Economia

Eni, Poste Italiane, Enav e non solo. Che cosa combina il governo con le privatizzazioni?

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Ecco i fini del governo sulle partecipazioni statali come Eni, Enav, Poste Italiane e Leonardo (ex Finmeccanica) e gli effetti non solo positivi. L’analisi dell’editorialista Angelo De Mattia

Dichiarare di voler recuperare risorse per 18 miliardi in tre anni, ai fini della riduzione del rapporto debito/pil con operazioni di dismissione e privatizzazione, difficilmente riuscirà nello scopo, perseguito dal governo, di temperare la reazione della Commissione Ue di fronte alla presentazione del Documento programmatico di bilancio abbastanza intonso rispetto alla precedente versione e chiaramente a rischio di procedura di infrazione. Finora la vendita di immobili pubblici non è stata davvero significativa e non è fondatamente prevedibile una svolta netta, considerata anche la proprietà, per oltre il 70 per cento, in capo a Regioni e Comuni.

CHE COSA SUCCEDERA’ CON LE PRIVATIZZAZIONI

In ogni caso l’obiettivo di realizzare privatizzazioni dell’1% del pil all’anno, da tempo, risulta lontano. Nel tempo sono stati prodotti alcuni progetti al riguardo, in particolare, quello di diversi anni fa, che riscosse una grande attenzione studiato da «Italia c’è» che poi non hanno avuto seguito.

IL RUOLO DELLA CASSA DEPOSITI E PRESTITI

Prevedere un ruolo in questo campo della Cassa Depositi e prestiti che arrivi quasi a trasformare la sua missione, di cui abbiamo scritto ieri, facendole acquisire partecipazioni pubbliche per destinare risorse al «proprietario» Tesoro oppure per accrescere la partecipazione di quest’ultimo nella stessa Cassa con il fine poi di alienare successivamente una certa percentuale di interessenze e ricostituire la partecipazione delle Fondazioni oggi intorno al 16% che transitoriamente verrebbe abbassata per diluizione, non sarebbe una privatizzazione, né una vera e propria dismissione.

TRA PUBBLICO E PRIVATO

La proprietà pubblica passerebbe dalla mano destra a quella sinistra per conseguire introiti destinati al decremento del debito: una mera ingegneria finanziaria, priva di un disegno industriale, con la modifica tacita del ruolo della Cdp e nell’assenza di qualsiasi discussione, nelle sedi competenti, del relativo mandato.

IL PESO DELLE FONDAZIONI BANCARIE

Si farebbe il conto senza l’oste, trascurando il sostanziale potere di veto che le Fondazioni potrebbero esercitare, a tutela del risparmio degli italiani. Ma vi è di più: sussiste il rischio che tali acrobazie inducano le autorità europee a riconsiderare l’attuale collocazione istituzionale della Cassa al di fuori del perimetro del debito pubblico. L’esperienza finora fatta sulle privatizzazioni è ben nota anche a Bruxelles; dunque, non ci si può illudere che la programmata cifra di 18 miliardi sia presa per oro colato, mentre Luigi Di Maio afferma che i «gioielli» non sarebbero sottoposti al processo in questione.

POLITICA E TECNICA DELLE PRIVATIZZAZIONI

L’Italia è passata da privatizzazioni e dismissioni degli anni 90 compiute senza un necessario contesto di regole a impegni generici del decennio successivo, alla fase delle cartolarizzazioni e ad altre tecnicalità. Progressi significativi non si sono, insomma, realizzati. Per tali negativi, illuminanti precedenti, affrontare oggi questo tema esige che si faccia comprendere la svolta che si intende compiere con un programma che illustri le modalità, gli strumenti, i soggetti coinvolti, i tempi, e così di seguito. Naturalmente il piano deve far leva sui fattori principali alla base di un’azione per la riduzione del debito: la crescita, la produttività totale dei fattori, gli investimenti, le riforme di struttura.

PROSPETTIVE E PROBLEMI

Tutto si tiene. Se si vuole aprire questo fronte, bisogna farlo con organicità, completezza ed efficacia. Diversamente, appare semplicemente il ricorso a una « toppa» in via d’urgenza che, anziché riflettersi sull’aumento dell’affidabilità del Tesoro, accresce i dubbi sulla reale volontà di procedere all’operazione e, in generale, a governare l’equilibrio dei conti pubblici. Fa ancor più emergere che non esiste un disegno solido sul ruolo del «pubblico» e del «privato». Insomma, così come è stato presentato il piano anzidetto non è affatto condivisibile.

Articolo pubblicato su MF/Milano Finanza

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