Economia

Perché non regge la tesi di Renzi sul governo Pd-M5s per evitare l’aumento dell’Iva

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La verità è che Renzi vuol riprendersi il partito, mettendo all’angolo il segretario Zingaretti. Legittimo. Sempre che non si voglia mascherare questa scelta riparandosi dietro una foglia di fico. Il commento di Gianfranco Polillo

 

Diversamente da quel che dice Matteo Renzi, per scongiurare l’aumento dell‘Iva non serve un nuovo governo, ma una nuova politica economica. E, quindi, la necessità di giungere, quanto prima, a un nuovo assetto della politica italiana. Ipotesi che presuppone, quale condizione necessaria ma non sufficiente, un bagno elettorale. Dal quale fare emergere, almeno così si spera, una prospettiva meno condizionata dalla precarietà dello stato di necessità. Lo schema che ha caratterizzato il cosiddetto “governo del cambiamento”. Che tutto è stato meno che innovazione e rilancio del sistema-Paese.

Il ragionamento è semplice. L’Italia porta da quasi dieci anni questa croce sulle spalle. Iniziò tutto nel 2011, quando Giulio Tremonti, per dare esecuzione alla lettera a doppia firma Draghi-Trichet fu indotto ad inventarsi le cosiddette “clausole di salvaguardia”. Avendo raschiato il fondo del barile, per reperire le risorse necessarie per contenere il deficit di bilancio, in corso d’anno, era stato costretto a ricorre a delle one-off: una tantum che non garantiva gli stessi risultati per gli anni successivi. Se la cavò firmando cambiali. Si sarebbe provveduto, in seguito, disboscando il sistema di agevolazioni fiscali che pesa, come un macigno, sui conti pubblici. Più facile a dirsi che a farsi.

Le numerose commissioni di studio, subito approntate, in una logica rigorosamente bipartisan, ottennero il risultato positivo di fornire una radiografia attenta del fenomeno. Ma anche dimostrare quanto fosse difficile districarsi in quella giungla, per reperire quella decina di miliardi che sarebbero serviti per risolvere definitivamente il problema. Evitando che, anno dopo anno, si ripresentasse come un incubo ricorrente, il dramma delle coperture. La Commissione europea – nel frattempo al governo era “salito” Mario Monti – chiuse un occhio solo per il 2011. Ma per gli anni successivi impose all’Italia di sostituire quelle vaghe promesse, con un impegno più stringente. Se il deficit di bilancio non avesse rispettato le regole del Fiscal compact, l’aumento dell’Iva avrebbe garantito le risorse necessarie per coprire le maggiori spese iscritte nel tendenziale dei conti pubblici.

In quasi dieci anni, come si diceva all’inizio, l’Italia non è riuscita a risolvere alla radice questo problema. Che si ripresenterà negli esercizi futuri, almeno fin quando non cambierà l’asse della politica economica. La via maestra è quella di puntare sulla crescita del Pil. Le maggiori entrate, prodotte da quel lievito, saranno in grado di garantire gli equilibri di finanza pubblica e la “definitiva” sterilizzazione delle clausole di salvaguardia. La proposta avanzata, seppur non completamente articolata nelle sue ricadute macroeconomiche, dalla Lega. E posta alla base di questa crisi di governo.

In passato esistevano delle subordinate, incardinate nelle regole del Fiscal compact. Si doveva, ad esempio, evitare di elargire gli 80 euro per fini elettorali. Sorprende quindi la conversione di Matteo Renzi. Se è così preoccupato, perché, quando poteva, ha operato in una direzione opposta e contraria? Altra possibilità: limitare “quota cento”, ma va detto che la Lega non ha mai agitato il problema dell’Iva, divenuto invece cavallo di battaglia dei 5 stelle. Ma allora perché impuntarsi sul salario di cittadinanza? Risorse sottratte all’equilibrio dei conti pubblici.

Come è facile vedere, la strumentalizzazione è evidente. La verità è che Matteo Renzi vuol riprendersi il partito, mettendo all’angolo Nicola Zingaretti. Legittimo. Sempre che non si voglia mascherare questa scelta riparandosi dietro una foglia di fico. Che questi tempi procellosi sono destinati a spazzar via in un battito di ciglia.

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