frontale di tale violenza, ci spinge a solidarizzare con il governo. Proviene infatti dallo stesso giornale che, peraltro in buona compagnia, ha incensato la Meloni per mesi. Dov’erano allora le critiche ai dossier economici che Barber ha snocciolato, spesso senza sapere di cosa stesse parlando? Che credibilità ha ora il Financial Times? Forse perché chi tocca le banche è colpevole di lesa maestà?

È purtroppo vero che il governo ha offerto il fianco a simili contumelie che erano evidentemente pronte all’uso nel cassetto. Ripetiamo che la gestione della vicenda tra lunedì e martedì è stata disastrosa e questo deve costituire occasione di grande riflessione a Palazzo Chigi e nella maggioranza politica. Ma da qui a dipingere l’Italia come la peggiore sentina di tutti i mali, la distanza è davvero tanta. Conosciamo questi metodi intimidatori da tempo, perché li abbiamo visti utilizzati nel 2011 per il governo Berlusconi e nel 2018 per il governo Conte 1 ma, ci dispiace per Tony Barber, fino alle prossime elezioni dovrà mettersi l’anima in pace e magari rivolgere la propria attenzione a Germania e Francia che hanno problemi molto più seri dei nostri.

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